Il pensiero unico
 Chiunque di noi con l’ausilio di un videoregistratore e un paio d’ore di tempo può fare un semplice esperimento volto a dimostrare come l’Italia della campagna elettorale e quella di oggi siano due paesi che a dispetto della cartina geografica si trovano agli antipodi uno rispetto all’altro...
sabato 29 luglio 2006, di Redazione - 1473 letture
di Marco Cedolin
Chiunque di noi con l’ausilio di un videoregistratore e un paio d’ore di tempo può fare un semplice esperimento volto a dimostrare come l’Italia della campagna elettorale e quella di oggi siano due paesi che a dispetto della cartina geografica si trovano agli antipodi uno rispetto all’altro.
E’ sufficiente prendere dalla scansia qualche vecchia videocassetta sulla quale avevamo registrato (magari per sbaglio) una puntata di Ballarò, qualche concitato scontro verbale andato in onda su Matrix, l’infinita sequela di dichiarazioni esperite dai vari esponenti politici che con furia belluina per mesi si sono disputati il monopolio del tubo catodico, oppure se si è fortunati possessori dell’ambita reliquia, perfino lo storico faccia a faccia a cronometro Berlusconi vs Prodi o l’altrettanto struggente sequel Prodi vs Berlusconi.
Le immagini ci ricorderanno come tutta la campagna elettorale abbia mostrato due schieramenti contrapposti che si affrontavano usando toni molto accesi e palesando apparentemente abissali differenze nel modo di affrontare le varie tematiche politiche sia di ordine nazionale che internazionale.
Gli uni a propagandare un paese in salute grazie all’enorme mole di riforme messe in atto, tutte eccezionali e tutte indispensabili, gli altri a piangere un paese devastato da 5 anni di malgoverno, con le famiglie non più in grado di arrivare alla fine del mese, la sanità lasciata senza fondi, il lavoro precario dilagante.
Gli uni appiattiti sulle posizioni americane ed israeliane, disposti ad “investire” in uomini e mezzi nelle guerre di Bush, tutti lì a soffiare sulle ceneri dell’odio anti islamico, agitando lo spettro del terrorismo quale minaccia globale buona per ogni occasione; gli altri a difendere il pacifismo, a promettere immediati disimpegni militari, disposti ad impegnarsi per far si che i nostri troppi soldati di pace evitassero di trasformarsi in altrettanti caduti di guerra.
Nelle immagini delle videocassette i contorni delle cose erano netti, le contrapposizioni chiare, così come si percepiva altrettanto chiaramente l’impressione di trovarsi di fronte a due interpretazioni profondamente diverse della realtà sia in chiave presente che futura.
L’Italia del dopo elezioni che man mano emerge in questi mesi è un paese sfocato, brumoso dove tutti cercano di mistificare la realtà giocando con il senso delle parole.
Un paese dove governo ed opposizione sembrano essersi fusi in un’unica classe politica, appiattita sulle medesime logiche di potere ed eterodiretta dall’alto.
Il voto di ieri alla Camera concernente il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan, approvato praticamente all’unanimità da tutti i deputati (549 voti favorevoli e 4 contrari) dimostra inequivocabilmente la presenza di un “pensiero unico” favorevole alla presenza militare del nostro paese a fianco degli Stati Uniti laddove a Bush necessiti un appoggio armato.
Anche di fronte alla guerra (perché di sporca guerra si tratta e non di crisi) che lo Stato d’Israele sta conducendo in Libano si percepisce lo stesso pensiero unico, perché al di là delle tenui sfumature con le quali si cercano di colorire le parole, governo ed opposizione due sere fa erano a Roma dalla stessa parte della barricata a difendere i diritti d’Israele quasi si trattasse di una guerra fra due superpotenze e non dell’aggressione da parte di uno dei più potenti eserciti del mondo che ha deciso d’invadere uno stato sovrano adducendo come scusa del suo gesto il rapimento di 2 militari.
Se si eccettuano le prese di posizione dei partiti della cosiddetta “sinistra radicale” dove l’accezione radicale (che non cesserà mai di stupirmi) indica semplicemente un minimo di coerenza con le idee da sempre patrimonio della sinistra, nessun rappresentante del governo e dell’opposizione si è minimamente preoccupato della catastrofe umanitaria consistente in oltre 700.000 profughi cacciati dalle proprie case. Tutti esternano preoccupazione e biascicano parole di rincrescimento ribadendo il diritto d’Israele a difendere la propria sicurezza, dimenticando colpevolmente che in Medio Oriente da sempre dentro i campi profughi ci sono i palestinesi della cui sicurezza non è mai importato nulla a nessuno.
