Il quadro della settimana: “San Pietro e San Paolo” di Domenico Theotokòpulos, detto El Greco

1587-1596.
 Olio su tela,
 cm 121,5 x 105.
 Ubicato nel museo Ermitage di San Pietroburgo.
di Orazio Leotta - martedì 18 dicembre 2012 - 4600 letture

In questo dipinto El Greco innanzitutto tiene a sottolineare la differenza di temperamento e di carattere dei due santi: da un lato Pietro, spirito affabile e tranquillo, compostamente avvolto in un manto giallo-ocra, e con in mano le chiavi d’oro del Paradiso; dall’altro lato Paolo, “cavaliere della fede” energico e combattivo, ornato da un ridondante panno rosso che lo avvolge come una fiamma. Nell’interno, spoglio e denso di ombre in cui è ambientato il dipinto, divide le due figure un pilastro chiaro, simbolo della solidità della loro fede; ad unirle sono invece le mani, che s’intrecciano senza toccarsi, per suggerire forse le loro discussioni sulla dottrina cristiana (ipotesi rafforzata dal gesto deciso con cui Paolo indica la pagina di un libro aperto). Il dipinto sarebbe allora un riferimento preciso all’incontro che i due apostoli ebbero ad Antiochia e di cui parla l’Epistola di San Paolo ai Galati: in quell’occasione, la concezione della cristianità come religione universale aperta a tutti i popoli, propria di Paolo, si confrontò con quella più ristretta sostenuta da Pietro. El Greco condivideva probabilmente le idee del primo, se è vero – come è stato supposto – che il volto affilato di Paolo è un autoritratto. L’ombra di una croce proiettata sul muro spoglio alle spalle di Pietro, allude probabilmente alla sua futura crocifissione. 23) San Pietro e San Paolo.jpg

Domenico Theotokòpulos Nato a Creta, El Greco è stato addestrato come un pittore di icone. Due esempi du tanti sopravvivono, e questi ci ricordano la neo-platonica, non naturalistica base dell’arte del Greco, prima discepolo di Tiziano e dopo avido studente di Tintoretto, Veronese e Jacopo Bassano . Si trasferisce a Venezia nel 1567 (Creta era un territorio veneziano). Si impegnò a padroneggiare gli elementi della pittura rinascimentale, tra cui il punto di vista, la costruzione figurale e la capacità di mettere in scena narrazioni elaborate. Tra le sue opere più belle di questo periodo è Il miracolo di Cristo guarisce il cieco ( 1978,416 ). Più tardi, in Spagna, El Greco ha scritto trattati sulla pittura. Anche se questi sono andati perduti, possediamo le copie di sua proprietà del trattato di architettura dallo scrittore antico Vitruvio e delle Vite di Vasari. Da Venezia, El Greco si trasferisce a Roma, dove ha lavorato dal 1570-1576. Arrivò con una lettera di raccomandazione del miniatore croato Giulio Clovio, che lo ha introdotto nel palazzo del cardinale Alessandro Farnese, forse il patrono tra i più influenti e ricchi in tutta Roma. Nel 1572, entrò a far parte dell’Accademia di pittura e aprì un negozio, assumendo almeno un assistente, e forse due. La sua intenzione doveva essere quella di perseguire una carriera romana, ma dopo sei anni aveva ricevuto una commissione unica per un altare. El Greco aveva sconsideratamente criticato l’arte di Michelangelo come pittore, un parere che ha generato poca fiducia nelle sue capacità e può essere servito a ostracizzare lui dalla creazione dell’arte romana (Michelangelo era morto nel 1564, ma il suo prestigio a Roma era intatto). Queste critiche non furono di buon auspicio per la sua carriera in Spagna, dove si è trasferito nel 1576. A Madrid, la sua offerta per il patrocinio reale da Filippo II non andò a buon fine. Si stabilì a Toledo e El Greco incontrò il successo come artista. In questa antica città, che El Greco ha immortalato in uno dei paesaggi più celebri dell’arte occidentale: la Veduta di Toledo, ha trovato un circolo di amici intellettuali e mecenati e forgiato una carriera altamente redditizia. Diego de Castilla, decano della cattedrale di Toledo, commissionò a El Greco di dipingere le tre pale d’altare per la chiesa di Santo Domingo el Antiguo di Toledo. Questi sono tra i capolavori più ambiziosi del Greco. In essi si possono trovare tutti i vari stili che aveva sperimentato in Italia: il naturalismo che ha caratterizzato i suoi ritratti, la tecnica pittorica che aveva imparato a Venezia , le idee compositive audaci del tardo Michelangelo e uno stile manierista sulla eleganza e la raffinatezza.

