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Integrazione contro identità

L’intento di questo intervento consiste nell’approcciarsi ad una cultura del pluralismo che comprenda tra i suoi obiettivi: solidarietà come sinergia delle forze sociali ed istituzionali in campo; riconoscimento dell’alterità culturale quale risorsa dello sviluppo di un’ottica democratica; integrazione intesa come momento di empatia e non di mera assimilazione dell’altro nel paese ospitante.
di Erminia Bosnia - mercoledì 29 aprile 2020 - 566 letture

PREMESSA

L’intento di questo progetto nasce da un’affermazione di Nicolae Gheorghe, attivista per i diritti dei rom che denuncia con rabbia i tentativi dei politici europei di definire i rom nomadi e criminalizzarli (Da “nomadi” a imprenditori [1] dove afferma che: "La migrazione di massa dei rom dopo l’ingresso nell’Unione europea è stata asservita all’obiettivo di spingere i rom lontano dalle comunità locali". L’approccio romeno è quello di sottrarsi alle responsabilità nei confronti dei cittadini rom "europeizzando" il problema, cioè "scaricando il problema sulle istituzioni europee e gli altri stati membri". L’unica soluzione possibile è "spingere le abilità e il dinamismo dei rom verso l’imprenditoria legittima: lavoro indipendente, cooperative familiari, commercio internazionale di artigianato e altre attività economiche che rientrino nel contesto europeo di circolazione libera di capitali, beni, servizi e individui".

La rete internet offre, all’osservazione di chi reputa che i ROM godano di diritti umani, sociali e civili che solo la xenofobia può travisare e nascondere allo sguardo delle popolazioni ospitanti, le soluzioni che alcuni Comuni stanno adottando nell’ottica di una mitigazione delle percezioni razziste volute dai mass-media asserviti al potere del “dividi et impera” come ad es. Il comune di Cagliari ha adottato una soluzione molto particolare per risolvere il problema dei Rom. Le famiglie verranno sgombrate dal campo nomadi, che verrà riqualificato, ed alloggiate in appartamenti scelti dal comune che ne pagherà l’affitto almeno per un anno. I bambini andranno a scuola e i genitori verranno avviati ad un programma di inserimento nel mondo del lavoro. Secondo l’amministrazione questa soluzione costerà meno della gestione ordinaria del campo nomadi [2] Uno dei punti fondamentali della Strategia nazionale di inclusione di rom, sinti e camminanti 2012-2020, coordinata dall’UNAR in qualità di Punto di contatto nazionale, è il diritto all’abitare. Muovendo dalla considerazione che l’inclusione dei rom comporterà non solo vantaggi sociali, ma effetti positivi sul piano economico, sia per i rom che per l’intera società, garantire la rimozione delle discriminazioni nell’accesso alla casa rappresenta una priorità per permettere ai rom di partecipare alla vita economica, sociale e culturale del Paese [3]

Eppure, un modo per fare giustizia di tutti i preconcetti, i luoghi comuni, le becere (e comode) generalizzazioni di questi tempi c’è: basterebbe provare a risolvere il problema anziché agitarlo come una clava. A Messina, nel quinquennio 2013-2018 nel quale sono stato sindaco, la mia Amministrazione ha attivato diversi progetti mirati alla comunità ROM, intercettando finanziamenti del “PON Inclusione per Rom” (99 mila euro), finalizzati ad “interventi sui contesti abitativi e scolastici” e assistenza “educativa domiciliare”, e del “PON Città Metropolitane-Asse 3 Inclusione Sociale” (quasi un milione e mezzo di euro) per “Interventi e azioni sulla marginalità estrema con azioni inclusive per la comunità Rom”. Il progetto “Rom Empowerment” verteva sull’assistenza educativa per i minori; la mediazione; l’inserimento professionale e lavorativo per gli adulti; l’impresa sociale [4]... A Messina, praticamente tutti i piccoli Rom vanno a scuola con una percentuale di dispersione ormai trascurabile, anzi sono state le stesse famiglie Rom a chiedere di accedere al doposcuola (che viene svolto insieme ai bambini “italiani”).