Anche nel DPEF che pur sommariamente identifica la direzione nella quale il governo intende muoversi in materia finanziaria il pensiero unico si ripropone con chiarezza adamantina. Tagli alla sanità, alle pensioni, nuovi sacrifici per le famiglie (ma non era stato ripetutamente affermato che le stesse famiglie già si trovavano nell’incapacità di arrivare alla fine del mese?) lotta all’evasione fiscale e tagli agli sprechi. Seppure con una manovra di dimensioni notevolmente inferiori Tremonti aveva fatto e detto praticamente le stesse cose varando l’ultima finanziaria.
Nel leggere il decreto Bersani messo in essere con l’intento di smantellare alcune corporazioni per sostituirle con altrettanti oligopoli anche se mascherato attraverso buoni sentimenti quali la “difesa del consumatore” molti rappresentanti del centrodestra hanno affermato che tale operazione avrebbero dovuto portarla avanti loro nella passata legislatura.
In effetti l’accentramento del commercio e dei servizi nelle mani di pochi colossi e multinazionali, la propensione a favorire l’assorbimento di tutti i piccoli gruppi industriali e finanziari, la volontà di dissipare enormi risorse (anche in questo caso come per le missioni militari la necessità di tagliare gli sprechi viene lasciata obliare) nella costruzione delle grandi opere che spesso si rivelano vere e proprie cattedrali nel deserto, appartengono tanto al governo quanto all’opposizione.
Il pensiero unico è rimasta l’unica grande certezza di questo paese dove tutti i partiti politici si accapigliano l’un l’altro nel tentativo d’inglobarsi anche loro in un soggetto politico sempre più grande, fingendo d’ignorare che il partito unico in realtà esiste già ed è sotto gli
Rispondere all'articolo -
Ci sono 5 contributi al forum.
- Policy sui Forum -
Il pensiero unico
29 luglio 2006
Hai ragione! siamo proprio alla fine delle salsicce..
E ora, cosa ci toccherà impegnare per mangiare?
Io non credevo si potesse parlare di politica, in questo modo, da veri professionisti della mistificazione!
I fascisti abolirono la morale, e poi furono ripresi dagli americani, e noi paghiamo tale errore, con la nostra
sudditanza a tempo indeterminato.
Oggi i fascisti vorrebbero liberarsi di quel fardello, mettondo sotto qualcun altro!
Invece, al tempo del cavaliere si è visto quanti viaggi faceva, quali regali, e quante promesse dall’una e dall’altra parte.. al punto che ormai,
il ferrovecchio aveva cambiato padrone..
Il pensiero unico
29 luglio 2006
Varrebbe sferzare solo se ci fosse appunto un pensiero unico.
Forse converrebbe parlare di coartazione generale delle azioni..
Spero di non aver offeso nessuno.
Il pensiero unico
29 luglio 2006, di : eunus
Cari amici, dopo aver parlato della fase cruenta che contraddistinse gli anni iniziali della Sicilia “unitaria”, faremo un cenno, adesso, sulle nefaste conseguenze economiche derivate dai provvedimenti dei primi governi nazionali che servirono a depredare le nostre ricchezze a favore del Settentrione d’Italia.
Per questo scopo mi servirò di una ricerca effettuata su una vasta bibliografia particolarmente accreditata in materia:
Unificazione del capitale liquido e del debito pubblico
Alla formazione del capitale liquido del nuovo regno, la Sicilia concorreva, assieme alle province del regno napoletano, con una quota pari a 443 milioni di monete su un totale di 668.
F.S. Nitti, chiedendosi dove era, intorno al 1860, la ricchezza in Italia, pubblicava il seguente quadro:
- Regno delle Due Sicilie milioni in monete 443,2
- Lombardia milioni in monete 8,1
- Ducato di Modena milioni in monete 0,4
- Parma e Piacenza milioni in monete 1,2
- Roma milioni in monete 35,3
- Romagne, Marche, Umbria milioni in monete 55,3
- Piemonte, Liguria, Sardegna milioni in monete 27,0
- Toscana milioni in monete 85,2
- Veneto milioni in monete 12,7
Il regno delle Due Sicilie aveva il doppio della ricchezza di tutti gli altri Stati della Penisola messi insieme.
Poiché le monete ritirate, in gran parte d’oro e d’argento, erano sostituite con carta moneta, i governi del nuovo regno potevano disporre di enormi riserve in metallo prezioso con cui pagare all’estero le materie prime e quant’altro occorresse a sviluppare l’industrializzazione ed il livello di vita del nord del Paese.
