Il quotidiano La Sicilia di Catania "oscura" l’ANPI.


Sulle considerazioni di merito espresse dal Coordinatore Regionale di A.N. ( Nello Musumeci) sulla figura del gerarca fascista catanese Filippo Anfuso, riportate in un lungo scritto pubblicato da La Sicilia giorno 13.12.2003 dal titolo " Quaranta anni dalla morte del gerarca catanese Filippo Anfuso", l’A.N.P.I. di Catania, presa lettura della chiara "ammirazione" manifestata da parte dell’autore dell’articolo per gli atti "politici" operati dall’ex gerarca durante la dittatura fascista, nell’indirizzo inderogabile di ristabilire la vera verità storica sugli eventi richiamati, ha fatto pervenire al quotidiano ( in data 21 e 24 dicembre) un proprio comunicato. Nulla è stato mai pubblicato...


di Redazione pubblicato il 8 gennaio 2004

Un lungo intervento del Coordinatore regionale di A.N. Nello Musumeci dal titolo "Quaranta anni dalla morte del gerarca catanese Filippo Anfuso" è stato pubblicato giorno 13 dicembre dal quotidiano "La Sicilia".
Uno scritto caratterizzato da chiara e forte ammirazione. Impregnato di forme enfatiche, teso ad elogiare le gesta "epiche" e le presunte virtù del gerarca fascista.
Il tutto, tra l’altro, a pochi giorni dalle solenni dichiarazioni enunciate a Gerusalemme dal Presidente di A.N. Gianfranco Fini, "il fascismo, male assoluto", A.N., partito antifascsista già dal congresso di Fiuggi" . Una presa di posizione, questa, che dovrebbe essere suffragata nella quotidianità politica.
I fatti, purtroppo, almeno quelli dello scritto in oggetto, smentiscono le buone intenzioni. Se A.N. è antifascista, non si dovrebbero, da parte di rappresentanti di questo partito, muovere lodi ad un gerarca fascista, ex ambasciatore - tra le tante "virtù" - della nefasta R.S.I. nella Germania nazista.
Le questioni poste meritano necessariamente specifiche valutazioni di merito. Gli atti e le gesta politiche del gerarca - braccio destro del Ministro degli Esteri Ciano durante la dittatura fascista -, accusato di aver dato le direttive per uccidere i fratelli Carlo e Nello Rosselli, esuli antifascisti - l’assassinio avvenne a Parigi l’11 giugno 1937 -, non rappresentano in maniera assoluta valori positivi nell’ambito della recente storia italiana, né, quindi, possono emergere riferimenti, civili, etici, di democrazia, libertà, diritti, per le nuove generazioni.
Affermava Anfuso nel dopoguerra, così come riportato nello scritto di Nello Musumeci "Vinti e Vincitori non hanno fatto altro che accelerare il processo fatale dell’unità europea. La differenza tra le due parti è che i Vinti attendono ancora ansiosamente una parola di riconoscimento che il loro sacrificio non è stato vano" . Aggiunge poi il Coordinatore reg. di A.N., deformando vistosamente i tragici eventi: " bisogna farla finita col distinguere i popoli in vincitori e vinti" .
Una valutazione puramente retorica che non ha nessun riscontro e riconoscimento di verità riguardo i drammatici fatti che hanno squassato l’Italia e l’Europa per lunghi anni.
Non ci sono stati popoli vincitori e popoli vinti. Con la forza e la violenza si sono imposte in Italia ( e in Germania) ideologie che in maniera principale hanno soggiogato i "Loro" stessi popoli. I "vinti" hanno rappresentato il male assoluto. Fascisti e nazisti. Ideologi e propagatori della razza eletta. Distruttori delle libertà, della democrazia e dei diritti. Persecutori e carnefici di milioni di cittadini che tentavano di ribellarsi alle loro barbarie, o in quanto ebrei e "diversi". Artefici e gestori, fascisti e nazisti ( assieme all’alleato Giappone), dell’orrenda seconda guerra mondiale. Per cinque lunghi anni hanno seminato lutti ed enormi distruzioni in Italia, in Europa ed in gran parte del mondo.
