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Intervista a Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio nazionale Zoomafia della Lega Anti Vivisezione

Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio nazionale Zoomafia della Lega Anti Vivisezione, da lui creato nel 1998, è criminologo. Ha coniato il termine ‘zoomafie’.
di francoplat - mercoledì 7 ottobre 2020 - 693 letture

Vive a Napoli, il dott. Troiano. Lo intervistiamo a distanza, non per le ragioni ordinarie dell’emergenza Covid19, ma per questioni geografiche di lontananza dell’intervistatore dalla città campana. Avrebbe dovuto essere una video-chiacchierata, ma le bizzarrie del clima, un forte temporale, impongono una lunga conversazione telefonica, di fatto pregnante e ricca di suggestioni.

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Ciro Troiano

D) Innanzitutto grazie per la disponibilità, dott. Troiano. Può dirci di cosa si occupa esattamente?

R) Dirigo l’Osservatorio nazionale Zoomafia della Lega Anti Vivisezione (LAV), che ho creato nel 1998, una struttura che si occupa di controllo della criminalità. Sono criminologo, dedico i miei studi all’analisi dei rapporti intercorrenti tra le associazioni per delinquere e lo sfruttamento degli animali a fini illeciti, tanto da parte della criminalità organizzata classica (Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra corona unita) quanto da parte di una nuova criminalità, orientata proprio verso reati quali il combattimento clandestino fra cani, le corse di cavalli, il traffico di cuccioli o di fauna selvatica, la gestione di canili illegali, la macellazione clandestina di carni, il bracconaggio ittico nelle acque interne ecc.

D) Può dirci cosa ha fatto nascere in lei l’interesse per questo ambito di studi che, quando lei ha iniziato a occuparsene, era presumibilmente privo di una letteratura di riferimento?

R) Tre fattori hanno influito sul mio percorso professionale: in prima battuta, essere stato, sin da bambino, animalista e antispecista, attivista a favore dei diritti degli animali; in secondo luogo, la mia formazione criminologica e, infine, il fatto essere nato a Napoli. Non le sembri strano quest’ultimo aspetto: sin da ragazzino, vivendo nel centro di Napoli, ho avuto modo di incontrare varie forme di illegalità; ahimè in quegli anni la situazione era molto più allarmante di oggi; intorno ai 17- 18 anni ho avuto, poi, modo di verificare che alcuni personaggi appartenenti a cosche camorristiche erano impegnati nel traffico di fauna selvatica. In seguito, ho riscontrato che dietro i combattimenti fra cani o le corse clandestine di cavalli esisteva lo zampino della camorra. Per questo, ho dato forma al termine “zoomafie”, intuendo allora, e ora avendone certezza, che la criminalità organizzata ha un forte interesse, non solo di natura economica ancorché questa sia la molla principale, verso lo sfruttamento illecito del mondo animale. Quando il termine è stato coniato, in effetti, non esistevano studi specifici sull’argomento, né in Italia né altrove, se si eccettua qualche lavoro statunitense o britannico sul traffico di fauna selvatica legato ai narcotrafficanti, in particolare al cartello di Medellín, anche perché Pablo Escobar, fondatore del cartello, era un appassionato di fauna esotica.

D) Ha fatto riferimento alle ragioni economiche che presiedono al mondo delle zoomafie, precisando che non sono le uniche. Potrebbe dirci quali altri fattori ci sono alla base di queste attività illecite?