Grati per il “vantaggioso cambio” i siciliani cantavano, in quel periodo, “L’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia”.
***
Maffeo Pantaleoni, nel 1891, provava che il Mezzogiorno d’Italia contribuiva assai più del Settentrione alle entrate dello Stato, e precisamente avendo il 27 % della ricchezza nazionale, pagava il 32 % delle imposte.
Lo stesso Nitti, nel suo libro “Nord e Sud”, calcolava che lo Stato, nel ‘900, spendeva 71,15 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19,88 lire annue per ogni abitante della Sicilia.
Egli non poteva, ahimè, immaginare che, a distanza di un secolo, nulla o quasi sarebbe cambiato della sua proporzione.
***
Nel 1861 la Sicilia, a fronte di una bilancia commerciale attiva quattro volte superiore a quella del Piemonte, concorreva al debito pubblico unificato con appena 6.800.000 lire, su un totale di 111.000.000 e contro i 62.000.000 del regno Sabaudo.
A tal proposito, nella Relazione presentata dal Consiglio Straordinario di Stato, convocato in Sicilia in sostituzione della mai creata Assemblea Costituente, il 19 ottobre 1860, e che aveva visto la partecipazione dei più eminenti uomini siciliani del tempo (Ugdulena, F.Amari, F.Ferrara etc.), era stata richiesta, a fronte del ridottissimo debito pubblico isolano, una rendita adeguata in favore dell’Isola per la creazione di un sistema esteso di lavori pubblici.
Era stato anche chiesto, nel caso in cui fosse stata decisa l’alienazione e la liquidazione dei beni ecclesiastici, che “il ricavato di dette vendite fosse destinato a speciale beneficio della Sicilia”. Ed era stata infine auspicata la creazione di speciali zone franche che, con l’imminente apertura del canale di Suez, avrebbero potuto trasformare l’Isola in un importante emporio di commercio con i paesi orientali.
La Relazione, considerata da tutti un documento di enorme valore sul piano economico e sociale, subiva però la totale indifferenza del governo di Torino.
Politiche economiche del nuovo regno
Dopo il 1860 coloro che erano animati da sincero spirito patriottico suggerivano costantemente alle politiche economiche dei vari governi di predisporre tutti quei provvedimenti volti a distribuire in modo equo la ricchezza ed il benessere nella nazione. “Compensare il vuoto col pieno” era stato infatti l’auspicio di tutti quelli che avevano inteso l’unificazione italiana come un’occasione storica di prosperità generale.
A prevalere era invece l’elevazione del livello di vita nelle regioni del centro e del nord del Paese.
Al fine di inserire l’Italia nel processo di industrializzazione europeo si trasformavano, infatti, le basi dell’economia centro-settentrionale da agricole in industriali, concentrando e facendo attirare i capitali dove essi potevano trovare condizioni più vantaggiose di impiego e di rendita.
Con l’unificazione del debito pubblico il nuovo Stato italiano aveva già fatto pagare al Sud gli investimenti per le infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale del continente.
Le politiche economiche governative, poi, per proteggere i prodotti industriali “nazionali”, imponevano ai manufatti esteri altissime tariffe doganali. Ciò obbligava al consumo esclusivo di prodotti industriali “padani”, e gli enormi profitti conseguiti provocavano, ancora di più, il trasferimento di capitali dall’agricoltura alla nascente industria, con un continuo impoverimento dei proprietari e dei coltivatori di terre.
Le città e le campagne della Sicilia venivano a costituire un mercato di consumo dei prodotti industriali del Nord, alla cui invasione si opponevano solamente le ristrettezze economiche degli isolani e le difficoltà dovute alle vie di comunicazione.
Mentre nel resto d’Italia i prodotti agricoli siciliani, a causa dei forti dazi sul loro consumo e della concorrenza extraisolana, restituivano profitti scarsissimi, in Sicilia i manufatti settentrionali, protetti sempre dalle dogane italiane, conseguivano profitti altissimi.
E se ciò finiva con l’indirizzare i capitali in cerca di maggiori profitti verso le industrie continentali, toglieva allo stesso tempo all’agricoltura, soprattutto meridionale e isolana, quelle risorse indispensabili al suo sviluppo.
Se era vero che la ricchezza immobiliare siciliana superava, fino al 1890, quella industriale del Nord, era pur vero che l’unico risultato conseguito era quello di attirare su di sé un’ingente massa di tributi, che si risolvevano inevitabilmente nel potenziamento dell’economia industriale settentrionale.