Una controversia di origine economica su un compenso richiesto da El Greco per la Espolio ha portato ad un contenzioso e ha lasciato un segno sulla successiva carriera dell’artista: non ha mai ricevuto un altro incarico comparabile da parte delle autorità della cattedrale e i suoi lavori futuri provenirono da privati ​​e conventi della città. Il dipinto più celebre di El Greco, La sepoltura del conte di Orgaz, è stato commissionato dal parroco di Santo Tomé a Toledo nel 1586 per celebrare la restituzione di un obbligo finanziario alla chiesa. L’immagine raffigura il miracolo e l’anima del conte accolta in Paradiso. La figura serve così da intermediario tra il mondo reale dello spettatore e il mondo immaginario della pittura, che guadagna risonanza con l’inserimento di una serie di ritratti di contemporanei del Greco. La sepoltura del conte di Orgaz è fondamentale per la nostra comprensione di El Greco, perché racchiude in sé l’oggetto della sua arte, che è quello di suggerire una visionaria esperienza, un’espressione che non è un’estensione del nostro mondo fisico, ma delle nostre facoltà immaginative. Toledo era lontana dal fermento artistico di Roma, ma non era un baluardo contro le forze culturali oltre che artistiche, che modellarono l’arte del XVII secolo. E’ fin troppo facile constatare il raggiungimento del Greco di una sorta di isolamento, come se la sua arte fosse al di fuori del suo tempo, un’arte in attesa di essere scoperta dall’era moderna. Eppure, quando El Greco è morto nel 1614, Caravaggio e Annibale Carracci, i creatori del nuovo stile barocco, erano stati sepolti da quattro e cinque anni, rispettivamente. E’ sufficiente citare queste cifre per rendersi conto che, sotto molti aspetti l’arte del Greco apparteneva al passato, non al futuro: il mondo del Manierismo, con la sua enfasi sulla fantasia dell’artista, piuttosto che la riproduzione della natura.

Eppure sono le opere più stravaganti della tarda produzione dell’artista, come ad esempio L’apertura del quinto sigillo, in cui le figure sono allungate al di là di credibilità e le loro forme si smaterializzano da una pennellata tremolante, che hanno fatto appello così fortemente ai gusti moderni. El Greco respinse il naturalismo come veicolo per la sua arte come ha respinto l’idea di un’arte facilmente accessibile a un vasto pubblico. Il paradosso è che, nel momento in cui appare palese l’artificio inerente Manierismo, è stata criticato come un’indulgenza, e gli artisti, a Roma, cercarono di liberare i loro dipinti di tutto ciò che poteva sembrare semplice visualizzazione, mentre El Greco ha preso proprio il percorso inverso. Ha allungato le forme, scorcio radicale e colori irreali la base stessa della sua arte. La differenza era che ha realizzato questi effetti profondamente espressivi e non solo emblemi di virtuosismo. Nessun altro grande artista occidentale ha spostato mentalmente, come El Greco ha fatto nei confronti del mondo piatto e simbolico delle icone bizantine, con una visione umanistica della pittura rinascimentale, e quindi con un modello prevalentemente concettuale dell’arte. Quei mondi avevano una cosa in comune: il rispetto per la teoria neo-platonica di arte, che incarna una sfera superiore dello spirito. Il Modernismo de El Greco si basa sul suo ripudio del mondo delle apparenze semplici a favore del regno dell’intelletto e dello spirito.


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