R) Certamente gli interessi economici in gioco sono alla base dello sfruttamento del mondo animale, si tratta di un business cospicuo, già evidente quando, negli anni Settanta, la camorra investiva nei cinodromi in tutta Italia; all’epoca, un’inchiesta del giudice Ferdinando Imposimato smantellò questa rete illecita. Si tratta di interessi variegati, non legati, ad esempio, solo alle scommesse; per quanto riguarda i combattimenti fra cani, gli introiti derivano anche dalla compravendita degli esemplari atti alla lotta. Del resto, già in origine, le mafie avevano interessi economici legati al mondo animale, come dimostrano, fra gli altri, il controllo dei pascoli, il furto di bestiame da parte di Cosa Nostra o, ancora, i mercati ittici, il controllo del pesce spada o, infine, il caso del commercio delle carni; qualche studioso ipotizza che fu proprio attraverso quest’ultima attività che i Corleonesi entrarono nella città di Palermo. L’ultimo grande business in ordine di tempo, oggi tra i più rilevanti in seno alle zoomafie, è quello del traffico di cuccioli: si tratta di una fonte di guadagno enorme, i cuccioli vengono prodotti, e uso questo termine con cognizione di causa e con sdegno, in vere e proprie fabbriche nei paesi dell’Est, acquistati per cifre non superiori ai 60 euro e rivenduti in Italia a prezzi che arrivano sino a 1200 euro. Accanto a quella economica, vi è una seconda funzione, quella simbolica. Gli animali sono portatori allegorici di bellezza, potenza, gloria, forza. Io li definisco ‘blasoni animati’, ossia insegne araldiche di un potere che questa gente di merda non ha, se presa individualmente, ancorché vivano in palazzi lussuosi. Nei sopralluoghi effettuati in alcuni di questi edifici, dal gusto sfarzoso, sono stati trovati spesso animali esotici, il leone, la tigre, proprio in virtù di ciò che essi rappresentano simbolicamente. Lei può immaginare che il cane di un boss sia un chihuahua o un trovatello? Il cane deve rappresentare forza, deve incutere timore; come diceva Machiavelli, si ottiene più rispetto con la paura che non con la simpatia; e fra i cani ci sono ovviamente i pitbull, animali combattenti, che costituiscono il biglietto da visita animato dei mafiosi. Del resto, si tratta di un fenomeno antico, se lei guarda nelle stampe del tardo Ottocento, vedrà che i camorristi sono raffigurati nelle loro pose smargiasse accompagnati da cani da presa. Stesso discorso vale per la passione per i cavalli. Negli anni Settanta e Ottanta le grandi famiglie di camorra, i Nuvoletta, i Cutolo, i Giuliano, erano appassionati di corse di cavalli; nel centro storico di Napoli, i Giuliano avevano i cavalli da corsa nei bassi, nei vicoli; Nuvoletta gestiva un ippodromo clandestino – non mi chieda come potesse esistere un ippodromo clandestino – con strutture usate come stalle e scuderie alcune delle quali tuttora presenti sul Litorale Domitio. Quando vince un cavallo da corsa porta soldi, certamente, ma non soltanto, porta con sé anche gloria, potenza e il mafioso vive di questa potenza, vive di quella che gli psicologi chiamano ‘esperienza di sostituzione’; in tal modo, attraverso le imprese del cavallo, il boss vive, nel proprio immaginario, in modo eroico, sollevandosi dalle bassezze di una vita di merda. La terza funzione connessa alle zoomafie è quella di controllo sociale e di dominio territoriale, aspetto che fatico, a volte, a spiegare a chi abita al Nord, dove le mafie fanno affari, intrattengono rapporti collusivi, ma non hanno un controllo soffocante del territorio. Lei pensi, invece, a una corsa clandestina di cavalli, facilmente reperibile su YouTube: questa gente è capace di bloccare una strada centrale, una superstrada, un tratto autostradale con decine di motorini e auto, impedendo la libera circolazione del traffico. Stesso discorso per i combattimenti clandestini fra cani organizzati sulle spiagge, con decine di persone che assistono a lotte fra animali che duravano ore e ore. Tutto ciò è possibile solo dove la criminalità organizzata ha il controllo sul territorio, dove la gestione di questi spettacoli manifesta, in modo smargiasso, chi comanda. Centinaia di spettatori che assistono, a Palermo o a Catania o a Messina, a un evento delittuoso di cui sono consapevoli, questo crea consenso al potere locale e consente, appunto, di esercitare una sorta di dominio territoriale. Questo non sarebbe possibile, allo stesso modo, a Pavia, tanto per fare un esempio. Dietro la vendita della fauna selvatica ci sono giganteschi interessi, intrecci tra criminalità organizzata e vendita di animali dalla natura preoccupante. Se lei organizza un mercato di fauna selvatica nello stesso posto tutte le domeniche, con le stesse persone che commettono lo stesso reato, questo non è controllo del territorio? La quarta funzione è quella intimidatoria. Pensi alla cinematografia, a Il padrino, ad esempio; la testa di cavallo mozzata. Ecco, ogni anno si registrano decine e decine di casi di questo tipo: teste di animali o altre parti del corpo inviate, a scopo intimidatorio, a persone scomode, quali giornalisti, poliziotti, avvocati, giudici ecc. E sempre a scopo intimidatorio, anni fa anche se il fenomeno persiste, era frequente lo spaccio di droga con i pusher che camminavano accompagnati da pitbull, allo scopo di opporli alle forze dell’ordine. Così come intimidatoria era la presenza di un coccodrillo a casa di un camorrista, il quale mostrava l’animale a debitori o altri individui, spaventandoli con la minaccia di darli in pasto all’alligatore. L’ultima funzione connessa alle zoomafie è anche la più perniciosa, ossia la pedagogia nera, l’educazione dei minori all’anaffettività attraverso il loro coinvolgimento nello sfruttamento degli animali. Nel 2000 inaugurai il Salone del Libro di Torino presentando un testo, oggi esaurito, dal titolo ‘Zoomafia. Mafia, camorra & gli altri animali’ (edizioni Cosmopolis). In quell’opera, è presente una prima analisi del fenomeno, parlo, per la prima volta, di zoocriminalità minorile, del coinvolgimento dei minorenni nelle attività delinquenziali, attraverso esempi reali, quali quelli di ragazzi impegnati nella cura dei cani da combattimento dei boss o di un ragazzo ucciso, per vendetta contro il capo camorrista, mentre accudiva e accompagnava un cavallo da corsa. E’ un tessuto criminale in cui si insegna l’illegalità ai ragazzi, in cui il percorso segnato è esattamente quello che parte dall’uccisione di un animale e giunge all’assassinio di una persona; se non sai uccidere un animale, secondo quella logica, non sai uccidere un essere umano. E’ testimoniato che, circa sei anni fa, un gruppo criminale in cui c’erano anche minorenni provò delle nuove armi, a Palermo, contro un gruppo di cani randagi. E’ una scuola di violenza, di disumanità, di annullamento dell’empatia, si disumanizza il nemico, attraverso un frasario che evoca l’animale come un nonnulla, ‘sei un verme, sei un cane’, cioè non sei umano, ma un essere inferiore, così come capita nella logica specista. Se è un oggetto, perché dovrei provare empatia verso di lui? Siamo dentro una cornice psicologica che tocca il delirio di onnipotenza, come emerge anche da tanti studi psichiatrici sulla mentalità mafiosa: “ma tu hai capito che io sono Dio? Che posso decidere della vita e della morte delle persone”? E questo delirio funziona benissimo con l’animale, che è solo un oggetto, una cosa, e con i minori che imparano l’attitudine alla dimensione anaffettiva.