Per questo motivo il Colajanni affermava che le tariffe del 1887 avevano consentito la creazione dell’industria italiana, a danno interamente dell’agricoltura del Meridione e delle Isole.
Il pensiero unico
29 luglio 2006, di : eunus
Il problema della terra e la vendita dei beni della Chiesa
Le speranze dei contadini siciliani che attendevano dall’annessione dell’Isola al Regno la soluzione del problema della terra venivano, sotto il nuovo regime, totalmente deluse.
Le varie forme di quotizzazione forzata, disposte dopo il 1860, avevano fallito il loro scopo. La vendita iniziale della terra degli antichi feudi con la divisione in piccoli appezzamenti, ceduti a contadini troppo indebitati o troppo poveri per acquistare sementi e materiale, non essendo stata seguita dalla creazione di istituti di credito rurale per sopperire ai bisogni dei nuovi piccoli proprietari, si era risolta nel ritorno dei terreni, a bassissimo prezzo, agli antichi latifondisti.
La legge del 10 agosto 1862 che doveva servire, secondo le intenzioni del Corleo, alla creazione di un ceto medio agricolo con la destinazione della terra non ai poveri ma, secondo i principi liberistici del tempo, a chi possedeva discreti capitali per le migliorie e per le altre spese agricole, si limitava a concedere a gente facoltosa, sotto forma di enfiteusi forzosa redimibile, tutti i fondi, tanto rustici che urbani, appartenenti agli enti ecclesiastici e al demanio, in lotti minimi di dieci ettari e massimi di cento.
Il provvedimento, benché concorresse a provocare un primo grosso frazionamento della grande proprietà della Chiesa e del demanio, conciliando il rispetto del diritto di proprietà con una più equa redistribuzione della terra, non era sufficiente ad assicurare la conservazione delle nuove quote per la mancata previsione di tutte quelle condizioni favorevoli al credito a buon mercato, alle migliorie, al commercio dei prodotti agricoli ed alle vie di comunicazioni da cui potevano derivare effettivi progressi economici e civili.
***
Nel 1867 una nuova legge disponeva l’incameramento e la conseguente liquidazione di tutto il patrimonio fondiario della Chiesa che in Sicilia raggiungeva i due terzi dell’intera proprietà terriera.
Il provvedimento aveva nell’Isola effetti molto diversi da quelli del resto d’Italia in quanto, per il particolare passato politico di Regno indipendente della Sicilia, la proprietà della Chiesa, risalente sino al tempo dei Re normanni, si era andata accrescendo nei secoli, anche per i “lasciti” di numerose case patrizie, ed aveva raggiunto una estensione di gran lunga superiore a quella delle altre regioni. L’enorme ricchezza che ne derivava consentiva, inoltre, alle Congregazioni religiose di dare ogni sorta di assistenza alle classi meno abbienti delle città e delle campagne.
In breve tempo l’Isola vedeva sparire l’immenso patrimonio sul quale vivevano migliaia di famiglie.
E se da un lato cresceva sempre più forte l’opposizione politica e clericale, dall’altro si creava un grave motivo di disordine civile e morale con lo scioglimento delle corporazioni religiose e l’accaparramento da parte dello Stato di tutti i loro beni.
La vendita dei beni della Chiesa gettava sul lastrico migliaia di persone che avevano basato le loro attività sulla conduzione delle proprietà ecclesiastiche ed accresceva enormemente la generale miseria, anche in conseguenza del venir meno dell’assistenza sociale fornita dagli ordini religiosi secolari e regolari.
Dal punto di vista economico la Sicilia veniva a comprare dallo Stato i propri beni, in gran parte donati alla Chiesa dal popolo siciliano o dalle autorità che lo rappresentavano, e dei quali il lavoro dei siciliani aveva fatto aumentare il reddito ed il valore.
Poiché i compratori, lusingati anche dalla falsa promessa governativa di essere esentati dal pagamento delle imposte fondiarie fino al 1880, investivano quasi tutte le loro disponibilità finanziarie nell’acquisto dei terreni, si ritrovavano senza più denaro per poter pagare le migliorie agricole e i salari ai propri braccianti, con conseguenze disastrose per la sopravvivenza di un numero incalcolabile di famiglie. Le susseguenti rivolte contadine innescavano quel sistema di consorterie mafiose che si poneva a difesa delle prerogative e dei privilegi dei grossi proprietari terrieri.
