“Senza
un'ora di sciopero”, come
sottolinea (qui)
il Ministro Sacconi, è stata approvata la riforma delle pensioni che
realizza la parametrazione tra importo della pensione e aspettativa
di vita. Ovvero: ogni tre anni si valuta di quanto sia cresciuta
l'aspettativa di vita, e sulla base di quel dato si modificano gli
importi previsti per i pensionandi. In
realtà, come nota qualche commentatore attento (qui),
l'enfasi sul legame tra pensione e aspettativa di vita nasconde il
fatto che pur lavorando di più
si
percepirà meno
di
pensione. Quindi l'importanza data alla “parametrazione” è come
minimo eccessiva, per non dire proprio sospetta.
Quando,
al contrario, si sono concesse pensioni a giovani – si pensi ai
famosi “baby pensionati”
– non lo si è certo fatto perché
l'aspettativa di vita fosse sensibilmente più bassa, ma per motivi
politici e sociali. E non c'erano solo i “baby”: tutti andavano
in pensione in anni piacevolmente giovanili e, salvo rovesci del
destino, ne avevano davanti tanti da godersi. Questa disparità di
trattamento tra generazioni andrebbe in qualche modo metabolizzata,
affrontata e retribuita - almeno simbolicamente - con qualcosa di
diverso dalle menzogne bipartisan che oggi la giustificano.
Ma
passiamo oltre, e affrontiamo la questione dell'aspettativa di vita
per quello che è. Fingiamo cioè che Sacconi, e prima di lui Dini
(che, sostenuto dal centro-sinistra, fu il primo a introdurre il
principio), stiano parlando sul serio – e che quindi si andrà in
pensione più tardi proprio e davvero perché si vive più a lungo.
Prima
di tutto: c'è
un circolo virtuoso tra condizioni (di vita) e aspettativa
di vita, ma questo rapporto è dinamico: non si tratta di un dato acquisito
una volta per tutte. Si vive a lungo perché si è lavorato e ci si è
pensionati in un regime decente, in una fase storica di abbondanza
piuttosto distribuita. Fare un lavoro di merda, precario, ansiogeno e
farlo fino a un'età indefinita e avanzata non è detto che
garantisca la stessa aspettativa di vita. A meno che non si riesca a
dissociare il concreto ben-essere lungo gli anni della vita dalla
lunghezza della vita stessa. Questo è ciò a cui stanno lavorando
settori della ricerca in campo medico, come dimostra la storia che
vado a raccontarvi - una storia che trovo decisamente inquietante.
Il
nome di Don Verzé non è certo noto quanto meriterebbe. Io lo
accosterei a quello di grandi burattinai della vita pubblica
italiana, ma mi sento un po' solo a farlo – eppure di motivi ce ne
sarebbero in abbondanza. Forse che l'abito talare – indossato
nonostante il don sia sospeso 'a
divinis' (fonte)
– continui a conquistargli un rispetto tutt'altro che meritato? O
sono forse i prestigiosi incarichi che attribuisce al più spocchioso
dei maîtres à penser della sinistra ufficiale (vedi
qui) a consentirgli di avere una copertura politica a tutto
campo? No so. Rimane che se è vero che il Diavolo si interessa
particolarmente a i preti (così dice la Chiesa), beh, suggerirei al
Demonio di prestare attenzione
a questo
don.
Ma il diavolo non ha certo bisogno di suggerimenti.
Che
c'entra don Verzé
con le pensioni? Mica poco. L'ossessione per la lunghezza della vita
muove le attività di ricerca che vengono portate avanti
quotidianamente nel suo arcipelago San Raffaele. Leggiamo questa
intervista rilasciata a Il Giornale nell'anno ancora in corso (qui
l'integrale): «Siamo pronti - dice don Verzè - a lanciare la
prima Scuola superiore in Scienze dell'Uomo».
Obiettivo:
preparare una generazione di scienziati capaci di sconfiggere il
male, di allungare la vita oltre il limite che oggi noi possiamo
immaginare. Don Verzé, ci risiamo con il sogno dell'immortalità?
«Guardi,
il Signore non ha creato la morte e non ha messo la malattia dentro
le nostre viscere [...] Siamo fatti di intelligenza, dobbiamo capire
che cosa è. Non basta la neurologia, bisogna decifrare come si forma
il ragionamento, bisogna analizzare il cervello in attività perché
tutto parte da lì [...] Oggi ci sono macchine di altissima
tecnologia che ci fanno guardare dentro la scatola cranica e ci
permettono di osservare come il cervello vivente risponde a stimoli
specifici, li elabora e prepara delle risposte.» Anche
agli attacchi delle malattie?
