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Intervista a Rita Marcotulli

di Sergio Raffiotta - giovedì 27 maggio 2010 - 4985 letture

Rita Marcotulli, pianista e compositrice, trent’anni di carriera sui palchi di tutta Europa, in questo suo lungo percorso professionale collabora con personaggi di assoluto rilievo del panorama del jazz internazionale. Tra questi ricordiamo citandone solo alcuni: Chet Baker, Palle Daniellsson, Jon Christensen, l’ex Weather Report: Peter Erskine, Joe Lovano, Billy Cobham, Pat Metheny, Nguyen Le, Enrico Rava, Paolo Fresu, Michel Petrucciani e Dewey Redman.

In The woman next door - Omaggio a Truffaut, il concerto per immagini eseguito al Metropolitan di Catania il 13 maggio 2010 Rita Marcotulli viene accompagnata da una formazione all-stars: Roberto Gatto (batteria), Javier Girotto - leader degli Aires Tango (sax-flauti-clarinetto), Michel Benita (contrabbasso), Luciano Biondini (fisarmonica) e Aurora Barbarelli (arpa celtica).

A turno Girotto e Biondini hanno regalato al pubblico etneo momenti di grande intensità emotiva, sembrava quasi che le immagini sulle quali gli artisti suonavano fossero da sempre state concepite per ospitare quelle note. Il delicato e nel contempo ruvido tema di Song of innocence sposa per intero la tematica de Il ragazzo selvaggio: la platea si sente di colpo proiettata all’interno di una tenebrosa foresta ed viene avvolta dai suoni che essa produce. Nessuno, sia che adori la Marcotulli o Truffaut , può sentirsi escluso da ciò che si sta materializzando loro dinanzi. La magia inizia sin dalle prime note e volge al termine al calar del sipario. La regista Maria Teresa de Vito ha realizzato il video del concerto.

La musica scorre sulle immagini di Jules & Jim, del Il Ragazzo Selvaggio, di Fahrenheit 451, di Baci Rubati e de I quattrocento colpi, il pubblico gode di ciò che vede e di ciò che ascolta. E’ l’ennesima prova della classe cristallina di Rita Marcotulli e dei suoi magnifici compagni di viaggio. Non dimentico di evidenziare la bravura di due grandissimi maestri del tempo e del ritmo: Roberto Gatto e Michel Benita, e la preziosità dei morbidi arpeggi di una bravissima Aurora Barbarelli.

Alla fine del concerto raggiungo Rita Marcotulli nel suo camerino e subito dopo Maria Teresa de Vito in regia, un po’ di ritardo sulla tabella di marcia ed un lungo sound check hanno impedito il nostro previsto incontro pomeridiano. La vedo tra la gente giunta lì per congratularsi e per ringraziarla per la memorabile serata, la guardo mentre firma autografi, mi vede e mi accoglie con un sorriso soddisfatto, la “prima” di Catania è andata davvero alla grande. Provo timidamente a chiederle se avesse ancora voglia di scambiare due chiacchiere, e lei , con il sorriso di poco fa mi invita ad accomodarci e a cominciare.

Rita, dal 1999 porti in giro per l’Europa questa turnèe intitolata "The Woman next door - Omaggio a Truffaut" che è anche il titolo del tuo lavoro discografico del 1998 appena ristampato, le tue note incontrano le immagini di uno tra i più raffinati rappresentanti del cinema mondiale, grazie anche alla collaborazione della regista Maria Teresa de Vito. Come è nata l’idea di realizzare questo progetto?