La vendita dei beni ecclesiastici incamerati e del demanio “antico”, unitamente a tutte le rendite dei beni ecclesiastici censiti, fruttava allo Stato, nel corso di qualche decennio, l’incredibile somma di quasi 800 milioni di lire (più di centomila miliardi di lire attuali).
Quest’enorme massa di denaro, proveniente dalle professioni liberali, dall’agricoltura latifondista, dalle industrie e dai commerci più attivi di quel periodo in Sicilia, veniva a mancare al potenziamento e allo sviluppo delle aziende e delle imprese esistenti, poiché impiegata nell’acquisto di altra proprietà rurale, peraltro meno redditizia.
In cambio lo Stato non dava niente alla Sicilia, anzi, dal quarto della rendita dei beni ecclesiastici concessi in enfiteusi, dovuto per legge ai comuni isolani, faceva tutte le possibili detrazioni, al punto che le amministrazioni comunali non avevano più nulla o quasi con cui soddisfare, come la stessa legge prevedeva, le pubbliche necessità come quelle dell’igiene e della istruzione popolare gratuita.
Alcuni comuni, di contro, si ritrovavano debitori verso lo Stato delle poche anticipazioni già riscosse.
Ha scritto, giustamente, Aristide Buffa in “Tre Italie”, ESA editrice, 1961: “I danni esercitati dalla vendita dei beni ecclesiastici...furono incommensurabili e hanno i loro effetti fino ad oggi...”; i soldi ricavati, “...se spesi nell’Isola, l’avrebbero trasformata in uno dei paesi più progrediti del tempo...ma allora urgeva la costruzione delle ferrovie nel Piemonte e nell’Alta Italia, per cui, praticamente, al dissanguamento della Sicilia corrispose la creazione, a nord del Po, dell’ambiente adatto per l’impianto delle nuove industrie...”
Furono le stesse autorità di governo, con Quintino Sella, ministro delle finanze, ad ammettere, poi, candidamente che: “occorreva confiscare e vendere i beni degli Ordini monastici della Sicilia per rassodare il bilancio dello Stato e colmare il deficit di 625 milioni”, e ad annunziare trionfalmente, nel 1876, per bocca del Minghetti, il pareggio del bilancio.
Opere pubbliche
Alle unanimi affermazioni dei responsabili del nuovo Stato che auspicavano l’attuazione di un vasto piano di opere pubbliche in Sicilia non corrispondeva un preciso impegno per l’approvazione di un programma organico e razionale, capace di attuare in tempi brevi i “generosi” propositi della classe dirigente.
Le cause della cronica scarsezza delle opere pubbliche nell’Isola non erano soltanto dovute alle forti spese militari o ad altre innumerevoli necessità del paese, ma soprattutto, ad una scandalosa, quanto tollerata sperequazione nella spesa statale in rapporto alla ricchezza e al reddito delle diverse regioni, molte delle quali avevano già usufruito, nei precedenti governi, di numerose opere di pubblica utilità.
Basterà dire che tra il 1862 e il 1896 il governo investiva oltre 450 milioni per lavori di impianti idraulici nel centro-nord (dighe, acquedotti, ecc.) e soltanto 1,3 milioni in Sicilia; che nel 1878 la provincia di Trapani non conosceva ancora la ferrovia; che la linea principale prevista per l’Isola, di 1075 chilometri, avrebbe dovuto essere consegnata nel 1869, ma solo nel 1881 riusciva a raggiungere la lunghezza di 490 chilometri; che nel 1890 le ferrovie complementari siciliane erano eseguite solo per il 18%, mentre nel Settentrione della penisola erano eseguite per il 67% e nelle regioni centrali per il 46%; che veniva tollerata, nella società di gestione dei servizi ferroviari in Sicilia, la disparità di trattamento economico tra dipendenti siciliani e non siciliani, a favore di questi ultimi; che per opere di bonifiche e di sistemazione di torrenti, fino al 1884, erano stati spesi 40 milioni in tutta la penisola e solo 27 mila lire in Sicilia; che negli anni successivi la percentuale di spesa dello Stato nell’Isola arrivava appena al 2,4 % dell’intero investimento nazionale; che nel periodo post-unitario la sproporzione fra la rete stradale isolana e quella nazionale andava continuamente aumentando, nonostante in Sicilia crescesse notevolmente la rete comunale, grazie agli sforzi finanziari dei comuni; che quelle poche strade nazionali realizzate dallo Stato erano state ricavate dalla trasformazione di strade provinciali e comunali; che per le opere necessarie alla pubblica igiene e all’istruzione dell’Isola lo Stato demandava il relativo onere alle già dissestate casse degli enti locali.