Se avessero prevalso in quale Italia ed Europa di pura barbarie vivremmo oggi!
I "vinti", richiamati dal coordinatore regionale di A.N., per le loro idee, atti e gesti, non hanno nessun valore "epico" da contrapporre ai vincitori. I "vinti", per il nostro Paese e per tutti i paesi europei, hanno rappresentato la negazione dei valori dell’umana civiltà. Praticando una tragica e diffusa violenza hanno imposto in Italia una brutale ventennale dittatura. Distruttori scientifici della democrazia e delle libertà. Realizzatori di raffinate tecniche di persecuzione ( galera, confino, discriminazioni e quant’altro) nei riguardi di centinaia di migliaia di cittadini italiani che tentarono di tenere desta la fiaccola ed i sentimenti di libertà.
Non risulta, tra l’altro, anzi, che Filippo Anfuso, sdegnato dalle infami leggi razziali emanate in Italia nel 1938 contro i cittadini italiani di religione ebraica e avverso alle drammatiche persecuzioni già avviate in Germania da diversi anni, abbia mai mosso ufficiale e pubblico dissenso, dimostrando riprovazione e indignazione, o abbandonato il campo del fascismo. E’ rimasto, invece, al pari di tutta la struttura del P.N.F., perfettamente "allineato e coperto".
Durante quei tristi e tragici anni tanti altri italiani, intellettuali, politici, sindacalisti, rappresentanti del mondo della cultura, operai, artigiani, contadini, furono costretti, in grande e foltissimo numero, ad abbandonare l’Italia, le loro case e i loro affetti, "emigrando" all’estero, per sfuggire al morbo della dittatura e alle persecuzioni.
Mentre dopo l?8 settembre del 1943 Filippo Anfuso ( come riportato nello scritto di Nello Musumeci) aderiva alla R.S.I. e telegrafava a Mussolini " Duce, con voi fino alla morte", scegliendo, senza alcuna titubanza e pieno volere di intenti, la precisa continuità con i "valori" del fascismo e del nazismo, una fedeltà cieca , che nei fatti era precisa testimonianza di fedeltà all’alleato tedesco, una dedizione assoluta che equivaleva in maniera inoppugnabile al coinvolgimento diretto nello sterminio degli ebrei e al tentativo estremo di fare vincere le loro tetre ideologie, centinaia di migliaia di italiani, uomini e donne, civili e componenti delle varie Armi dell’esercito, iniziavano a battersi contro gli invasori nazisti, per fare rinascere la Patria vilipesa e calpestata, pagando, in tanti, con la vita, la scelta di campo finalizzata a ridare democrazia all’Italia ( solo da parte dei partigiani 45.000 caduti, 20.000 mutilati ed invalidi).
Gli italiani hanno purtroppo conosciuto, tutto e per intero, le nefandezze dei nazisti e dei loro alleati di Salò, e non "solo per metà", come si compiace Anfuso nello scritto inviato nell?ottobre del 1944 al governo della RSI, riportato in maniera "fedele" nell’intervento di Nello Musumeci.
Ambasciatore della RSI nella Germania nazista nei famigerati 600 giorni, Filippo Anfuso, operò - in stretta sinergia con Mussolini ed il "governo" di Salò - per "convincere" il maggior numero possibile dei 600.000 soldati italiani ammassati nei lager tedeschi per far loro mettere la divisa fascista di Salò, per trasportarli in armi in Italia ( come in parte, minima, avvenne) per combattere i partigiani, il nuovo esercito italiano e le forze dei paesi alleati che stavano lentamente contribuendo a liberare l’Italia. Per ingrossare, quindi, le fila di coloro, adepti di Salò, che, tra gli altri "compiti", aiutarano in maniera determinante i nazisti a rastrellare e deportare gli ebrei italiani.
