Il quadro della settimana: “Giuditta e Oloferne” di Artemisia Gentileschi

1620 circa. Olio su tela, cm 162,5 x 199, ubicato nella Sala 81 della Galleria degli Uffizi di Firenze
di Orazio Leotta - giovedì 5 dicembre 2013 - 2575 letture

Solo da poco la vicenda umana di Artemisia Gentileschi è nota al grande pubblico attraverso romanzi e film che ne hanno fatto una figura di grande attualità, quella di una donna capace di prendere in mano la propria esistenza con coraggio, senza scendere a compromessi con la meschinità e l’ipocrisia. La sua vita è segnata dallo scandalo del processo intentato contro Agostino Tassi Buonamici, pittore perugino dal quale è stata violentata.

Figlia d’arte, suo padre è il pittore Orazio Gentileschi, Artemisia assorbe dal genitore la lezione caravaggesca che Orazio è fra i primi a seguire agli inizi del Seicento, Giuditta e Oloferneaccentuandone le componenti realistiche senza nulla risparmiare allo spettatore. Artemisia ha lavorato nelle principali città italiane (Firenze, Roma e Napoli) cui si aggiunge un breve soggiorno inglese dal 1638 al 1639. Muore a Napoli, sua città adottiva. “Giuditta e Oloferne” vede la luce durante il suo soggiorno fiorentino, ove si era rifugiata assieme al padre all’indomani dello scandalo provocato dal processo per stupro a carico di Agostino Tassi.

A Firenze la pittrice soggiorna sei anni circa, dalla fine del 1614 a tutto il 1620. Giuditta, eroina della Bibbia, esempio di virtù e castità, viene rappresentata nell’atto di tagliare la testa del nemico Oloferne, condottiero assiro da lei ingannato con la seduzione pur mantenendo salva la propria purezza. In chiave psicologica alcuni critici contemporanei vi ravvisano il desiderio femminile di rivalsa rispetto alla violenza sessuale subita da parte di Agostino Tassi. Di rilevante c’è, tra l’altro, come rispetto al passo biblico, in cui la serva aspetta fuori e non partecipa all’omicidio, qui invece viene rappresentata complice fattiva, come fosse socia di uno stesso lavoro.

Le braccia sembrano muoversi all’unisono e si frappongono armoniosamente. Anche la diversa estrazione sociale delle due donne è messa in risalto; una, tiene la vittima a distanza, quasi disgustata, non avendo dimestichezza ad esempio nell’uccidere gli animali, l’altra, risoluta e tranquilla, sembra stare facendo un ordinario lavoro quotidiano. Il committente dell’opera fu probabilmente Cosimo II dei Medici; la stessa reca in basso la scritta in latino: Ergo Artemitia Lomi Fec.


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