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Il ricatto e la violenza

«Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro. Il tizio, per farsi coraggio, si ripete: "Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene." Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.» (dal film: L’odio, regia di Mathieu Kassovitz, 1995).
di Sergej - sabato 3 agosto 2019 - 688 letture

Qui non si è sicuri di niente, si fanno congetture, si elaborano ipotesi. Poi, assieme a tutti voi, si procedere a verificare se le cose congetturate hanno una qualche validità, se possono servire a qualcosa. Per il resto...

Il 14 ottobre 1980 la "marcia dei Quarantamila" cambiava per sempre lo stato delle contrattazioni nel nostro Paese, si passava a un nuovo sistema sociale. I padroni avevano vinto, e alcuni di essi in particolare dato che i padroni non sono tutta la stessa cosa; il movimento operaio, sindacale, la Sinistra dell’epoca aveva perso. Dopo si procedette a smantellare l’industria di Stato, a colpire il salario la cui riduzione, veniva detto, avrebbe permesso di uscire dalla crisi economica. La Milano "da bere" nasce in quei giorni: la riduzione dei salari in realtà servì per arricchire pochi, e per tacitare un ceto intermedio (di politici e "faccendieri") che servì per la "pace sociale" momentanea. Una pace sociale guadagnata con il sangue: la strategia della tensione degli anni Settanta e il "terrorismo" che era servito per eliminare politicamente la Sinistra.

Negli anni Novanta il vento del "neoliberismo" internazionale cominciò a diffondersi anche in Italia. Con il timore e le perplessità di una classe politica che sapeva quanto distruttivo poteva essere quel "vento" se applicato in maniera chirurgica. La classe politica debole di quegli anni - con la doppia faccia di Berlusconi e di Prodi - agiva anche con la paura di quello che il neoliberismo significava in un Paese debole socialmente come l’Italia. Come sempre in Italia, quando c’è una crisi, ci si appoggiò a una spalla estera: d’altra parte, lo fece D’Annunzio foraggiato dai francesi per portare l’Italia nella Prima guerra mondiale, perché non dovevano farlo i ceti politici italiani che erano sempre stati "connessi" a strutture estere. L’Italia è un Paese di frontiera, non ha la ricchezza degli Imperi coloniali da sfruttare, dipende dall’estero. Questo indebolisce ulteriormente la compattezza interna delle classi dominanti.

Negli anni Settanta la strategia di dominio prevedeva l’eliminazione fisica degli oppositori interni in un Paese (Cile, Argentina, Grecia...) e l’instaurazione di una dittatura militare. Negli anni Ottanta e Novanta la strategia neoliberista prevede l’accelerazione delle sperequazioni sociali: ricchi sempre più ricchi, impoverimento e smantellamento delle classi medie e piccolo borghesi che non sono più necessarie alla tenuta degli Stati occidentali, specie dopo aver disinnescato la "minaccia" sovietica.

All’interno della categoria di poveri si ritrovano sempre più spesso appartenenti alle classi borghesi, quelle che avevano sempre guardato con disprezzo il proletariato e il sottoproletariato ora si trovano in condizioni di povertà. Povertà significa che non solo non riescono ad accedere ai beni e ai consumi di prima; beni e consumi che essi conoscono e a cui ambiscono proprio perché comunque classi borghesi, non solo perché è la pubblicità che li fa ritenere fondamentali e necessari. Non si parla più di "cittadini" ma di "consumatori". Nella neolingua del neoliberismo siamo tutti "clienti". Non esistono più le ideologie politiche ma le "narrazioni", lo storytelling - così come nel marketing. La Seconda Repubblica italiana è stata fortemente influenzata da questo risvolto nel neoliberismo.

Essere diventati poveri significa avere paura. Essere sottoposti al ricatto economico. I ceti sociali, polverizzati all’interno dei lavori (per chi ce l’ha), acquisiscono una serie di caratteristiche:

a) cercano di coagularsi al proprio interno, cercano di trovare nella "categoria" a cui appartengono forme di solidarietà e di dialogo. Nasce il "collega" che si sostituisce al termine prima usato di "compagno". Compagno era colui con il quale si divideva il pane; collega è colui con il quale si instaura un rapporto di "colleganza", per appartenenza non più sociale / collettiva, ma di "categoria" di lavoro. Sono colleghi i tassisti, i giornalisti, i camionisti, i poliziotti... Ma al loro interno, ponendo un cordone sanitario artificiale tra sé e gli altri. Si è colleghi "all’interno", non collegati con chi sta "fuori". Esiste un "noi" e un "loro". "Tra colleghi" c’è il favore, la condivisione, si fa finta di non vedere la piccola o grande elusione dalle regole. Ma "fuori dalla categoria, senza pietà" (per parafrasare un nota canzone).

b) alla categoria affluiscono sempre di più ceti provenienti dalla piccola e media borghesia. Non più sotto- o proletariato che "evolve" in positivo verso non solo una maggiore coscienza di classe o una scala di educazione, ma anche un aumento delle aspettative e delle possibilità economiche e sociali. Negli anni Settanta nella canzone "Contessa" c’era l’orripilezza della borghese che pensa ai ceti inferiori che vogliono "il figlio dottore". Questo ora non è più possibile.

c) l’ascensore sociale (come si dice) è bloccato. Per "salire" un povero deve diventare o velina o giocatore; o tronista o influencer.

