I turisti occidentali hanno un’idea spesso
molto estesa dei propri diritti. Ne avranno una ugualmente ampia dei diritti
di chi non ha più niente, e magari aveva casa e cose a poca distanza da una
piscina, da un bar, da una sala-massaggi? Un articolo di Michele serra
In vacanza con l’orrore /
di MICHELE SERRA "la Repubblica", 3/01/2005
Dalle zone del maremoto cominciano ad arrivare immagini diverse dalle pire,
dai corpi irrigiditi, dallo strazio dei superstiti, dallo sfasciume lasciato
sulle rive dalla risacca micidiale. Sono le istantanee del turismo che
ricomincia, o che non si è mai fermato: bagnanti occidentali sdraiati al
sole, "segnorine" dei locali tailandesi che invitano ammiccanti alla notte,
comitive che sbarcano sorridenti dai loro charter prepagati.
Sarà anche la vita che continua, sarà anche il rispettabile bisogno di non
interrompere il prezioso flusso di valuta, sarà che la natura, chiesto e
ottenuto l’attonito rispetto degli uomini dopo il suo catastrofico sussulto,
continua a dispensare, come sempre, la sua smagliante e quieta luce.
Resta il fatto che molte di quelle immagini sembrano fotomontaggi, con
l’alito della morte che permea ancora i luoghi, la linea d’ombra dello
tsunami che segna i muri a due metri di altezza, l’incrocio paradossale
(negli aeroporti, sulle spiagge, tra gli uomini) tra catastrofe e svago che
incombe ovunque.
Difficile, molto difficile moraleggiare sul da farsi, anche alla luce del
fatto che dalle autorità locali arrivano messaggi spesso opposti, quasi
dissociati, in Tailandia invitano i turisti a tornare in fretta nei loro
Paesi, a Sri Lanka chiedono ai turisti di rimanere.
Resta l’evidente malessere (e mica sottile, anzi spesso e ingombrante) di
una presenza leggera e oziosa, come quella dei turisti, in mezzo a un
gigantesco cimitero, ancora fumante dei suoi fuochi frettolosi. Può darsi
che, sui labbri cancellati della terra, il turismo rappresenti una delle
tante forme possibili di soccorso, e una rassicurazione per i superstiti: ma
con quale animo e quali aspettative migliaia di occidentali accettino di
bagnarsi in quel mare, e divertirsi su quelle spiagge, rimane un mistero
piuttosto fitto, che moltiplica fino quasi al paradosso il mistero più
ordinario della festosa presenza degli uomini ricchi che si riposano e si
svagano in mezzo alla gente povera.
Chiunque sia andato in vacanza nei Paesi dell’Africa, dell’Asia,
dell’America Latina, a meno di possedere una speciale immunità alle domande
ovvie, è stato costretto a confrontarsi con sperequazioni di vita spesso
clamorose, villaggi turistici confortevoli in mezzo a lande di precarietà e
miseria, alberghi scintillanti in mezzo all’opaco vivacchiare degli esclusi.
Imbarcarsi oggi su un charter per il Sud-Est asiatico non può non
costringere a chiedersi se in quegli aeroporti, per caso, qualcuno non stia
aspettando ben altri carichi, soccorso medico, cibo, vestiti. Vivere laggiù,
tra i palmizi incolumi, sapendo che a pochi chilometri manca l’acqua
potabile o un ricovero per gli scampati, dev’essere una prova psicologica
non facile, e comunque non esattamente in tono con lo spirito vacanziero.
È stato detto che il turismo, laggiù come altrove, è una risorsa decisiva, e
che una carta di credito è una forma dannatamente concreta di aiuto. Ma
ridurci a portatori di valuta, ignorando l’impatto che la nostra presenza
benestante produce su quei Paesi, specie in un momento terribile come
questo, forse però è leggermente meschino, e per giunta molto riduttivo
proprio nei confronti delle nostre speciali responsabilità di ricchi. È
ancora fresca l’eco delle polemiche per i primi, ridicoli stanziamenti
decisi da governi di Paesi che con quei soldi non riescono a pagare nemmeno
mezzo aereo da caccia, o a riasfaltare cinquanta chilometri di autostrada.
Le cifre sono poi state corrette, e di qualche zero, ma la tecnologia e la
potenza economica dispiegate in molte altre occasioni - quelle belliche sono
l’inevitabile paragone - fanno impallidire il gruzzolo raccolto dai paesi
ricchi per lenire gli effetti di questo macello spaventoso. Sarebbe triste e
parecchio ipocrita che il turismo, per un’interpretazione quantomeno dubbia
del dare e dell’avere mondiale, fosse spacciato come un aspetto risolutivo
del portare soccorso, "vado lì a fare il bagno in piscina così li aiuto a
risollevarsi". Il turismo, a parte il dubbio impatto sociale e culturale
sulla gente del posto, può anche essere, in un momento di emergenza come
questo, un terribile impiccio, sottrarre risorse (penso all’acqua e al cibo,
mica all’olio abbronzante e al deltaplano) a indigeni che ne avrebbero
urgente bisogno, intralciare la logistica di chi organizza gli aiuti,
sovrapporre ulteriori elenchi di nuovi arrivati a quelli, già così precari,
di chi è sparito e viene ancora cercato disperatamente dai parenti lontani.
Un amico pilota dell’Alitalia, costernato, mi ha appena raccontato di avere
dovuto litigare, l’altro giorno in uno di quegli aeroporti, con una famiglia
di turisti italiani che aveva piantato una grana perché voleva rientrare in
patria in prima classe, perbacco.
I turisti occidentali hanno un’idea spesso
molto estesa dei propri diritti. Ne avranno una ugualmente ampia dei diritti
di chi non ha più niente, e magari aveva casa e cose a poca distanza da una
piscina, da un bar, da una sala-massaggi? E comunque sia, chi di noi sarebbe
felice di vedersi fotografare o filmare mentre beve una bibita in bermuda,
mentre alle sue spalle si cercano i morti nel fango?