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Il sindacato siciliano va alle elezioni


I gruppi dirigenti sindacali, le associazioni culturali, di volontariato e della “società civile”, non si ritengono tutelati dal nuovo sistema elettorale e adeguatamente rappresentati dai primi nomi proposti dai Partiti come candidati.
lunedì 13 febbraio 2006, di Agostino Spataro - 514 letture

In Sicilia e altrove, le prime anticipazioni sulle candidature stanno creando all’interno dei partiti seri contrasti e malumori diffusi e passaggi inattesi da una lista all’altra. Questa volta, non sembra trattarsi dei soliti maldipancia degli esclusi, ma di segnali concreti di un disagio profondo che potrebbe sfociare in aperto conflitto, con serie ripercussioni sullo svolgimento e sugli esiti della campagna elettorale.

Una faccenda, dunque, da non liquidare sbrigativamente da parte di chi ha la responsabilità di comporre processi così difficili derivanti dalla nuova legge elettorale (proporzionale, senza voto di preferenza). Le nuove norme, frutto avvelenato lasciato dal centro-destra, favoriscono, infatti, tale conflittualità, affidandone l’ardua composizione ad una nuova, ristretta categoria di politici che potremo chiamare”decisori”.

Un termine ambiguo, arbitrario, divenuto sinonimo di potentato che conferisce a chi n’è insignito il potere, davvero anomalo (in una democrazia), di pre-scegliere i membri del nuovo Parlamento e di decidere la sorte politica di migliaia di persone, fra uscenti ed aspiranti deputati e senatori.

L’anomalia sta provocando una situazione politica imprevedibile ed ingovernabile che mette in discussione militanze eccellenti e consolidati orientamenti elettorali. In Sicilia, dove al tavolo della politica siede da tempo un convitato di “piombo”, il quadro si aggrava e legittima tutte le preoccupazioni per l’uso, e per l’abuso, che di tale potere se ne potrà fare, nei vari partiti e schieramenti.

Il contrasto va ben oltre i numerosi casi personali poiché si potrebbe comportare perfino una lesione del principio della rappresentanza elettiva, così come delineato dalla Costituzione.

A tutto ciò si poteva, in parte, ovviare con le primarie o, in subordine, con una convocazione degli “stati generali” allargati dei partiti su base circoscrizionale. Purtroppo tali ipotesi non sono state considerate. Perciò, ora, la situazione rischia di sfuggire di mano ai grandi “decisori” chiamati a realizzare un’impresa pressoché impossibile: far quadrare i conti fra partiti e correnti e contenere il tutto (comprese le tante aspirazioni individuali) in un ambito molto ristretto, nelle famose testate garantite. Ma, vi sono altri problemi che si delineano all’orizzonte. Soprattutto nell’area del centro-sinistra, si profila la questione della rappresentanza nel nuovo Parlamento delle istanze e degli interessi di grandi settori del mondo del lavoro, e del non lavoro, dei pensionati, dei consumatori e, in generale, dei ceti più poveri.

Se ne parla sotto voce, ma il problema è molto avvertito nei gruppi dirigenti sindacali, di associazioni culturali, di volontariato e della “società civile”, i quali, evidentemente, non si ritengono tutelati dal nuovo sistema elettorale e adeguatamente rappresentati da questi primi nomi in circolazione.

Per altro, le “testate” si stanno scegliendo senza prima aver definito un programma, per cui si rischia di “nominare” futuri parlamentari svincolati da un chiaro mandato sociale, in un contesto politico ed economico molto difficile che potrebbe richiedere provvedimenti di risanamento ancora sulla pelle dei lavoratori e dei ceti meno abbienti.

Preoccupazione non infondata visto che, negli ultimi anni, i grandi partiti hanno molto inneggiato al “liberismo” e poco si sono occupati della questione sociale, dell’attacco al potere d’acquisto dei salari, degli stipendi e soprattutto delle pensioni, dell’aumento dei prezzi di beni di largo consumo e delle tariffe dei servizi erogati da società “privatizzate”operanti in regime di monopolio, del decadimento della sanità e della scuola pubbliche, del precariato e del lavoro nero che mortifica la dignità dei lavoratori, ecc.

Tanto che in molti si sono chiesti: chi, oggi in Italia, difende, coi fatti, i poveri e i cittadini meno tutelati? Un interrogativo che serpeggia anche ai livelli più elevati delle organizzazioni sindacali, dove si fa strada l’esigenza di una rappresentanza politico-parlamentare diretta del vasto bacino di consenso in vario modo da loro influenzato, fino ad ora impedita dal principio dell’incompatibilità.

Tracce di tale travaglio sono presenti anche in Sicilia e si possono riscontrare anche nella relazione di Italo Tripi, al recente congresso siciliano della CGIL, che giunge ad invocare “un sindacato soggetto politico autonomo... collocato nell’orizzonte del centro-sinistra”. Insomma, par di capire che sindacati e associazioni mandino a dire agli esponenti dell’Unione che è necessaria una svolta anche sul terreno delle candidature, a garanzia dei legami politici ed elettorali.

Dagli umori e dalle opinioni raccolte, non si tratta di una richiesta corporativa, magari per ottenere un posto nella testata di lista per questo o per quell’altro dirigente sindacale o dei movimenti, ma di un’aspirazione legittima che mira a portare direttamente in Parlamento le istanze più autentiche di larghe masse popolari che Rifondazione, da sola, non può rappresentare.

Un po’ come avviene, da tempo, nel partito Laburista inglese che, ad ogni elezione, elegge una congrua quota di parlamentari espressione delle Trade-Union.


* Pubblicato in “la Repubblica/Palermo” del 11 febbraio 2006

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