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Imagine

L’otto dicembre del 1980 veniva ucciso John Lennon, autore dei più grandi successi dei Beatles.

di Piero Buscemi - mercoledì 25 novembre 2015 - 3081 letture

Qualche decennio fa, una nota rivista settimanale destinata al pubblico femminile aveva l’abitudine di pubblicare una rubrica denominata "detti e massime" all’interno delle proprie pagine. Si trattava di una raccolta di citazioni, aforismi, proverbi o stralci da romanzi pronunciate o scritte da scrittori di fama internazionale.

Abbiamo sottolineato diverse volte come, in tempi di internet e social network, la febbre comunicativa di un mondo intero si appoggia sulle frasi famose di illustri, ma anche emeriti sconosciuti, che vengono regolarmente postate ed evidenziate sui propri profili per sensibilizzare, forse sensibilizzarsi, gli eventuali astanti sulle problematiche della società moderna o, più semplicemente, sulle vicende raccattate dalle agenzie di informazione.

Spesso, abbiamo anche denunciato l’attribuzione errata di scritti, pensieri o anche poesie a illegittimi autori, involontari e inconsapevoli di questa regalia culturale, di dubbia fonte, come, forse il più noto caso trattato dalla nostra testata, della memorabile poesia A morte devagar della poetessa brasiliana Martha Medeiros ed erroneamente attribuita a Pablo Neruda.

A questo destino riduttivo, rispetto alla notorietà conquistata grazie alla sua arte compositiva, non si è salvato neanche il mitico John Wiston Lennon, più semplicemente conosciuto come John Lennon, fondatore e compositore del gruppo musicale dei Beatles. Dalla sua morte, che ricordiamo avvenuta l’otto dicembre di trentacinque anni fa per mano di un mitomane a nome Mark Chapman che gli sparò sotto casa, con cadenza quasi regolare, viene citato utilizzando versi delle sue canzoni o collegamenti a dei filmati degli anni Settanta, facilmente reperibili su internet.

In questi giorni di trambusto generale, di minacce quotidiane di attentati terroristici, di imminenti guerre contro l’Isis, di quelle già in atto, di dibattiti sulle cause, gli artefici, gli speculatori e gli esperti in materia contesi dalle varie televisioni, il commento semplicistico dell’opinione pubblica fa affidamento alla sensibilità e alle rimembranze culturali di singoli soggetti che, per colpa, o grazie, all’inevitabile ignoranza in materia causata da fonti ed esperienze dirette praticamente nulle, sentono quel richiamo incontrastabile di comunicare il proprio stato d’animo agli interlocutori virtuali.

Queste scelte, in sintonia con la confusione dei ricordi e con la sindrome del "like-finger", termine che ci permettiamo di aver coniato per indicare la sufficienza utilizzata dagli internauti nel selezionare l’inflazionato "mi piace" di Facebook, finisce per fare ricadere tutti in errori, non solo di paternità degli aforismi condivisi, ma anche d’interpretazione della vera natura delle frasi pronunciate dai legittimi proprietari e del contesto reale per il quale sono nate. Il tutto aggravato da una pigrizia dei "condivisori facili", che spesso non approfondiscono il "link" in questione, né si sognerebbero mai di verificare se, addirittura, quella frase sia stata mai realmente pronunciata, e da chi.

Come conseguenza, ci ritroviamo a commentare e ad innescare accesi dibattiti su notizie che conosciamo superficialmente o, ancora più grave, a sostenere le nostre tesi, supportati da commenti o testi scritti da più noti commentatori delle disgrazie umane. Significativo il caso, tornato di moda in questi giorni, dell’emblema "Oriana Fallaci", utilizzato ogni qual volta si vuole alzare un vessillo umano contro l’invasione islamica dell’Occidente. Pochi avranno avuto la voglia e il tempo di andarsi a leggere le frasi tratte dai suoi libri, né avranno pensato alle guerre imbastite dall’Occidente, limitandoci ad individuarne l’inizio con la Prima Guerra del Golfo, nell’ormai lontano 1991.

Ma non vogliamo aprire l’ennesima diatriba sulle contraddizioni dei motivi che hanno spinto noi occidentali a "difendere", di volta in volta, donne con il burqa, il Kuwait, il popolo iracheno, quello afghano. Lasciamo ad altri il compito di provare a convincerci e ritorniamo al protagonista di questo articolo: John Lennon.

Tornando all’artista che ci ricolleghiamo alle deviazioni interpretative dei suoi messaggi, delle sue dichiarazioni, delle sue canzoni e del suo stile di vita. Chi utilizza la poetica della sua canzone più famosa, Imagine, spesso è la stessa persona che condivide link che inneggiano ad una nuova guerra, santa o laica non ha neanche più importanza. C’è un solo modo per spiegare questa assurda contraddizione: fidarsi della propria sensibilità, e quella degli altri virtuali partecipanti a questo moderno misticismo, sottovalutando di ritrovarsi in moltissime occasioni, in un’unica ignoranza condivisa.

John Lennon era sicuramente un pacifista, al di là del suo credo religioso. Una dichiarazione a lui attribuita e tratta dal libro di Philip Norman sulla biografia di Lennon, recita: "Se vuoi promuovere la pace, devi venderla come se fosse sapone. I media ci sbattono continuamente la guerra in faccia: non soltanto nelle notizie ma anche nei vecchi film di John Wayne e in qualsiasi altro dannato film; sempre e continuamente guerra, guerra, guerra, uccidere, uccidere, uccidere. Così ci siamo detti: "Mettiamo in prima pagina un po’ di pace, pace, pace, tanto per cambiare".

L’assolutismo di questo suo pensiero, che era rivolto alla guerra in Vietnam, sarà ripreso a gran voce proprio con il testo della canzone Imagine. I versi "Imagine there’s no countries/ it isn’t hard to do/ nothing to kill or die for/ and no religion too", evidenziano la sua idea di negazione di qualsiasi motivo per uccidere o nascondersi dietro un motivo religioso per farlo, immaginando proprio di annullare l’esistenza delle nazioni che rivendicano il diritto di una guerra giusta.

Condividerne il video, la musica o soltanto il testo, pretenderebbe una maggiore consapevolezza da parte di coloro che arbitrariamente pensano di riconoscersi nel suo messaggio. L’incoerenza, senza conseguenze apparenti, ci fa chiedere il perché si possa urlare il proprio dissenso verso chi usa un "dio" per giustificare i propri crimini e, inspiegabilmente, accettare la benedizione di un prete durante un’esecuzione capitale.


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