Per chi volesse sapere qualcosa di più rispetto a quanto esposto in precedenza sul primo periodo post-unitario della Sicilia può leggere ciò che segue:
In conseguenza dell’unificazione finanziaria, la Sicilia, nel giro di pochissimi anni, era sottoposta ad un peso fiscale così ingente da comprometterne quasi totalmente e definitivamente ogni possibilità di sviluppo economico e sociale.
Neanche sotto i borboni, come acutamente riferiva P. Carcano in “Cinquant’anni di storia italiana” (1911), l’Isola si era trovata così “travagliata da tutto quell’insieme di balzelli” ai quali era andata incontro dopo la sua unificazione all’Italia, né “da tutte le gravi addizioni in pro delle province e dei comuni”, ne dai dazi di consumo governativi, ne dalle imposte di successione e sugli affari, e “godevasi della esenzione dalla coscrizione, ciò che, per quanto nocivo dal riguardo politico, era nondimeno un conforto per il povero...”.
Liberata per un po’ dalla tassa sul macinato, nel 1868, la Sicilia, come le altre regioni d’Italia, tornava ad essere gravata da quell’impopolare tributo, in odio al quale si erano mossi a combattere assieme a Garibaldi i ceti più poveri dell’Isola.
Intorno al 1876, la Sicilia pagava :
- più di nove milioni per imposte sui terreni;
- più di otto milioni per imposte sui fabbricati;
più di nove milioni per imposte sul macinato (un settimo
del totale percepito dallo Stato);
- undici milioni per imposte sugli affari;
- dieci milioni per imposte sul lotto;
otto milioni per imposte sui tabacchi (pagate per
l’estensione all’isola del monopolio di Stato);
- circa dieci milioni per imposte sul registro e sul bollo.
Il tutto per un valore complessivo che corrispondeva all’incirca alla decima parte degli introiti totali dell’erario italiano.
Poiché l’imposta sui terreni colpiva l’estensione piuttosto che l’effettivo reddito della proprietà, ne derivava che il proprietario terriero in Sicilia pagava, a parità di estensione, le stesse tasse di quello del continente, ma con un reddito agricolo molto minore per la scarsa produttività dei terreni.
Sul reddito agrario e in genere su quello di tutta la proprietà fondiaria gravavano anche le tasse sugli affari, sul registro e sul bollo.
Nel 1862, con la legge Corleo, tutti gli atti di censuazione che sotto il regime borbonico erano tassati in maniera lievissima, venivano gravati della tassa piemontese sul registro e sul bollo che essendo fissa ed oscillante, secondo gli affari, da un minimo di L. 0.85 a L. 3.40, danneggiava le piccole contrattazioni per le quali non era prevista una tassa proporzionalmente esigua.
In tal modo la tassa di registro che nel 1860 toccava appena i due milioni, nel 1897 raggiungeva i diciannove milioni (con una svalutazione, nello stesso periodo, da 1 a 4 ).
Il pensiero unico
8 agosto 2006, di : enza
Il tuo articolo è molto interessante.Non sono riuscita a trovare, però, la parte in cui parli della fase cruenta dei primi anni della Sicilia unitaria.Mi puoi aiutare a trovare questo articolo? Te ne sarei molto grata.Ciao e grazie.ENZA
Il pensiero unico
29 luglio 2006, di : eunus
(continua)
Anche l’imposta sui fabbricati colpiva più fortemente la Sicilia poiché la popolazione contadina, che nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale si avvantaggiava della esenzione fiscale accordata al caseggiato rurale, nell’Isola viveva nei paesi o alla periferia delle città, rinunciando ad abitare in campagna per la mancanza di acqua, strade, sicurezza, difese contro la malaria e di agi civili anche minimi.
Aggiungasi che l’imposta applicata alla proprietà immobiliare e fondiaria isolana derivava da un catasto le cui operazioni d’aggiornamento, mentre nella parte continentale del regno borbonico si erano svolte tra il 1808 e il 1818, in Sicilia erano state avviate tra il 1835 e il 1858, cioè in un periodo in cui il valore dei terreni si era quasi raddoppiato. Per tale motivo i borboni avevano stabilito per la Sicilia un’aliquota fiscale pari alla metà di quella applicata nel napoletano.
L’amministrazione finanziaria italiana, ritenendo invece che l’Isola pagasse meno del Napoletano, ne aumentava inesorabilmente l’aliquota.