«Certo.
Ma è la qualità della vita in generale che potrà migliorare.
Dobbiamo capire che cosa ci spinge a ragionare in un certo modo in
ambito economico e morale, cosa ci consente di apprezzare una certa
musica, di parlare la nostra lingua madre e di impararne altre. Il
cervello è onnipotente. Impareremo a leggere dove è scritto che Dio
esiste.»
Dice
proprio
così, Verzé: “il cervello è onnipotente”. Ma l'Onnipotente non
era un altro, e non era Uno solo? Poi sentite questa, è da
vertigine: “Adamo visse 900 anni, non mi risulta fosse una
macchina, un automa.” Dalla gnosi - dottrina esoterica, iniziatica
ed eretica che sembra permeare il suo discorso catto-scientista -
l'agile vecchietto si getta sulla più banale interpretazione
letterale del testo biblico, come se i 'novecento anni' biblici non
fossero un'indicazione generica di longevità ma proprio novecento
anni di 365 giorni l'uno, più 225 volte circa il 29 febbraio. Da
ogni punto di vista (di credente, di non credente, di marziano, di
collezionista di figurine...) quelle di Verzé sono delle
fanfaronate. Ci manca che dica che suo cugino è amico di Superman e
il catalogo è completo. Ma quest'uomo muove miliardi, sembrerebbe
addirittura condizionare poteri dello Stato (si vedano le sue vicende
giudiziarie su wiki, qui)
ed è amico stretto di altissimi papaveri: così quelle stesse frasi
suonano inquietanti. Quando dice che con “macchine ad altissima
tecnologia” potremo “capire che cosa ci spinge a ragionare in un
certo modo in ambito economico e morale” immagino subito le
conseguenze che questo potrebbe avere in un distretto di polizia,
sala interrogatori. Il
sogno di don Verzé è quello di portare la vita media a 120 anni; su
questo ha costruito il progetto 'Quo
Vadis' (ancora
il Giornale, qui).
Perché proprio centoventi? Beh, più che altro per permettermi di
mettere in mezzo un altro pernicioso vecchio della politica e della
scienza italiana. Questo
qui imperversa a sinistra, “sinistra” ovviamente nel senso di
“inquietante”: si tratta dell'oncologo radioattivo e
termovalorizzante (ed estensore di lettere a Bersani, qui):
“il limite massimo di vita umana, teoricamente corretto, è lo
stesso indicato anche all'ultimo convegno sul Futuro della Scienza,
promosso dalla Fondazione Umberto Veronesi, alla fine di settembre a
Venezia. Ecco allora spiegata la trovata di allungare la vita a tutti
gli italiani proprio fino al limite teorico dei 120 anni [fonte]”
Simile va con simile, si dice... Ma torniamo al prete (sospeso a
divinis) che riceve, per i suoi novant'anni, la visita del Presidente
del Consiglio - altro personaggio che si distingue in classe e
modestia: “il progetto dei 120 anni” – dice il B. (vedi qui)
- “è la media [...] ma quando ci parliamo io e lui ci diciamo che
noi vivremo almeno 30 anni di più.” A queste stupidaggini si
possono aggiungere dettagli virtualmente infiniti, e non sempre si
tratta solo di note di colore. Una delle escort di cui si è tanto
parlato nelle settimane passate (l'ex-assistente parlamentare
accusata di qualcosa che ha a che vedere con il traffico di droga
Perla Genovesi), racconta di aver avuto un incarico di consulenza
fittizio dal San Raffaele nell'ambito di uno scambio di favori tra
politici forzisti e don Verzé (fonte).
Per quanto poi riguarda il centro di ricerca e cura in cui si
svilupperà l'inquietante progetto Quo Vadis, questo si trova in
un'area verde del veronese, fin qui destinata a parco, ma... “gli
amministratori di Lavagno, timorati di Dio [...] modifica[no] il
piano regolatore trasformando l'area da zona E1, vincolata a parco
collinare, in area servizi, aprendo di fatto le porte al progettato
ospedale. L'area è già inquinata dal traffico della statale,
dell'autostrada, della complanare [...] rincariamo la dose. Il
progetto prevede la costruzione di 3,5 chilometri di nuove strade.
