Il potere dell’imperatore deriva da Dio, di Dante Alighieri



giovedì 14 aprile 2005 , Inviato da Redazione Antenati - 4343 letture

Nel capitolo precedente si è dimostrato, con una riduzione ad inconveniens, che l’autorità dell’Impero non trae la sua origine dall’autorità del sommo pontefice, però la sua diretta dipendenza da Dio non è stata dimostrata se non in quanto è una conseguenza di questa negazione dalla quale deriva che, se non dipende dal vicario di Dio, deve dipendere da Dio. Per una soluzione esauriente occorre dunque dimostrare con metodo diretto che l’imperatore, ossia il monarca del mondo, è in rapporto immediato col principe dell’universo, che è Dio. A questo fine bisogna tener presente che l’uomo, solo fra gli esseri, sta di mezzo fra le cose corruttibili e le cose incorruttibili per cui i filosofi lo paragonano giustamente all’orizzonte che è la linea d’incontro di due emisferi. Difatti l’uomo è corruttibile o incorruttibile secondo che lo si considera isolando una delle due parti essenziali di cui è composto, l’anima e il corpo. Per cui ben dice il Filosofo, nel secondo libro Dell’anima, riferendosi alla sua parte incorruttibile: solo questa può separarsi dal corruttibile come quella che è eterna. L’uomo dunque, poiché è termine medio fra le cose corruttibili e le incorruttibili e poiché ogni termine medio partecipa della natura degli estremi, deve necessariamente esser partecipe della natura delle une e delle altre. E siccome ogni natura è preordinata ad un fine ultimo, l’uomo dovrà avere due fini in modo che, come solo fra tutti gli esseri partecipa della incorruttibilità e della corruttibilità, solo fra tutti gli esseri sia ordinato a due fini ultimi, a uno in quanto corruttibile, all’altro in quanto incorruttibile.

L’ineffabile Provvidenza ha dunque posto davanti all’uomo come mete da raggiungere, due fini: la felicità di questa vita che consiste nella esplicazione delle sue capacità ed è raffigurata nel paradiso terrestre; e la felicità della vita eterna la quale consiste nel godimento della visione di Dio (alla quale l’uomo non può elevarsi da sé senza il soccorso della luce divina) ed è raffigurata nel paradiso celeste. A queste felicità, come a termini diversi, bisogna giungere con mezzi diversi. Arriviamo alla prima per mezzo degli insegnamenti della filosofia se li seguiamo effettivamente operando secondo le virtù morali e intellettuali; arriviamo invece alla seconda per mezzo degli ammaestramenti dello Spirito se li seguiamo operando secondo le virtù teologiche, cioè la fede, la speranza e la carità. Queste mete e i mezzi per raggiungerle ci sono state additate rispettivamente dalla ragione umana che i filosofi ci hanno reso tutta chiara e dallo Spirito Santo il quale, per mezzo dei profeti e degli scrittori sacri, per mezzo di Gesù Cristo figlio di Dio a lui coeterno e dei suoi discepoli, ci ha rivelato la verità sovrannaturale a noi necessaria. Tuttavia la cupidigia umana farebbe dimenticare e mete e mezzi se gli uomini, come cavalli erranti in preda alla loro bestialità, non fossero tenuti a freno nel loro cammino quaggiù con la briglia ed il morso. Per questo fu necessario dare all’uomo due guide in vista del suo duplice fine: il sommo pontefice che, seguendo le verità rivelate, guidasse il genere umano alla vita eterna, e l’imperatore che, seguendo invece gli ammaestramenti della filosofia, lo indirizzasse alla felicità temporale. E siccome a questo porto della felicità terrena nessuno o pochi (e questi con difficoltà estrema) potrebbero giungere se il genere umano, calmati i tempestosi allettamenti della cupidigia, non trovasse libertà e pace, ecco che questo è lo scopo al quale deve mirare con tutte le sue forze quel tutore del mondo che si chiama principe Romano: far sì cioè che in questa aiuola mortale si viva in pace e con libertà. Siccome poi la disposizione di questo mondo è in diretto rapporto con la disposizione dei cieli rotanti, è necessario, perché si possano applicare utilmente i principi della libertà e della pace in modo adatto ai luoghi e ai tempi, che il tutore del mondo sia stabilito da chi ha la visione diretta e immediata della totale disposizione dei cieli: ma questi può essere soltanto Colui che l’ha preordinata per potersene valere a tutto coordinare secondo i suoi piani. Se è così, solo Dio elegge, solo Dio conferma perché non ha nessuno al disopra di sé. Da cui si può trarre questa ulteriore conseguenza: che il titolo di elettore non appartiene né a quelli che comunque possono averlo portato in passato: essi vanno considerati piuttosto come i rivelatori della volontà provvidenziale di Dio. Di qui la discordia che talvolta li divide dovuta al fatto che tutti od alcuni di essi, ottenebrati dalla nebbia della cupidigia, non riescono a individuare l’elezione che Dio ha fatto. E così si è dimostrato che il monarca temporale riceve senza alcun intermediario la sua autorità dalla Fonte stessa di ogni autorità, la qual fonte tutta unita nella roccaforte della sua semplicità, si scinde in molteplici ruscelli per la sua bontà sovrabbondante.

(Dante Alighieri, De monarchia, III)


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