The Woman next Door è il primo disco che ho inciso nel ‘98 per l’Harmonia Mundi e nasce dall’amore che porto per il cinema di Truffaut, rimasi molto colpita quando per la prima volta vidi un suo film, era : Il ragazzo selvaggio, mi incuriosìi così tanto che in seguito non ho resistito alla voglia di vedere tutti gli altri. In modo particolare mi colpì la prima parte della sua produzione, quella con Antoine Doinel, personaggio che ricorre spesso in diversi suoi film. Ovviamente non ho tentato una sonorizzazione dei suoi lavori in quanto sarebbe risultato banale e indelicato nei riguardi dei grandissimi musicisti di cui Truffaut si avvaleva, ho solo preso spunto ispirandomi a certe immagini. Faccio un esempio per tutti: la scena in cui Antoine Doinel in Baci Rubati ripete incessantemente allo specchio : Antoine Doinel- Christine Darbon- Fabienne Tabard, quello era assolutamente ritmo. In concerto mi è venuto in mente di utilizzare quella fase del film intervallata da un vero e proprio codice Morse con aggiunta di note

A quale personaggio dei film di Truffaut ti sei sentita emotivamente più legata?

Non saprei scegliere, in modo diverso mi sento legata un po’ a tutti i suoi lavori, perché tutti contengono in modi e in tempi diversi i temi che mi sono cari: l’amore, la fuga, la musica, l’infanzia, la malinconia e la poesia, Truffaut sa come toccare certe corde, un po’ come noi musicisti sul palco.

Rita, un’artista di caratura internazionale per esigenze di lavoro si trova molto spesso in turnèe in posti molto distanti, volevo sapere com’è che riesci a coniugare la tua vita di artista a tutto tondo con quello di mamma dall’arrivo di tua figlia Elettra in poi?

Elettra è stata la più bella musica che io abbia mai scritto e suonato. All’inizio è stata davvero dura lasciarla per le mie turnèe, ma ho avuto anche la fortuna di avere un marito meraviglioso accanto a me, anche lui è un musicista oltre che produttore (Pasquale Minieri), così abbiamo deciso di costruirci uno studio di registrazione a casa nostra, in modo che lui potesse stare più vicino a nostra figlia lavorando a casa e io di conseguenza potessi continuare a lavorare. Adesso ha dieci anni, viene spesso ai concerti,ama la musica, studia batteria e fa danza. Sono sicura che in certi frangenti avrà sofferto molto la mia mancanza, ma credo che avrà capito senz’altro il motivo delle mie partenze. Oggi è molto contenta e molto orgogliosa della mamma.

I tuoi studi musicali iniziali appartengono all’ambito della musica classica. Quando è che ti sei accorta che esisteva un’altra via da percorrere e a quale artista devi tutto questo?

Diciamo che gli artisti di riferimento sono davvero tanti, però devo anche dire che il mio è stato un lento e progressivo avvicinamento alla musica improvvisata. Cominciai a suonare il pianoforte che avevo cinque anni, poi andai al conservatorio, ma scoprii presto che non mi piaceva molto leggere la musica, col pianoforte ci giocavo, ci tengo sempre a dire che l’arte è un gioco nel senso che si crea partendo da zero o da pochi elementi, è tutto un progressivo divenire un po’come i bambini nel loro approccio al giocare, li vediamo attenti e divertiti nel farlo, io altrettanto, non ho perso quell’istinto, e per me la musica è rimasta un divertimento e non un lavoro.

Tra le tue varie attività ed impegni oggi insegni Composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, proprio da dove sei partita anni fa. Che insegnante è Rita Marcotulli?

Devo dire che mi piace molto insegnare, al Santa Cecilia quest’anno ho tenuto dei corsi di Pianoforte, gli altri anni ho insegnato musica di insieme. L’improvvisazione è una sorta di composizione istantanea, il modo di improvvisare è comporre istantaneamente, quindi è chiaro che dentro ci sono tutti gli ingredienti del compositore: l’armonia, la melodia, lo sviluppo di come si improvvisa su certi accordi o su certe armonie, è un esperienza molto bella e molto interessante. Ci sono tantissimi pianisti nei miei corsi, anche donne e anche molto brave e questo mi fa molto piacere, finalmente un po’ di donne che suonano.