In definitiva, se vogliamo risolvere “il problema dei Rom” dobbiamo prima risolvere il NOSTRO problema. La paura dell’altro, del diverso, che ci impedisce di vedere semplicemente che aiutare qualcuno, favorire il suo inserimento nella società non ci toglie necessariamente qualcosa [5]. Piero Soldini inoltre introduce anche un altro discorso legato alla necessita’ di arrivare ad un censimento della comunità rom, suggerendo che un tale obiettivo si potrebbe raggiungere attraverso un’autodichiarazione volontaria. Ciò avverrebbe non allo scopo di essere schedati, per di più su base etnica/razziale, ma per creare un corpo elettorale, che dia ai rom un modo nuovo per esercitare un proprio diritto, ma che rappresenta al contempo anche un’assunzione di responsabilità e una dichiarazione di identità, ponendo rom e sinti nella condizione di riconoscimento reciproco con la maggioranza. … Uno dei problemi che in passato ha ostacolato la partecipazione attiva e’ il problema delle risorse. Molti rom e sinti vogliono impegnarsi nel sociale, ma spesso non possono per i costi delle spese [6].

Motivazione

Cristian Delcea. Un giornalista si cala nei panni di uno zingaro per comprendere meglio il "problema" che divide l’Europa. E scopre che il disprezzo per la diversità è forte, ma la discriminazione è dovuta soprattutto alla povertà… Quest’anno sono stati espulsi dalla Francia ottomila zingari romeni, anche se la metà di loro vi ha già fatto ritorno. Quali speranze hanno di essere accolti in Romania? [7]. Sostenevo in una mia riflessione, in un saggio dal titolo “La globalizzazione può interpretare i diritti umani? [8]” che: Il problema che ci poniamo è come poter considerare tutti gli stranieri in modo massificante, quando gli “altri”, oltre le proprie specifiche individualità, rappresentano varie zone della Terra e, quindi, necessità e mondi culturali diversi. Il precetto che definisce la legge è uguale per tutti è già stato opinato da Don Milani: “Non c’è ingiustizia maggiore che fare parti uguali tra disuguali”. E gli stranieri nella nostra società sono considerati dei disuguali, con qualche piccola eccezione per i rifugiati politici, e pertanto sono soggetti a grosse limitazioni nell’accesso sul nostro territorio e, solo dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno, che varia secondo la motivazione della richiesta, saranno tutelati dalle disposizioni umanitarie, che comprendono: ricongiungimenti familiari, tutela sanitaria, penalizzazione di qualsiasi forma di sfruttamento degli stranieri, salvaguardia dei diritti dei minori, diritto al lavoro ed allo studio. In effetti, un’ondata migratoria mette una comunità preesistente di fronte ad una dimensione nuova quale la ridefinizione della propria identità e di conseguenza l’esplicazione del diritto di cittadinanza, che preferibilmente è concesso a seguito di matrimonio. Allo stato attuale sembrerebbe che esistono tre tipi ideali di cittadinanza.

Il modello “etnico” , come ad esempio in Germania, dove si escludono le minoranze immigrate, poiché non se ne riconosce la discendenza in quanto non appartenente alla razza originaria. Esso rappresenta un modello che tende all’esclusione dello straniero, e che lo tollera solo per il lavoro prodotto, quindi una mera partecipazione economica. Esiste il modello “repubblicano” che concede anche forme di naturalizzazione, ma il cui processo è esplicabile su lunghi periodi ed al costo di una rinuncia pressoché totale della propria origine culturale. Questo modello è di tipo assimilativo, e l’esempio ci viene fornito dalla Francia, che, però, non è esente da forti contraddizioni interne. Con il terzo modello, definito “multiculturale”, si rispettano le differenze culturali e la formazione di comunità etniche, anche se viene richiesta l’adesione a valori comuni. Australia e Canada si avvicinano molto a questo modello, mentre Gran Bretagna, Paesi Bassi, Svezia e Stati Uniti ne mutuano alcuni elementi [9]

