La storia del mercante "in bolletta" Antonio (un Jeremy Irons svogliato) e del ricatto che subisce dall’ "usuraio" ebreo Shylock (un sempre grande - ma di maniera - Al Pacino) si snoda lenta e piatta...
Sono sufficienti solo due esempi - il "Romeo + Juliet" di Baz Luhrmann e "Riccardo III, Un uomo, un re" di Al Pacino - per comprendere come si possa trasporre sul grande schermo la classicità ed universalità delle opere di Shakespeare con quel rispetto ed allo stesso tempo necessaria personalizzazione artistica che fanno di ogni adattamento cinematografico una rischiosa scommessa vinta.
L’operazione invece del regista Michael Il Postino Radford nel filmare "Il Mercante di Venezia" si limita ad una precisa rinuncia a qualsiasi contestualizzazione ed aggiornamento del testo seguendo pedissequamente luoghi, oggetti e parole così a tratti annoiando ed appesantendo l’attenzione dello spettatore.
La storia del mercante "in bolletta" Antonio (un Jeremy Irons svogliato) e del ricatto che subisce dall’ "usuraio" ebreo Shylock (un sempre grande - ma di maniera - Al Pacino) si snoda lenta e piatta tra le calle di una Venezia mai così poco cinematografica sicuramente invogliandoci a trovare rifugio tra le pagine e le parole del testo originale del drammaturgo inglese per riscoprire l’alto valore morale - e sempre più attuale - di un diritto sacrosanto dell’uomo : essere considerato soprattutto un essere umano, al di là delle connotazioni religiose o razziali.