Riguardo la sentenza di assoluzione di Filippo Anfuso, emessa, in ulteriore appello, il 14 ottobre del 1949 dal Tribunale di Perugia ( che annullava la condanna a morte dell’Alta Corte il 10 marzo 1945), bisogna evidenziare che la sentenza, che aveva delle motivazioni incredibili, suscitò fortissime e diffuse riprovazioni.
Una sentenza tribolata e contorta. Immediatamente dopo, Piero Calamandrei, eminente giurista, scrisse: " Qui il giudice estensore ha voluto salvare l?anima : ha voluto far sapere ai cittadini che quegli assolti erano colpevoli e che, se si fosse potuto fare giustizia, avrebbero essere dovuti condannati". Lo storico Mimmo Franzinelli, riprendendo gli eventi in oggetto, riportati nel suo testo " Delatori. Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista" - Ed. Mondadori 2002 - ha dichiarato " Filippo Anfuso fu assolto, perché tra il 1946 e il 1948 quel Tribunale assolveva tutti. La ragione è semplice; molti magistrati della procura perugina erano debitori nei confronti di Piero Pesenti, ministro fascista della giustizia".
Gli assolti erano: Filippo Anfuso, Emanuele Santo (colonnello dei Carabinieri, capo del controspionaggio dal 1936 al 1941, al comando della terza sezione), il maggiore Roberto Navale , comandante all’epoca dei fatti - del centro controspionaggio di Torino, che assunse direttamente i contatti con i cagoulards francesi - aderenti al Comitè secret d?action rèvolutionnaire - esecutori materiali dell’assassinio dei fratelli Rosselli. Il relazione al delitto Rosselli, l?’Alta Corte di Giustizia nel marzo 1945 aveva condannato: Anfuso alla fucilazione ( colpevole anche di collaborazionismo con i tedeschi), Emanuele e Navale all’ergastolo.
Le decisioni dell’Alta Corte in base al decreto legislativo n.198 del 13 settembre 1944 erano inappellabili. Il 22 giugno 1946 la Corte di cassazione, ribaltando lo stato dell?arte giuridico, accolse il ricorso di Anfuso, Emanuele e Navale. Il 10 giugno 1947 si iniziò un nuovo giudizio dinanzi alla Corte di assise speciale di Roma. La sentenza nel riconfermare la responsabilità di Anfuso ed Emanuele, condannò a sette anni Navale. La sentenza ulteriore di Perugia, intervenuta a seguito di un nuovo ricorso in cassazione di Anfuso, Emanuele e Navali, assolse tutti. Il primo, ancora latitante, con formula piena, gli altri due per insufficienza di prove.
La motivazione della sentenza aveva connotazioni incredibili. Si scrive tra l’altro: "...dal complesso delle prove raccolte è emerso in modo indubbio che elementi italiani diedero a Santo Emanuele e Roberto Navale l?incarico di provvedere all?uccisione di Carlo Rosselli, per toglierlo di mezzo come antifascista pericoloso, che costoro presero accordi coi cagoulards..." La logica conclusione di quanto si è esposto e ragionato sarebbe la dichiarazione di responsabilità dell’Emanuele e del Navale per l’uccisione di Carlo Rosselli Però la Corte non può dissimularsi un dubbio. Non è dato, cioè, di escludere che, avuto riguardo dell’ambiente dove il delitto è avvenuto, si svolgesse, magari all’insaputa di Emanuele e di Navale, qualche attività criminosa parallela alla loro. In conseguenza di questo dubbio, sia pur vago e affidato a supposizioni incerte, la corte ravvisa di assolvere i ripetuti Navale ed Emanuele, per insufficienza di prove.
E’ in questo contesto surreale sostenuto da valutazioni contorsioniste: le prove ci sono, però devono essere negate in virtù d’ "altro", che maturo anche l’assoluzione di Filippo Anfuso.