D) Può darci un veloce ragguaglio sulla dimensione quantitativa del fenomeno delle zoomafie?

R) Intanto, va ricordato che, secondo i dati relativi al 2019 (si tratta di cifre presenti nel comunicato di luglio dell’Osservatorio Zoomafie della LAV), ogni 55 minuti viene aperto, in Italia, un fascicolo per reati contro gli animali e ogni 90 minuti viene indagata una persona per tale illecito. Il reato più contestato è quello di maltrattamento, al quale seguono l’uccisione di animali, i reati venatori, l’abbandono di animali o la detenzione di animali in condizioni non compatibili con la loro natura, l’uccisione di animali altrui, il traffico dei cuccioli, l’organizzazione di combattimenti fra animali e le competizioni non autorizzate, ecc. Quanto all’aspetto economico del fenomeno, basti ricordare che, nel complesso, il traffico di cuccioli importati illegalmente dai Paesi dell’Est, nel solo 2019, ha portato al sequestro di circa 450 cani per un valore di mercato di 370.000 euro. E si tratta, appunto, di animali sequestrati, senza contare quelli che sfuggono ai controlli e alimentano tale mercato. Si pensi, poi, a un’emergenza recente, quella del bracconaggio ittico nelle acque interne, sul quale tornerò più avanti. Tale attività genera, per le consorterie criminali, un giro di affari illeciti da circa 20.000 euro a settimana. E, rimanendo in tema di acque, si consideri, ancora, il ‘malandrinaggio’ di mare, la pesca di frodo che, secondo diverse fonti, rappresenta tra il 10 e il 22% del volume del pescato globale, tra 11 e 26 milioni di tonnellate l’anno, per un fatturato annuo compreso tra 10 e 23,5 miliardi di dollari. I dati quantitativi sono rilevanti, a quanto si può vedere. Se tale aspetto si unisce a quello qualitativo, ossia la capacità della realtà zoomafiosa di tessere rapporti collusivi con apparati della pubblica amministrazione (business dei canili, traffico di cuccioli, controllo dei pascoli), è facile comprendere come tali attività non siano affatto residuali o trascurabili, ma rappresentino uno dei volti, forse meno noti ma non meno centrali, degli interessi delle consorterie criminali.

