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Infortuni sul lavoro. Nuovi padroni, vecchi sistemi


La "modernità" del nuovo corso Fiat non impedisce vite spezzate in fabbrica
martedì 18 marzo 2008, di Adriano Todaro - 853 letture

Nei primissimi giorni del luglio 2007, è andato in onda sulle Tv, lo spot della Fiat per il lancio della nuova 500. Uno spot illuminante, costato 6 milioni di euro. Il claim finale diceva: “La nuova Fiat appartiene a tutti noi”. Slogan molto efficiente che stava a cappello di novanta secondi di racconti per immagini, parole e immagini degli ultimi 50 anni. Colonna sonora di Giovanni Allevi, “pezzi” di film di Giuseppe Tornatore, fotografie del bravissimo Mauro Vallinotto.

Uno spot con una carica emozionale molto forte ideato, sembra, dallo stesso Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat. In quel periodo i grandi commentatori dei giornali hanno sottolineato che solo Marchionne poteva concepire uno spot del genere, perché lui rappresentava il moderno, il nuovo corso della Fiat, uno spot impossibile da concepire al tempo di Cesare Romiti, lo “sciafela leun” (lo schiaffeggia leoni). E non solo perché i tempi non sono quelli degli anni Ottanta, ma perché c’è una diversa cultura, una diversa interpretazione di cosa si vuole ottenere con il messaggio pubblicitario.

Così ci hanno spiegato gli opinion leader, facendoci notare come anche il vestire era all’insegna dell’efficientismo informale. Via gli abiti grigi e le cravatte e sotto con i maglioncini. E così Sergio Marchionne, davanti a 1.200 giornalisti accorsi da tutto il mondo, si presentava con il maglioncino girocollo e Luca De Meo, amministratore delegato della Fiat internazionale, in pantaloni bianchi e felpa.

Ma sono le parole che, soprattutto, dimostrano il nuovo corso. “Si è detto spesso – affermava Marchionne – che ciò che va bene per la Fiat è bene per l’Italia… Credo sia più vero il contrario: ciò che è bene per l’Italia è bene per la Fiat. Quello che possiamo fare noi è impegnarci a dare il nostro contributo per creare una società migliore”.

Mi è venuto in mente questo episodio mentre nei giorni scorsi sono stato colpito da alcune notizie che riguardano la Fiat. A Pomigliano d’Arco – nella fabbrica Fiat che Marchionne ha voluto titolare al filosofo Gianbattista Vico – il 24 ottobre 1999 è morto Evangelista Spinosa per aver respirato amianto durante le ore di lavoro. Per quella morte, pochi giorni fa, sono stati condannati due dirigenti Fiat a due anni di reclusione senza le attenuanti.

Spinosa aveva lavorato in quello stabilimento, asso nella manica del piano Marchionne per il rilancio della Fiat nel Mezzogiorno, per 23 anni. Il tumore che l’ha aggredito, è il mesotelioma provocato dall’esposizione alle fibre aerodisperse dell’amianto.

Anche Antonio Stramandinoli, 37 anni, lavorava nel gruppo Fiat, esattamente alla Comau di Chivasso. Lui non è morto per tumore, ma per un infortunio. Dopo due ore di lavoro, a mezzanotte di qualche giorno fa, una pressa si è bloccata e il manutentore Stramandinoli ha tentato di farla ripartire. Per guadagnare tempo, l’impianto, in questi casi, non viene bloccato e il manutentore ha tentato con un palanchino di riattivare la produzione. Mentre guardava e cercava di capire il perché del blocco, la pressa è improvvisamente ripartita, l’ha travolto e gettato a qualche metro di distanza. E’ morto sul colpo.

A Mirafiori, negli ultimi mesi, altri due gravi incidenti, per fortuna non mortali. In lastratura un manutentore è rimasto “pinzato”; alla costruzione stampi, un altro, è stato travolto da una scocca che si è staccata dalla linea.

Sempre nel torinese, ma la Fiat qua non c’entra, alla Berco, Luigi Rocca, 39 anni, si è impiccato. Era un operaio interinale e intermittente e si è ucciso quando il padrone gli ha detto che il contratto non sarebbe stato rinnovato. Ma chi è la Berco? Non è altro che una delle tante aziende della multinazionale tedesca che risponde al nome di ThyssenKrupp diventata famosa per il terribile incidente in cui persero la vita 7 operai.

E’ questa la vita nelle fabbriche. Ogni giorno si muore. Ogni giorno bisogna fare più presto, lavorare di più, produrre di più. I bassi salari invitano agli straordinari, a lavorare di notte, dunque, a rischiare la vita. In nome della cosiddetta modernità si sottoscrivono patti fra i produttori, si scopre la convergenza tra capitale e lavoro, si mettono nella stessa lista elettorale l’ex presidente di Federmeccanica e l’operaio superstite della ThyssenKrupp.

Alla Comau i lavoratori avevano chiesto un accordo-quadro sulla sicurezza, ma la Fiat l’ha sempre negato. In fondo quanto può contare Antonio Stramandinoli per la Fiat? E a chi può importare se Luigi Rocca si è suicidato perché non riconfermato al lavoro?

Si muore in fabbrica e si muore perché non si può andare in fabbrica. Ecco la contraddizione, il paradosso di questa società. Sergio Marchionne indosserà pure i maglioncini girocollo, ma nella sua fabbrica le regole sono quelle ottocentesche. “Quello che possiamo fare noi è impegnarci a dare il nostro contributo per creare una società migliore”.

Già, una società migliore. Forse la volevano anche Antonio e Luigi. Ma il lavoro ha ucciso uno e la mancanza del lavoro l’altro. Uno a 37 e l’altro a 39 anni.

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