Sua Sanità decide dei valori ambientali e urbanistici e gli enti
locali si adeguano. I cittadini votano, don Verzé decide.” (fonte)
E ancora: un'aspettativa di vita degli occidentali a 120 anni
porterebbe nel giro di pochi attimi (minuto più, minuto meno) al
collasso ambientale dell'intero pianeta, e a una guerra senza confini
per il controllo delle risorse. La consapevolezza di ciò non sfiora
neppure le grandi teste di quei vecchi sopraffatti dal narcisismo:
dopo di loro il diluvio...
Per
tornare a noi, dunque: quanti avvoltoi gravitano attorno al risparmio
dell'INPS e dello Stato? Quali trucchetti si troveranno per
modificare e falsare i dati sull'aspettativa di vita? Abbassare le
pensioni potrebbe anche portare a un conflitto sociale, ma dire che
verranno abbassate perché si vive più a lungo potrebbe diventare la
soluzione propagandistica più efficace. Chi potrebbe mai verificare
i dati? E come si intrecceranno questi interessi con le ricerche
faustiane del nostro don?
Infine:
se fosse un bluff? Se avete seguito almeno uno dei link che ho
proposto avrete verificato che tutti danno per scontato che
l'aspettativa di vita crescerà – nessuno dice quanto (a parte i
fanatici dei 120 anni), ma tutti dicono che crescerà. Il migliore
degli articoli che ho letto, quello di Repubblica (qui),
conclude: “il baratro che divide giovani e meno giovani non fa che
allargarsi ulteriormente con i primi costretti a pagare, oltre alle
conseguenze della propria precarità lavorativa, anche quelle della
crescente speranza di vita.” Stessa cosa sostiene il ministro,
ovviamente (lo scopo del provvedimento è tagliare le pensioni
future: se non si desse per scontato un innalzamento dell'aspettativa
di vita non lo si sarebbe fatto); stessa cosa la CGIL: “il
meccanismo innalzerà in modo automatico l’età del pensionamento,
per 'neutralizzare' – si dice così – l’effetto dell’aumento
della vita media sui conti previdenziali.” (qui)
Strano a dirsi, ma nessuno sembra aver controllato i dati. D'altra
parte l'ideologia e il fideismo scientifico correnti affermano che è
di certo così, la vita continuerà ad allungarsi: quindi perché
cercare delle conferme? Un altro motivo per non controllare è che
non è facile farlo: ne ha avuta esperienza qualcuno che c'ha
provato. “E' proprio vero che viviamo sempre più a lungo?” - si
chiede (qui)
Ugo Bardi, che prosegue: “l'altra sera mi è venuto in mente di
andare a verificare. Detto fatto, mi sono messo a cercare i dati su
internet e vi posso dire che trovarli è stata un'impresa veramente
difficile. Non ho trovato in nessun posto qualcuno che si sia posto
la mia stessa domanda e ne abbia discusso pubblicamente [...] nel
guazzabuglio incredibile che è il sito dell'ISTAT non si trovano
serie storiche sull'aspettativa di vita. Alla fine, mi è toccato
cercare i dati su fonti estere. Ne ho trovati sul sito Eurostat, sul
Census Bureau degli Stati Uniti e sul sempre utilissimo CIA world
factbook”. Bardi, incrociando i dati, arriva alla provvisoria
conclusione che tra il 2000 e il 2003 c'è, in particolare per le
donne, un'inversione di tendenza. Insomma: l'aspettativa di vita
sembra iniziare a calare. Le interpretazioni possibili sono
sostanzialmente due. Potremmo trovarci su una piccola curva di quello
che si chiama 'plateau': una linea orizzontale su un grafico, appena
movimentata da increspature. Questo appiattimento potrebbe indicare
che siamo arrivati al massimo possibile della longevità (alla faccia
dei deliri scientisti e gnostici sui 120 anni), e che salvo
imprevisti, attorno a questo dato ci si attesterà da ora in poi.
Potremmo invece trovarci all'inizio della parte discendente di una
campana, e allora sarebbe tutta un'altra storia. La verità è che
ancora non lo sappiamo.
Voglio
chiudere con una domanda, in verità un po' imbarazzante nella sua
ingenuità: se - come credo sia molto probabile - l'aspettativa di
vita non farà altro che calare, ci daranno una pensione più alta?