D) Finora lei ci ha parlato del problema zoomafie nel nostro Paese. E’ possibile stabilire delle comparazioni con quanto avviene fuori d’Italia? Dobbiamo considerare quella italiana una triste eccellenza in materia?

R) Non parliamo di eccellenza, parliamo di una peculiarità storica italiana, parliamo di una vicenda che interessa le caratteristiche specifiche in cui sono nate e si sono sviluppate le mafie. Vede, proprio per la nostra storia peculiare in Italia si sono sviluppate forze di contrasto alla mafia e un apparato giuridico antimafia che non trova pari in Europa. E nei vertici antimafia emerge proprio questo, ossia che l’Europa, i Paesi europei, non comprendono la necessità del carcere duro per i mafiosi (41bis) o l’associazione a delinquere di stampo mafioso. In alcuni Stati esiste il reato di associazione a delinquere, ma non di stampo mafioso, che è cosa ben diversa. Ecco, il discorso relativo alle zoomafie si innesta sul substrato criminale italiano e lo rende particolare. In altri Paesi non mancano certo i combattimenti fra cani o altre attività di sfruttamento degli animali, ma, a parte qualche caso sudamericano, non mi risulta che esistano intrecci così forti con la criminalità organizzata. Può trovare bande che organizzano combattimenti fra cani, ma senza collegamenti con clan che controllino il territorio. E’ vero che, anche in Italia, non tutte le attività criminali riconducibili agli animali richiamano la regia occulta della Camorra o di Cosa Nostra, così come precisa la definizione di zoomafie, là dove parla di gruppi che, pur condividendo lo stesso substrato socio-culturale mafioso, non sono giuridicamente ascrivibili ad associazioni mafiose, ma che hanno, comunque, mezzi, strutture assimilabili a quelli dei clan malavitosi, che esercitano la stessa capacità di intrecciare rapporti collusivi con apparati della pubblica amministrazione (addetti ai controlli ecc.). Insomma, gruppi che hanno come modello di riferimento quello mafioso. L’uso della violenza è lo stesso; se lei scommette sui cavalli da corsa e non paga, gliela fanno passare liscia?

D) Può dirci se ci sono stati cambiamenti nelle tipologie di reati da quando lei ha iniziato a studiare questo fenomeno? Qualcuno è diminuito, qualcuno è in forte crescita?

R) Qualsiasi fenomeno criminale è cangiante e si adegua ai mutamenti della società. La criminalità organizzata è abile a trovare nuove forme di business indotte da tali mutamenti e a individuare gli spazi vuoti lasciati dal sistema. Laddove cambiano le condizioni, cambiamo i reati, laddove c’è maggiore attenzione, c’è magari un atteggiamento più larvato, come è capitato alle lotte fra cani dopo l’introduzione della nuova legge che li considerava illegali (legge 189 del luglio 2004). Certo, rispetto a quando ho iniziato a lavorar sul campo, sono sorti nuovi reati, come il già più volte richiamato traffico dei cuccioli; con l’eccezione dei cinodromi, che di fatto sono scomparsi, tutte le attività di trent’anni fa esistono ancora. La novità, come ho accennato poco sopra, è data da un nuovo fronte criminale, ossia la pesca di frodo nelle acque interne, nelle acque fluviali del Nord Italia. Si tratta di un’attività assente sino a un paio di decenni fa, ancora poco nota, portata nel nostro Paese da persone dell’Est. Ho avuto modo di verificare nel corso di ispezioni con la polizia di Ferrara o di Mantova la forza penetrante di queste bande organizzate, spesso con una struttura militare (non di rado si tratta di ex militari dell’Europa orientale), che devastano le acque, avvelenano attraverso sostanze venefiche, che adottano elettro-storditori per i pesci, che minacciano i pubblici ufficiali deputati al controllo del territorio, che rubano motori, barche e che, come già detto, muovono interessi enormi, portando però alla diminuzione della fauna ittica negli affluenti del Po. Va detto, per inciso, che questo reato, nuovo e pericoloso, sembra scuotere meno le coscienze. Si tratta del retaggio di una certa cultura per la quale il moto d’affetto o di empatia vale per il cagnolino, ma non per il pesce. Se ci pensa, quest’ultimo non ha diritto neanche a un’identità: ci domandiamo quanti cani ci sono in auto, mentre, parlando di fauna ittica, ci domandiamo quanti chili di pesce ci siano. E dimentichiamo, così, che anche il pesce è un essere senziente, che soffre, che è un essere che vive in un habitat, in un mondo diverso dal nostro e viene buttato, per così dire, su un altro pianeta.