30 anni di carriera trascorsi sui palcoscenici più importanti d’Italia, d’europa e del mondo: dopo tanto girare “senza posa e senza requie” esistono altre frontiere da conquistare seduta al tuo pianoforte?

Assolutamente sì. Se uno pensa di essere arrivato vuol dire che molto probabilmente sta già percorrendo il suo personale viale del tramonto. Io ad esempio continuo a suonare e continuo a comporre, questo è un momento di attività intensa e quindi non ho avuto molto tempo da dedicare allo studio. In ogni caso sento sempre l’esigenza di dover andare avanti e di dover continuare a studiare e comporre, altrimenti mi sento finita.

Di recente ti ritroviamo nei panni di autrice di musiche da film: Basilicata coast to coast è già un caso di film di successo made in Italy low cost, e la tua firma ne impreziosisce particolarmente i contenuti. Mi parli di questa tua recente nuova esperienza?

Questa ultima è stata un’esperienza bellissima, dopo la musica il cinema è la mia passione proprio come si è visto in questo progetto su Truffaut, quando Rocco Papaleo chiese a me e a Pasquale rispettivamente di scrivere e produrre le musiche del film, per me è stato un gran bel regalo, mi sono trovata benissimo con Rocco perché è una persona straordinaria, anche umanamente molto carina, è stato molto facile collaborare con lui, ci siamo trovati benissimo da subito, e spero che ci siano anche altre possibilità simili in un futuro prossimo. Peraltro adesso oltre a Basilicata coast to coast sta uscendo una serie dell’Espresso sui film muti, a me hanno chiesto di musicare Nanà , un film del 1926 di Jean Renoir, è stato un lavoro bellissimo ma anche molto lungo e faticoso. La vera cosa straordinaria è stata l’interpretazione degli attori, dei veri e propri mimi che senza l’ausilio del sonoro riuscivano a rendere comprensibile il tutto anche con i soli occhi. Mi hanno accompagnato in questa esperienza Javier Girotto e Luciano Biondini, due musicisti davvero straordinari, insieme ci siamo trovati sempre molto bene, è molto importante avere accanto dei musicisti del genere, di musicisti bravi ce ne sono una miriade, ma devi sempre trovare quelli che riescono a produrre in note ciò che tu vuoi dire, non è facile andare tutti nella stessa direzione, No? La musica per me è come un insieme di colori, e quindi bisogna trovare il colore che si abbini bene al contesto.

A proposito Rita: se tu dovessi attribuire un colore a ciascuno dei tuoi compagni di viaggio di questa sera…

Guarda, mi fa piacere che tu mi faccia questa domanda, io vedo quasi sempre tutto a colori, sembra ovvio ma è così: le settimane, le persone, per esempio Truffaut per me è azzurro, assolutamente azzurro, Javier (Girotto) ha dentro un po’ di rosso perché lui sicuramente è molto sanguigno, però vedo anche un po’ di giallo in lui, non so perché, è una cosa assolutamente dettata dalla sensazione. Michel Benita lo vedo blu. Luciano Biondini lo vedrei forse con un arancione e giallo. Roberto Gatto spesso si veste sempre con delle mise scure, però so che dentro di lui ci sono dei colori chiari, direi che lo vedo giallo.

Tu di che colore ti vedi Rita?

Azzurro. Assolutamente. Del resto è anche il colore del mio segno zodiacale, Pesci.

Precedentemente ho fatto menzione di alcune delle tue più preziose collaborazioni con i più grandi interpreti del panorama internazionale, ho deciso che ti chiederò se puoi offrici un aneddoto su Chet Backer e magari dirci che personaggio era?

