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Il mare che avanza


Le coste italiane si assottigliano. La sabbia serve per cementificare, la cementificazione rende le coste più deboli. Lungomari, case e sbarramenti, interventi portuali sbagliati... Non solo la riviera jonica messinese...
mercoledì 6 settembre 2017 , Inviato da Piero Buscemi - 607 letture

Chi è nato e cresciuto su una delle tante riviere marine siciliane, inconsapevolmente, è diventato testimone ed esperto di cambiamenti ambientali e dell’insieme dei fenomeni irreversibili che, oggi, sono diventati oggetto di studio per geologi e racchiusi nella parola erosione.

Quando, anche noi di Girodivite, ci siamo occupati del territorio che si affaccia sul Mar Jonio, la riviera jonica messinese, abbiamo avuto modo di confrontare la documentazione per immagini di una situazione in continua evoluzione, segnata da un evidente riduzione dello spazio destinato alle spiagge rispetto ad un continuo avanzamento del mare sulla costa, arrivando ad annullare interi litorali, una volta fiore all’occhiello del turismo locale.

Rivedendo le foto che abbiamo utilizzato, anche di recente, in occasione dei dibattiti sulla situazione idrogeologica del territorio in questione, si rimanda agli articoli "Mostra fotografica" (Girodivite, 3 marzo 2010) e il più recente "Prima che... sette anni dopo" (Girodivite, 5 aprile 2017), se eravamo stati colpiti da un’accelerata involuzione delle condizione del territorio, sia collinare che marino, confrontando le immagini storiche del passato di questo territorio, ci siamo resi conto di come lo stravolgimento del panorama offerto dalle immagini, abbia cambiato in poco più di cinquanta anni l’intera conformazione della costa a ridosso dei paesi che si affacciano su questo mare.

Ci sono venute in mente le storie dei vecchi pescatori che raccontavano delle distese di rena che, dalle case del paese, si allungava verso la battigia, costringendoli a dolorose faticate per trasportare le reti ed i palamiti fino ai ricoveri sicuri dove depositare l’attrezzatura da pesca. Qui il mare ha da sempre fatto sentire la sua forza. Epica fu la mareggiata del 1974, durante la quale, senza esagerare, molti ricordano onde degne dei più moderni tsunami del nostro linguaggio corrente. Ancora adesso, chi ha avuto modo di rivedere i vecchi filmati in Super8, che qualche appassionato conserva ancora, quelle immagini in bianco e nero incutono paura.

Ma era la conformazione del territorio che faceva la differenza tra una tragedia ambientale, con morti e dispersi, ed un naturale fastidio per chi di mare ci viveva. Le larghissime spiagge che riuscivano in quegli anni a spalmare la forza delle onde, erano di protezione alle case poste notevolmente in posizione arretrata rispetto a quanto oggi occupato dai lungomari.

Perché, tralasciando le successive speculazioni edilizie, molto distanti da un qualsiasi concetto di anti-sismico, che hanno deturpato nei decenni i classici paesini della riviera jonica, dei quali solo pochissime case sono scampate miracolosamente agli obbrobri dei restauri di nuovo concezione, appare evidente che la trasformazione e la pericolosità delle periodiche mareggiate che si abbattono in questa zona, sembra proprio che siano state originate dalla riduzione dell’ampiezza delle spiagge a favore di futuristiche passerelle, diventate in epoche più attuali, addirittura, strade principali di comunicazione tra i vari paesi.

L’entusiasmo degli anni ’70 che portò a costruire sottovalutando le conseguenze di quello che, a torto, era stato considerato un lontano futuro, oggi ha messo alla luce le problematiche sulla vivibilità in questi territori, con la popolazione a dover far fronte ad un pericolo costante tra le colline che franano ed il mare che erode le spiagge.

Nel cercare di fare chiarezza e comprendere, dalle cause di questo percorso distruttivo, quali eventuali accorgimenti siano ancora praticabili per porre rimedio alla gravità della situazione, ci è venuto incontro un interessante articolo pubblicato sulle pagine de La Repubblica del 3 settembre scorso, a firma Antonio Cianciullo, riguardante l’intero territorio nazionale.