D) Abbiamo visto il fenomeno zoomafie e le sue specificità, le tipologie di reati, gli interessi economici in gioco. Spostiamo il focus sulla società civile. Qual è la percezione dell’opinione pubblica riguardo questo ambito? Rispetto al suo esordio, è cambiata la sensibilità collettiva?

R) Guardi, se non avessi riscontrato cambiamenti di mentalità o di sensibilità, avrei dovuto suicidarmi. A parte gli scherzi, i cambiamenti ci sono. Uno dei momenti più importanti per me è stato quando, nel 2007, il vocabolario Zanichelli ha introdotto ufficialmente la parola zoomafia nel dizionario della lingua italiana. Mi vennero i brividi, perché quell’inserimento significava aver aperto una breccia nel mondo culturale, aver cambiato, in qualche modo, la cultura di un paese. Fonte di soddisfazione, in questo senso, è stato vedere il termine adoperato nelle relazioni dei vertici antimafia, nelle relazioni annuali della DIA in Parlamento; ho saputo che, di recente, il Vaticano ha creato un dipartimento per lo studio del fenomeno malavitoso (“Liberare Maria dalla Mafia e dal potere criminale”) che si interessa anche di zoomafie. E questo è un cambiamento. Alcuni provvedimenti giuridici, riscontrabili nella legge 189, hanno introdotto nuovi reati che partono proprio dalla consapevolezza dell’esistenza di reati contro gli animali, dietro i quali reati ci sono le mafie, e della necessità di attivarsi contro tali reati attraverso quella categoria concettuale. E’ il caso, ad esempio, della legge sul traffico dei cuccioli, che è articolata proprio sul contrasto a un’attività metodica, organizzata, criminale, continuativa.

D) Il suo termine è stato, quindi, sdoganato a livello culturale, mediatico, così come a livello giuridico e anche all’interno della metodologia investigativa. Ma qual è la posizione dell’uomo comune?

R) Sicuramente è cambiato qualcosa anche nella sensibilità comune. Nel 2001, nel corso di una trasmissione televisiva di cui ero ideatore, facemmo delle interviste alla gente ponendo la domanda: “cos’è la zoomafia?”; le risposte risultavano, talvolta, esilaranti, perché il termine era ignoto. Magari oggi non si conosce quell’espressione in maniera puntuale e precisa, ma esiste una più diffusa consapevolezza che dietro a certi fenomeni, a quello che definisco il maltrattamento organizzato di animali, ci siano le mafie, ci siano dei gruppi criminali. La gente lo sa, sa che altre attività quali la macellazione clandestina, l’abigeato, l’adulterazione di prodotti alimentari ci sono interessi della criminalità organizzata. Peraltro, vale la pena notare che, in questo come in altri casi, si tratta di reati che riguardano anche la sicurezza e l’ordine pubblico, oltre che la sanità pubblica.

D) A suo giudizio, questa maggiore consapevolezza si è tradotta in una serie di comportamenti più corretti nei confronti degli animali da parte della società civile?

R) In parte sì, Ad esempio, proprio oggi, è arrivata la segnalazione della detenzione di un falco; e ciò indica la coscienza che dietro a questo tipo di animali esistono dei traffici illeciti. Tuttavia, non sono del tutto sicuro che tutto ciò si traduca in un maggiore e più generalizzato rispetto per gli animali. Ritorno a un concetto già espresso: se si parla di cani e di gatti, nella quotidianità, c’è sicuramente un’aumentata sensibilità. Pensi allo stesso Bolsonaro, che, di recente, ha firmato una nuova legge che punisce in modo più rigoroso i maltrattamenti contro i cani e i gatti; detto questo, il presidente brasiliano manifesta una diversa e minore sensibilità in altri casi, sappiamo tutti come si comporta verso l’ambiente, verso altre specie, verso i nativi americani. Il prof. Vallauri (docente di filosofia del diritto all’università di Firenze e attivo nella LAV) usa un’espressione interessante a proposito di questa linea discriminante, parla di “animali signorini”, riferendosi a cani e gatti; ma chi si preoccupa del maiale che va al macello, chi si preoccupa della mucca che viene trascinata perché non si regge sulle gambe, chi si preoccupa della fauna selvatica che viene stanata e macellata sul posto, chi si preoccupa dei pesci? Certamente, rispetto a vent’anni fa, la sensibilità generale è aumentata, basti pensare alle scelte alimentari, al superamento di certi spettacoli che esistevano sino a una decina di anni fa; tuttavia, circa il passaggio da una maggiore consapevolezza a comportamenti generalizzati di maggior rispetto per gli animali non ho elementi solidi per rispondere.