Un esempio di tutto questo può essere visto nella mutazione genetica avvenuta nelle forze di Polizia e Carabinieri nel nostro Paese. Da forze che non dovevano impicciarsi di politica (dopo il tentativo di golpe di De Lorenzo e l’utilizzo della Celere negli anni Sessanta ecc_) sono diventate enclaves di personale selezionato sulla base di una propensione alla violenza e all’esaltazione di razza, fascismo/nazismo e omertà verso i “colleghi”. Essi non provengono più dal sottoproletariato del Sud italico, ma dalla piccola e media borghesia. Sono i figli degli impoveriti della manipolazione di massa operata a partire dagli anni Ottanta. Il discorso di Pasolini su questi ragazzi e ragazze non funziona più.

All’interno del pensiero borghese essere povero significa avere qualcosa che non va. Un malato, un anormale, un essere inferiore, uno che ha una qualche colpa dentro di sé: non vuol lavorare, ha un qualche handicap mentale o fisico e via di questo genere. Per un borghese vivere la condizione di povertà è un dramma doppio perché somma l’incomprensione psicologica per quanto gli è accaduto con gli effetti della riduzione delle risorse.

È una cosa nel complesso molto pericolosa per le istituzioni democratiche del Paese. Quando dei carabinieri diffondono l’immagine dell’americano catturato e con la benda sugli occhi, mostrano a che punto credono di essere “nel giusto” con la loro esibizione di potenza e violenza. Sono diventati autoreferenziali: nessuno dice loro che è sbagliato quello che pensano e quello che fanno, per paura della violenza e perché si ha bisogno del loro ruolo; dato che nessuno dice loro come stanno le cose, pensano che, ciò che fanno e che pensano, sia giusto - e sbagliato quello delle “zecche” che sono il loro nemico da abbattere.

In Italia con i "fatti della Diaz" il 21 luglio 2001 è avvenuta una svolta culturale e sociale decisiva. Il movimento ambientalista e pacifista in Italia è stato smorzato con un "evento sudamericano". Da allora i due partiti di potere non hanno avuto a Sinistra alcuna forma di opposizione sociale. Allora si è avuta l’auto-esaltazione delle forze di polizia a carabinieri, che hanno esibito in giro i loro "scalpi" trionfali. La mattanza di quei giorni. Lo Stato italiano ha debitamente coperto in tutti i processi che ci sono stati queste persone.

La violenza può essere sfogata approfittando delle zone grigie, degli anfratti esistenti; oppure essere spettacolarizzata.

Due esempi al riguardo: il "caso Cucchi" (22 ottobre 2009, siamo nella Seconda Repubblica) è quello che incrina il quadro e mostra quanto può essere pericoloso questo gioco. Mentre un caso di "spettacolarizzazione" può essere quello della cattura di Salvatore Riina il 15 gennaio 1993 (siamo ancora nella fase di transizione tra Prima e Seconda Repubblica). Riina viene catturato e nelle tv appaiono le immagini esaltate di tutori dell’ordine che mostrano la propria esultanza. Come dei giocatori che hanno fatto goal - in linea con i processi in atto di spettacolarizzazione più vasti esistenti nella società contemporanea. O come dei torturatori che hanno appena ucciso il nemico che il potere gli ha ordinato di "far fuori". Il "corpo" della preda va esibito, è lo "scalpo" da mostrare trionfanti. Purché il potere lo permetta e sempre che qualcosa non sfugga di mano, perché il "potere" non sempre è così cattolicamente onnipotente come lo si dipinge.

A volte, chi fa parte della "categoria", ha la doccia fredda di scoprire che un loro superiore li reguardisce per i loro comportamenti. Il fatto di vivere in una camera stagna rispetto al mondo civile - ma la stessa cosa si può dire di qualsiasi categoria oggi, nel mondo del lavoro - amplifica tale autoreferenzialità. Il potere ha fatto con loro questo esperimento genetico, che però è distruttivo per il vivere civile e per le regole democratiche del nostro Paese. È la dannazione della categorizzazione del Paese, la proletarizzazione della borghesia che perde il proprio status e la propria coscienza di classe e diventa un insieme eterogeneo e aggregato di interessi particolari, lobby legate alla disperata difesa dello stipendio (nel miglior dei casi).

La violenza che viene espressa è il risultato della paura. Questi ceti, queste categoria hanno paura. Paura di perdere il proprio posto di lavoro all’interno di una società che ha creato un sistema di controllo basato sulla paura e sul ricatto economico. Paura di non "reggere". La coscienza che le condizioni attuali e quelle dei propri figli - le "prospettive di vita" - sono inferiori (economicamente, e dunque di accesso all’istruzione e al sistema sanitario) a quelle dei propri padri e nonni. Il "tengo famiglia" è l’angoscia/Angst/Anguish che stringe loro (e tutti noi) alla gola.

Che razza di mondo abbiamo costruito?


Questo articolo può essere letto assieme alla recensione Alle origini della statalizzazione.



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