Particolare riscontrare, dalle parole di Cianciullo, come sia stato dimostrato che la costruzione di barriere architettoniche, aventi lo scopo di contrastare l’avanzare del mare, abbia causato l’esatto contrario. Nell’articolo si fa cenno a come, rispetto agli anni Ottanta, i chilometri di arretramento sono passati da 600 a 1.300. Un disastro che è costato alle casse dello stato (quindi di noi cittadini!) la considerevole cifra di 4,5 miliardi di euro. Un disastro che si sarebbe potuto limitare, se si fosse dato ascolto alle avvisaglie già segnalate dai geologi, oltre trenta anni fa. Un tempo che ci ricollega alla situazione della riviera jonica, trattata sopra.

Di particolare interesse, per le zone coinvolte più prossime alla nostra indagine, è la parte che così recita: "Nella Baia di Giardini Naxos la costruzione del molo di un porto, mai ultimato, ha cambiato l’equilibrio su cui si fondava una delle più belle spiagge della Sicilia innescando un processo di erosione non fermato dalle barriere frangiflutti realizzate negli anni Ottanta: solo negli ultimi 5 anni il trend si è invertito grazie all’apporto di nuova sabbia". O quella, qualche rigo sotto: "A Sant’Alessio, invece, tra Messina e Taormina, negli anni ’70 è stato costruito un lungomare sulla linea delle dune che ha cancellato buona parte della bellissima spiaggia e le massicciate fatte subito dopo per frenare l’erosione l’hanno accelerata".

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Sant’Alessio siculo
Il litorale di Sant’Alessio Siculo di qualche decennio fa. Si confronti la foto con quella successiva.
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Erosione spiaggia Sant\’Alessio Siculo
(Foto Sikilynews.it)

La scelta scellerata di avviare tutta una serie di grandi opere, a ridosso delle nostre coste, ha incrementato il fenomeno di erosione. Nell’articolo viene citato l’intervento di Enzo Pranzini, docente di Dinamica e difesa dei litorali all’Università di Firenze, che sull’argomento si esprime così: "Il processo è cominciato a Nord con la costruzione delle grandi dighe che hanno bloccato l’apporto di sedimenti alla foce dei fiumi". "Poi, man mano che le autostrade, le ferrovie, le cave scendevano verso Sud, l’erosione ha proseguito. Ormai il 42 per cento delle spiagge italiane arretra".

L’articolo si chiude con la descrizione dell’aggravio costituito dai cambiamenti climatici che hanno innalzato i mari con una media di 3 millimetri l’anno, che rischiano di fare superare il metro entro la fine del secolo. Non potendo fermare il mare, come ci appare ovvio affermare, il rischio che si corre è la completa scomparsa totale delle spiagge, barriera naturale contro la forza del mare. Appare scontato pensare che, quando questo avverrà, il mare non troverà altra fine corsa se non addosso alle nostre case.

Anche la possibile soluzione, alla quale sono giunti in diverse località oltre confine, luoghi come Miami, Copacabana o Montecarlo hanno risolto il problema con le spiagge artificiali, spostando milioni di metri cubi di sabbia da porre davanti alla forza della natura, come quella sprigionata dal mare, non sembra trovare applicazione dalle nostre più modeste amministrazioni.

Ritornando al nostro territorio, la vista delle immagini scattate dal nostro collaboratore Matteo Smillo, che vi invitiamo a rivedere ("Prima che... sette anni dopo", "Mostra fotografica"), ci fa comprendere come la pulizia dei bacini torrentizi, pericolosissimi durante le stagioni delle piogge (l’alluvione di Scaletta Zanclea e Giampilieri del 1° ottobre 2009, per fare un esempio), con l’escavazione delle tonnellate di terra che hanno riempito gli alvei e la loro ricollocazione sui litorali, consentirebbe di affrontare le bombe d’acqua con un margine maggiore di sicurezza e di porre una barriera più consona alle mareggiate, rispetto alle fallimentari murature in cemento che hanno aggravato l’erosione marina, provocando la quasi totale scomparsa degli arenili.



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