D) Potrebbe dirci ancora quali sono, a suo giudizio, le più evidenti criticità nel contrasto alle zoomafie?

R) In senso operativo, bisognerebbe innanzitutto riformulare la normativa penale verso gli animali. Sicuramente in termini di sanzioni, che andrebbero riviste; ad esempio, non è previsto l’arresto in fragranza di reato anche per chi uccide con crudeltà un animale e questa è una cosa inaudita. La normativa dovrebbe, inoltre, rivedere alcuni strumenti per consentire alle forze dell’ordine di intervenire con maggior efficacia. Capisco perfettamente la necessità, prevista dal nostro ordinamento giuridico, di inserire un agente sotto copertura all’interno di certe attività illecite quali il traffico di armi, di droga, il recente traffico di marchi o di prodotti, legato alla contraffazione; quest’ultima attività sicuramente colpisce gli interessi di grandi multinazionali, che certamente vanno tutelati, Ma non capisco allora per quale ragione tale possibilità non sia fornita a chi investiga in attività zoomafiose, perché non ci sia modo di infiltrare un agente provocatore all’interno dello scommesse clandestine sulle corse dei cavalli. Inoltre, mi pare che sia spuntato, poco incisivo, l’arsenale per quanto riguarda i crimini contro gli animali legati alla Rete. Bisogna individuare, quindi, strumenti nuovi e più efficaci, senza dimenticare che parliamo di animali. Un conto è sequestrare una partita di cocaina, un tir di auto, un conto è sequestrare dieci cani o dieci cavalli; io questi cavalli li devo mantenere, non li posso mica mettere in un garage, devo preoccuparmi delle spese di mantenimento. Dunque, c’è un problema serio anche di gestione dell’oggetto degli animali sfruttati nelle attività illecite.

D) Le pongo una domanda interessata, da insegnante, forse retorica: la scuola può essere utile nel contrasto alle zoomafie?

R) Sì, indubbiamente sì. Ho avuto modo di entrare nelle carceri minorili, di parlare di delitti contro gli animali. E’ vero che quei ragazzi nel loro percorso vedono anestetizzata la loro empatia nei confronti degli animali, ma il mondo animale può essere sfruttato positivamente per lavorare su di loro, sui loro vissuti, sulla loro emotività, sulla loro stessa condizione. Un ragazzo di un centro di prima accoglienza della giustizia minorile a Napoli, particolarmente esperto in fatto di linguaggio tecnico delle corse di cavalli, a dimostrazione del suo vissuto quotidiano in quella dimensione illegale, durante la visione di un video su un canile lager, si ammutolì prima e poi mormorò tra sé e sé, parlando in realtà per tutti gli astanti: “io sto qua perché ho commesso un reato, ma il cane che ha fatto?”. Aveva associato la propria condizione di carcerato a quella dell’animale.

D) Un’ultima domanda, dott. Troiano. Lei è pessimista oppure ottimista riguardo il contrasto alle attività zoomafiose?

R) Non posso permettermi di essere pessimista, perché ho la pretesa di trasformare i miei ideali in atteggiamenti concreti, perché voglio, anche poco, modificare il mondo in cui vivo che non brilla per bellezza; non è il migliore dei mondi possibili, in questo senso sono volterriano. E per dare forma a questo cambiamento è necessario adottare atteggiamenti coerenti. Ho ricevuto per le mie attività minacce e aggressioni e tuttavia devo essere coerente: non vado in certe pizzerie o in certi caffè che appartengono a delinquenti o frequentato da persone legate alle organizzazioni criminali. La vera rivoluzione educativa è la coerenza, perché puoi essere perfetto a parole, ma se pecchi di incoerenza, vanifichi tutto il lavoro di una vita. E la coerenza è ciò a cui tengo di più.


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