Con Chet Backer in realtà ho fatto solo una performance, lo conoscevo perché lui ha vissuto a Roma per molto tempo ed io avevo una casa molto grande frequentata da moltissimi musicisti, Chet è rimasto da me solamente una settimana con la sua compagna Diane: una bravissima sassofonista. Cosa dire? Era un uomo umanamente molto chiuso, le sue problematiche purtroppo le conoscevamo tutti, parlava poco e di rado, per lui parlava la musica, quando Chet suonava era una cosa che incantava tutti. Io ero molto giovane allora, non è che fossimo dei grandissimi amici così come in seguito lo sono stata con Dewey Redman e Michel Petrucciani, con loro era un’altra cosa.

Desidero ringraziarti per la tua disponibilità , in bocca al lupo per tutto, Rita.

Grazie a te Sergio, e “crepi il lupo” !

Raggiungo tra la gente la regista Maria Teresa de Vito, in carriera ha conosciuto ed intervistato tra i più importanti filosofi, scienziati, architetti, artisti, musicisti del mondo, tra i quali: Hans Georg Gadamer, Karl Popper, Ralph Dahrendorf, Dennis Sciama, Renzo Piano, Mario Schifano, Alberto Sughi, Maurizio Calvesi, Vittorio Sgarbi, Riccardo Muti etc. Dal 1996 è produttrice, autrice e regista di documentari culturali televisivi e radiofonici (realizzati prevalentemente per la RAI), allestimenti audiovisivi e multimediali.

Com’è nata la collaborazione con Rita Marcotulli?

Nel 1997 le chiesi di comporre le musiche di un mio ciclo radiofonico per Radio3 il Dramma di Esistere. In seguito, quando Rita mi propose di illustrare con le immagini il suo concerto dedicato a François Truffaut, mi domandai: “È possibile realizzare qualcosa che sia più di una proiezione cinematografica che fa da sfondo ai musicisti mentre suonano? È possibile intrecciare mondi artistici diversi e contaminare codici espressivi eterogenei? Insomma è possibile far sì che un concerto sia qualcosa di più di un concerto? Il concerto per immagini doveva essere un omaggio al grande regista francese non solo dal punto di vista musicale ma anche visivo. “Intensità” è la parola che meglio definisce l’arte cinematografica di Truffaut. Pertanto, ho selezionato tutte le sequenze ad alta intensità emotiva, dalle quali emana una bellezza che si nutre di contrasti, dolori, ribellioni, ferite depositate nella memoria. Per evitare che il concerto divenisse una sorta di sonorizzazione dei filmati, come accadeva nel cinema muto, ho fatto tesoro del mio lavoro di regista che consiste, tra l’altro, nel saper cogliere, con la telecamera, i dettagli all’interno di una scena, di una situazione. Così, sullo schermo, durante il concerto, le sequenze dei film di Truffaut, si alternano con le immagini in diretta dei musicisti. Si tratta di una soluzione registica e teatrale che consente agli spettatori di scorgere i gesti, i volti, l’abilità manuale e il coinvolgimento emotivo degli artisti, vale a dire quei dettagli che, nei concerti tradizionali, sono, a causa della distanza, inaccessibili al pubblico. La magistrale tessitura di note creata dall’ensemble di Rita Marcotulli diventa in tal modo, una sorta di “bisturi”, di strumento esplorativo, con cui penetrare nella “officina” dei sentimenti e delle idee del regista francese. Il coinvolgimento è totale. Lo spettatore si trova di fronte ad un concerto da guardare e un film da ascoltare; assiste a una sorta di magia alchemica che trasforma le immagini in suoni e i suoni in immagini, immerso in una grande e avvolgente sinestesi, un intreccio dei sensi. La conferma che fossi riuscita nel mio intento la ebbi a Como, al termine del concerto. Uno spettatore ci fece consegnare dal cameriere del ristorante dove stavamo cenando un foglietto con su scritte queste parole: “Avete creato un lavoro stupefacente, un miracolo di parole, musica e immagini. Non ho mai vissuto tanta poesia come in quest’occasione. Grazie”.


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