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Ilva di Taranto, storia di una vita negata


La vedova, un anno dopo, ha voluto scrivere una lettera aperta al marito. Racconta la loro storia, la morte di Antonio, gli ultimi giorni di vita strappati insieme. Una vita negata e schiacciata...
venerdì 5 settembre 2008, di Alessio Di Florio - 1338 letture

Due polli sono sempre mezzo a testa. Anche se io ne mangio due e tu nulla. E’ uno dei postulati della statistica matematica. La convinzione dell’aridità dei numeri, il loro non aderire alla realtà. Avere chi muore di fame e chi mangia troppo è un’ingiustizia, ma la statistica afferma che mangiano tutti.

I numeri non vanno presi in senso assoluto, vanno letti ed interpretati. Calati nella realtà. Dire 1000 non significa nulla. Ma scorrere una lista di persone, leggere i nomi, conoscere le loro storie, arrivando in fondo a contare oltre mille significa tutto.

Questa è statistica. Come quella dei morti sul lavoro, delle donne e degli uomini morti nella guerra contro la sicurezza, la dignità, la società, l’ambiente, l’umanità. Antonio Mingolla lavorava all’ILVA di Taranto. Tomba di svariate tragedie, responsabile del 92% della diossina prodotta in Italia. Antonio aveva visto diversi colleghi morire. Sapeva di essere predestinato. Un giorno sarebbe toccato a lui. Lo sapeva e non poteva farci nulla. Ogni sera che tornava a casa era un altro giorno strappato al destino. Ma non poteva fare nulla. Una famiglia da mantenere, i figli, la moglie.

E alla fine la sorte ha bussato alla sua porta, un malore, Antonio perde i sensi. E le cronache hanno un altro nome da aggiungere altri altri. E’ il 18 aprile 2006.

La vedova, un anno dopo, ha voluto scrivere una lettera aperta al marito. Racconta la loro storia, la morte di Antonio, gli ultimi giorni di vita strappati insieme. Una vita negata e schiacciata. E’ una lettera commovente, violenta nei sentimenti, nella rabbia, nell’indignazione, quanto tenera nei ricordi e in quell’amore che resiste. Non attacca la signora Francesca, non insulta nessuno. Non ce n’è bisogno. Riga dopo riga i pugni chiudono lo stomaco e la gola si blocca. Frase dopo frase si capisce che si sta arrivando alla conclusione, la più drammatica. Un’infame storia italiana, un criminale episodio della quotidiana guerra che non si combatte in un luogo chiamato Sudan, Congo, Iraq o Afghanistan. Ma Taranto. E non siamo a Kabul, Bassora o Kinshasa. Ma nell’industria ILVA. Emerge l’umanità di Antonio, il suo amore, per la moglie e i figli. E per la vita. Il senso del dovere che ti porta a rischiarla per loro, per la luce dei tuoi occhi, per i gioielli della tua casa. Che ti hanno visto l’ultima volta chiuso in una bara. Pochi pannelli di legno e via, nulla più.

"E te ne vai col passo di chi deve ... sapendo che non ci sarebbe stato un ritorno".

La lettera integrale http://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/26909.html

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