Nei primi due modelli agisce il modello dell’invisibilità sociale a cui vengono sottoposti i gruppi estranei all’etnia originaria, quando non è proprio scontro aperto. D’altronde la definizione di gruppo è quanto mai vaga perché si può considerare “gruppo” da poche persone a tutta la società [10], formatosi su caratteristiche specifiche formali od informali o su affinità condivise, ed ogni individuo può partecipare contemporaneamente a più gruppi di cui ne deve condividere le regole, pena l’esclusione. Gallino afferma che esistono tre forme possibili: associativa, politica, psicologica, con le quali può avvenire questo processo che si oppone al fenomeno della marginalità [11], ma alla base delle quali agisce l’intenzione di essere inseriti, accettando, in tutto o in parte, delle norme preesistenti. L’integrazione, quindi, sottende un processo di assimilazione culturale dettata dal gruppo dominante, mentre, con la globalizzazione si comincia a riflettere sulla differenza culturale come valore e come risorsa, sulla spinta all’educazione alla creatività che avviene accettando il diverso da noi. Questo è un processo molto difficile da diffondere a livello di massa, anche se le attuali tecnologie multimediali e il mondo di Internet stanno spingendo verso “un’apertura” delle conoscenze. In effetti, il problema dell’intercultura è ravvisabile nell’incommensurabilità che esiste tra culture differenti che significano incomprensione ed angoscia di referenza e rappresentazioni [12], esperienze che il mondo occidentale ha vissuto con il colonialismo e l’antisemitismo. A parte che, vittime di una memoria eurocentrista, conserviamo, ancora, l’”abitudine culturale” di pensare agli altri partendo dalla nostra cultura.

Target

L’interessamento alla comunità rom espresso in questa riflessione nasce dall’intento di centrare l’attenzione rispetto ad un’etnia che convive nel nostro paese almeno dall’XI secolo, che per le sue caratteristiche di vita nomade ha subito un eccidio nella II Guerra Mondiale di almeno 1.500.000 di vite come dato approssimativo, dovuto all’impossibilità di un censimento realistico poiché non si conosce il numero effettivo di vite umane. E’ una popolazione disseminata in tutta Europa che continua un modus vivendi sicuramente non adeguato all’attuale struttura post-industriale che si osserva in Occidente. Le loro refrattarietà ad una collocazione di vita sedentaria e “produttiva” li rende invisi anche la paese di “nascita” la Romania, come precedentemente descritto nell’esperienza di Cristian Delcea, e per questa loro precipuità si rende difficile la “mondo civile” anche un preciso riconoscimento dei bisogni, tale da poter indirizzare le azioni delle Istituzioni e degli Enti amministrativi in tutte le città ospitanti, relegandoli spesso a vivere ai margini delle città in baraccoppoli, in modo da rendere “invisibile” la loro presenza.

Analisi dei bisogni

Un popolo che ha scelto, a discapito della modernizzazione, di continuare uno stile di vita che ora mal si adatta alla relazione funzionale espressa nei secoli addietro, pensiamo al ruolo di maniscalco e saltimbanco, che aveva una sua ragion d’esistere nelle società contadine a struttura anche urbana dell’Europa fino all’800, è facilmente emarginabile in una struttura centrata sul lavoro terziario e sul dominio della moneta quale unica merce di scambio, per cui diventa preda di una vita fondata sugli espedienti al di fuori della legge, poiché non trova una sua collocazione nemmeno per i lavori ormai rifiutati dagli italiani. Una nazione come l’Italia di origine interculturale [13], può nella sua flessibilità comunque riscontrare difficoltà di adattamento e riconoscimento delle diverse etnie se l’amministrazione di ogni città non riesce a sviluppare un modello di scambio bilaterale affinchè l’integrazione non diventi mera oppressione dell’altro diverso da noi, anche con tutte le problematiche interne di tipo economico-sociale.

Considerando l’articolo già citato in merito a come sottolinea Soldini operazione di organizzazione delle comunità delle città e delle regioni, poi hanno costituito un coordinamento fra le comunità territoriali, e questo coordinamento nazionale e’ diventato l’autorità che tratta oggi con lo stato italiano. Al fine di comprenderne le istanze partendo dagli stessi e non calando dall’alto le scelte, può essere un primo passo verso un dialogo interculturale nel quale stabilire limiti e confini dell’azione, che se agita solo di tipo assistenziale riesce solo a cristallizzare lo status quo. Io aggiungerei fino all’attuale xenofobia che si sta osservando come fenomeno storico-culturale contemporaneo di recente, fomentato da frange socio-politiche e non giustificato da una storia secolare di convivenza pacifica con diverse popolazioni, al punto che alcune nostre regioni sono “bilingue”!