L’agricoltura isolana veniva in tal modo colpita nel suo patrimonio territoriale da imposte molto più pesanti dello stesso meridione d’Italia, imposte che non esercitavano alcun peso sul prezzo dei prodotti agricoli che restavano bassi, a differenza di quelli industriali del Nord che, protetti sempre dai governi nazionali, consentivano ai produttori di rivalersi delle tasse sul compratore.
La legge del 1877 sulla revisione del reddito imponibile dei fabbricati deludeva ancor di più le aspettative dell’Isola, poiché si trasformava in un’esosa operazione finanziaria dello Stato che apriva la via ad un generale aumento dell’imposta, fino al doppio e al triplo di quella precedente.
In segno di protesta molti siciliani mandavano al prefetto le chiavi delle loro case, mentre nelle campagne un gran numero di piccoli proprietari cominciava ad abbandonare le proprie terre.
L’imposta sul macinato aumentava in maniera crescente procedendo da Nord verso il Sud d’Italia e le Isole per il tipo di alimentazione delle popolazioni meridionali, basato soprattutto per ragioni climatiche ed economiche, sul consumo di pane e pasta. Incredibilmente, tra il 1876 e il 1880, era concessa dallo Stato una riduzione della tassa sul macinato dei bassi cereali come il mais, l’orzo, etc., notoriamente coltivati e consumati nel settentrione d’Italia (polenta e pane d’orzo).
Alle tasse sui consumi (dazio-consumo), sulla famiglia (focatico), ricadenti soprattutto sui ceti agricoli meno abbienti che risiedevano entro la cinta daziaria, si aggiungevano quelle sul bestiame e sulle successioni, e a tutte si sovrapponevano le tasse comunali e provinciali.
La diffusa impossibilità a pagare le numerosissime imposte causava la scomparsa di moltissimi piccoli poderi.
Ai contadini isolani, anche per misere cifre dovute all’erario, veniva tolta la terra che costituiva per loro l’unico mezzo di sostentamento e che il governo nazionale si era impegnato, con molte promesse, a distribuire. Nella sola provincia di Caltanissetta, tra il 1883 e il 1893, si contavano 16.662 espropriazioni da parte del demanio. Succedeva, poi, che lo Stato, non riuscendo a vendere subito i terreni alle aste, provocava il loro abbandono, con un ulteriore danno per l’agricoltura siciliana.
Decadenza delle attività industriali
Al momento dell’unificazione era prevalente nelle attività industriali dell’Isola il carattere artigianale, specialmente nella filatura della seta e della canapa, del lino, della lana e del cotone, nelle fabbriche dei cappelli di feltro ed in quelle per la concia delle pelli, nelle fabbriche di sapone e di carta da imballo, in quelle di botti e di carretti, di carrozze e dei relativi accessori, di mobili artistici e della molitura, delle paste alimentari, etc.
Fatta qualche eccezione, come per i Florio, vigeva una certa timidezza nell’intraprendere e nell’impiego di capitali per le attività industriali, alle quali si preferivano le piccole attività artigianali ed agricole. In relazione alle possibilità finanziarie dell’Isola erano, tuttavia, presenti le premesse per un armonico sviluppo economico.
Sotto il nuovo regime l’industria siciliana grande e piccola, invece di trovare stimoli e sostegno, incontrava difficoltà sempre maggiori dovute, soprattutto, all’astuta volontà dei governi di orientare i capitali isolani verso l’acquisto dei terreni incamerati dallo Stato, e alla cronica carenza di una rete stradale e ferroviaria e di un adeguato sistema di credito industriale che nel continente alimentava e potenziava le industrie.
Questi fattori negativi, determinando un’incapacità costante dei prodotti industriali siciliani ad affrontare la concorrenza extraisolana, provocavano, col passare del tempo, la decadenza e la scomparsa di molte industrie dell’Isola.
Il dazio sull’esportazione all’estero, mentre per le altre merci nazionali gravava per l’1% rispetto al costo di produzione, incideva sui prodotti zolfiferi, quasi esclusivamente siciliani, nella misura del 10%. I produttori, dimostrando che l’aumento di reddito imponibile derivato dall’abolizione di tale imposta andava a compensare le perdite dell’erario, chiedevano insistentemente di essere esentati da quell’aggravio per poter esportare lo zolfo senza subire il danno della concorrenza estera.
A costoro, però, rispondeva il Sella il quale, dimenticando la drammatica realtà delle miniere e l’assenza totale dello Stato nella realizzazione in Sicilia di strade, ferrovie e porti di imbarco, sosteneva che la crisi zolfifera era dovuta ai cattivi metodi di estrazione, agli oneri che il proprietario imponeva al gestore della miniera e alle spese dovute ai trasporti.