Filippo Anfuso, venne espressamente accusato da Emanale, come riportato negli Atti di Istruttoria sul delitto Rosselli - processo verbale di interrogatorio dell’imputato Emanuele del 16 settembre 1944 -: ( avvenuto l’assassinio, Emanuele era stato convocato al Ministero degli Esteri) " ricordo che, appena pervenuta la notizia, io fui chiamato al Ministero degli Esteri dall’ambasciatore Anfuso che mi chiese conto dei particolari. Trovai presso l’Anfuso anche Galeazzo Ciano ed anche questi mi chiese conto dei particolari che io però non potetti fornire prima dell’arrivo del maggiore Navale. Il maggiore Navale, giunto l’indomani a Roma, narrò come erano andate le cose e precisò che egli si era servito di elementi francesi e precisamente di cagoulards’..Io riferii ogni cosa a Ciano e all’ambasciatore Anfuso e devo dire che il loro atteggiamento non fu di sorpresa ma di soddisfazione mista ad un tanto di preoccupazione per le conseguenze. Ebbi così la certezza che l’ordine trasmessomi dal colonnello Angioi (Vicecapo del SIM, dall’ottobre 1936 al 30 giugno 1937 fu capo ad interim dei Servizi Segreti Militari) proveniva esattamente dall’Anfuso...
Del resto erano già passati tre anni dall’inizio della stagione del "perdono" e della pacificazione nei confronti dei "vinti". L’8 giugno 1946 la nuova Repubblica italiana, a firma del Ministro Togliatti, aveva proclamato l’amnistia che riguardava i circa 40.000 reduci di Salo e fascisti vari detenuti, compreso coloro che si erano macchiati di crimini efferati e sanguinari.
Infine, in questo clima, Filippo Anfuso ebbe la possibilità, offerta dalla novelle e riconquistate libertà, di rientrare in Italia nel 1949 e continuare sotto altra veste (deputato del MSI) la sua attività politica, da "autorevole uomo politico catanese", così come lo definisce Nello Musumeci nel suo intervento.
Tanti altri catanesi, uomini e donne, purtroppo, schieratosi con i partigiani per la Liberazione del nostro Paese, da civili o da soldati dell?ex esercito italiano ( in Italia e in tanti altri paesi europei), non ebbero questa fortuna. Persero la vita uccisi nei "campi di battaglia per la liberta" o ammazzati nei campi di sterminio nazisti, contribuendo, "regalando" il bene più prezioso, a sconfiggere il mostro nazi-fascista.
Per tutti ricordiamo il prof. Carmelo Salnitro, insegnante presso il Liceo Classico Cutelli, vero eroe della nostra città. In solitudine, tormentato dalle stragi già iniziate, ebbe il coraggio di ribellarsi alla tirannide, dichiarando e divulgando tramite bigliettini contrarietà all’orrenda guerra scatenata dal fascismo. Un suo scritto diceva "il fascismo sta ricoprendo la nazione di sangue e di rovina. Il vero nemico dell’Italia è il fascismo. Viva la Pace. Viva la Libertà" . Nel novembre del 1940 fu arrestato, condannato dal famigerato Tribunale speciale a 18 anni di reclusione, poi deportato e gasato nel lager di Mauthausen il 24 aprile 1945. Fulgido esempio di divulgazione di veri e assoluti valori etici e morali, da inculcare, ad imperituro riferimento, alle nuove generazioni. Anche i rappresentanti catanesi di A.N., a testimonianza concreta di avversione al male assoluto, dovrebbero fare pubblico elogio e riconoscimento alla figura e alla memoria di questo martire, assieme ai tanti altri catanesi, sacrificatisi per ridare a tutti Noi le libertà schiacciate e vilipese.

A.N.P.I. " Associazione Nazionale Partigiani d’Italia " Sezione Provinciale di Catania Via Landolina, 41 Ct

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