Ma la stessa permanenza del vernacolo che convive pacificamente con la lingua nazionale è l’espressione di un riconoscimento culturale delle “minoranze” come risorse, anzi oggi si promuove la riscoperta delle tradizioni locali per lo sviluppo della cultura della tolleranza nel mondo globale. Analisi delle risorse Per intervenire e promuovere uno sviluppo della relazione tra comunità differenti si potranno mettere in campo due differenti strategie partendo dalle risorse esistenti:

1- “Cura dell’altro” . E’ ipotizzabile la presenza nel campo Rom di forze provenienti dal privato sociale dove le associazioni operanti si occuperanno nello specifico della cura dell’alfabetizzazione sanitaria e scolastica degli adulti, coadiuvando la fase dell’accompagnamento e dell’inserimento dei bambini/adolescenti a scuola per la riscoperta della propria identità all’interno di una cultura ospitante.

2- “Riscoperta/ristrutturazione del proprio passato”. E’ ipotizzabile che le Amministrazione comunali delle città metropolitane diventino lo start per la creazione di momenti di scambio tra Rom e popolazione cittadina che passino attraverso momenti di “festa” dove prodotti tipici e manufatti appartenenti alla cultura della tradizione Rom siano esposti e venduti al pubblico partecipante in modo da promuovere la dignità delle proprie esperienze storico-culturale.

Musica, artigianato, cucina, feste tipiche hanno sempre rappresentato lo scambio per eccellenze tra etnie a contatto!

Fase temporale

1-fase del contatto e delle conoscenza con le istituzioni e le associazioni; ricerca e contatti con le altre città italiane per la condivisione delle strategie esistenti

2- Organizzazione pubblica

3- Dopo un feed-back sul risultato delle proposte fino all’estate e presentazione alla cittadinanza del programma d’azione.

4- Pubblicazione dell’esperienza e diffusione della ricerca azione.

Obiettivi

L’intento di questo intervento consiste nell’approcciarsi ad una cultura del pluralismo che comprenda tra i suoi obiettivi: solidarietà come sinergia delle forze sociali ed istituzionali in campo; riconoscimento dell’alterità culturale quale risorsa dello sviluppo di un’ottica democratica; integrazione intesa come momento di empatia e non di mera assimilazione dell’altro nel paese ospitante. La “pretesa” è la sperimentazione di un modello inter-relazionale nel quale far emergere le specificità degli ospiti in un’ottica di collaborazione flessibile dove inserire nuovi indirizzi di politica socio-economica partendo dalla trasformazione storica osservabile nell’etnia Rom. Valutazione Un monitoraggio mensile sulle attività svolte, gli obiettivi raggiunti è presentabile attraverso dati quantitativi e non solo qualitativi di cui si presenterà più precisa esplicazione dopo l’approvazione della bozza d’intervento.

[1] https://voxeurop.eu/it/content/article/383561-una-settimana-da-rom

[2] https://www.ilgiornale.it/news/cronache/cagliari-comune-paga-casa-ai-rom-piscina-idromassaggio-e-829202.html

[3] www.unar.it › uploads › 2014/01 › LIL-3-41

[4] https://www.pressenza.com/it/2019/04/risolvereil-problema-dei-rom- e-risolvere-il-nostro-problema/

[5] Idem

[6] https://era.ong/verso-il-riconoscimento-delle-lingue-rom-e-sinti/

[7] http://www.suglizingari.it/rassegna-stampa/romania-una-settimana-da-rom

[8] in: N. Ammaturo e M.A. Selvaggio (a cura di) Globalizzazione e cittadinanze C.E.I.M. Editrice Novembre 2006

[9] art. di riferimento in Nigrizia dal titolo: Mille radici una sola umanità pagg. 39-40

[10] Gallino, L.: Dizionario di sociologia pagg. 329-331 passim

[11] Gallino, L.: op. cit. pag. 379

[12] Bhabha: Dissemination. Time,…pag.163 cit. in De Chiara, M.: Percorsi nell’oblio pag. 19

[13] Bosnia, E.: La globalizzazione può interpretare i diritti umani? Pubblicazione Citata

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