Nel solo 1868 lo Stato riscuoteva per dazi sugli zolfi, L.1.754.409, mentre, nonostante le proclamate esigenze finanziarie, esentava dal dazio i bozzoli e i filati dell’alta Italia.
***
L’unificazione doganale e quella tributaria venivano a segnare l’agonia e la fine della coltivazione e dell’industria del tabacco in Sicilia.
Tale coltivazione risaliva nell’Isola al 1615 e nel periodo 1850-1865 aveva dato una produzione media annua di 13 mila quintali. Le più importanti coltivazioni del tabacco erano a Palermo, Messina, Catania, Licodia, Partinico e, in proporzioni più limitate, in qualsiasi località dell’Isola dove attecchivano tutte le qualità di tabacco.
Ottima era anche la confezione. Nella preparazione di alcune qualità, la città di Catania poteva ritenersi degna rivale di Amsterdam.
Ma dal 1867 parlamento e governo decidevano, progressivamente, l’abolizione della libera coltivazione di tabacco in tutto il territorio nazionale.
Con la legge del 28 giugno 1874, dimenticando i tumulti palermitani del ‘66, il governo centrale estendeva anche alla Sicilia la privativa sui tabacchi, nonostante la forte opposizione delle Camere di Commercio dell’Isola, dei consigli comunali e provinciali e di diversi parlamentari siciliani tra i quali Spina, Ferrara e Maiorana-Calatabiano.
Né il proponente Minghetti, né il parlamento approvante avevano voluto considerare che la produzione e il commercio del tabacco in Sicilia forniva un’imposta che da trecentomila lire nel 1861 saliva a 5 milioni dopo il 1862 per arrivare, grazie a successive disposizioni tributarie, a 68 milioni fino al 1871 e 83 milioni fino al 1872. Non si era nemmeno voluto tenere conto degli importanti benefici che l’industria del tabacco esercitava nell’economia siciliana.
Come se ciò non bastasse non si concedeva alla Sicilia neanche una fabbrica governativa per riassorbire i 5000 operai che già attendevano alla confezione delle foglie, e che erano rimasti senza lavoro. Il nuovo regime monopolista, facendo regredire e sparire per sempre la coltivazione e l’industria del tabacco dell’Isola a favore di altre regioni, aggiungeva disoccupazione e miseria alla sua tanto provata popolazione.
***
L’industria ed il commercio del cotone subivano in Sicilia notevoli danni dalle nuove tariffe doganali piemontesi.
Tuttavia nel biennio 1864-65, in coincidenza della guerra di secessione americana, venendo a mancare la concorrenza d’oltre oceano, la produzione di cotone nell’Isola si triplicava, arrivando a contribuire per un terzo alla produzione nazionale.
Molti proprietari per far posto alla coltivazione del cotone arrivavano a sacrificare le preesistenti colture, pur essendo fiorenti e remunerative.
Il prodotto isolano veniva comprato dalla Francia, dall’Inghilterra, dall’Austria, dall’Olanda e da altri paesi.
Ma la fine della guerra di secessione ed il conseguente rifiorire delle immense piantagioni di cotone americano riportavano nuovamente ad un livello insostenibile la concorrenza straniera che, non contrastata dal governo italiano (in altre occasioni intervenuto a difesa dei prodotti settentrionali), costringeva l’attività cotoniera isolana ad un rapido declino, assieme alla rovina di molti imprevidenti coltivatori.
Lo stesso destino seguivano la coltivazione del lino e della canapa che alla fine della guerra di secessione sopravvivevano solamente nei territori di Terranova, Catania e Modica.
I mangiatori di formiche
30 luglio 2006, di : sono leggermente di sinistra
Molti credono che il nord è stato sempre più ricco. Invece, prima della rivoluzione industriale, e della sua pianificazione, non c’era nessuna ricchezza al nord..
(al nord c’erano solo mucche selvatiche e pascoli, e al sud la Magna Gracia, l’origine della civiltà occidentale)
Ma la cosa incredibile è che i soldi per tale "disegno" sono venuti dai nostri padri, dai loro immensi sudori.
Grazie, per quanto ha cercato e scritto, ora siamo più coscienti di quanta gente ci ha preceduto nei nostri stessi pensieri e angosce.
Spero che molti possano leggere i suoi argomenti, anzi: mettiamoli in prima pagina in questo blog.
Propongo alla redazione di non tenere
il "lume sotto il moggio"..
Cordiali saluti, Salvo Piazza
(mandiamo solo qualche musicista al nord?)
|