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Il giallo carnoso di Elvira Seminara

L’indecenza / Elvira Seminara. - Milano : Mondadori, 2008

di Maria Teresa Cassini - mercoledì 6 aprile 2022 - 1064 letture

È in un autunno smodato che la voce narrante conduce il lettore cominciando a raccontare: un autunno siciliano in cui l’afa e l’arsura non cedono togliendo linfa, respiro e vita alla vegetazione, che pur prolifera in modo lussureggiante, ma così anomalo e innaturale da sfibrarsi immediatamente e da minacciare tutto ciò che incontra. Il giallo carnoso dei fiori e il verde mosso delle foglie brulicavano nell’incrocio, ed entrambi, fiori e foglie, soffocavano in un abbraccio che si smorzava esausto sul muro [...] e foglie e foglie dappertutto, labbra di foglie gonfie e stremate, in una morsa senza fine, un’orgia di foglie screziate e lucide di ogni specie che si infilavano tremule nei varchi disponibili, una crepa, un vaso rotto, una fessura tra i mattoni. E foglie coi denti che succhiavano il ferro delle sedie, si contraevano e si dilatavano. Ossa di foglie per terra, che gemevano sotto i passi. Foglie molli e sfinite, ridotte a fibre, nervi, polvere. Foglie bagnate e foglie irsute, che mugolavano nel vento e si umettavano i bordi, e poi i tentacoli dei rami neonati che si aggrappavano ad arbusti più forti.

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L\’indecenza, di Elvira Seminara

A narrare è la protagonista, una donna benestante di trentanove anni, che ripercorre alcuni mesi cruciali della sua esistenza a cominciare da quell’autunno smodato, quando è già accaduto l’evento traumatico che ancora la coinvolge nel corpo e nell’anima. Un evento a lungo innominato, che, nonostante le parvenze di ripresa, non può appartenere solo al passato, perché le ha sottratto il suo desiderio più intenso e il suo orizzonte di attesa. Si potrebbe anche dire che è convalescente, che non ha ancora sconfitto il disagio psicofisico del trauma, se la freddezza del linguaggio convenzionale fosse capace di restituire la pregnanza del dolore e la densità del male oscuro che subdolamente la possiedono.

È in questo contesto che lei e il marito fanno la scelta di assumere una governante, una ventenne fatta venire dall’Ucraina, Ludmila, con un contratto che prevede vitto e alloggio. La ragazza, con le sue carni di un latteo biancore e le sue lunghe trecce bionde, con i suoi pochi e modesti abiti e i suoi bizzarri maglioni cuciti o sferruzzati da sua madre, col suo italiano, fra l’approssimativo e il pretenzioso, appreso in un corso intensivo nel suo paese, diventa ben presto il centro di uno strano triangolo. Lui, un uomo dinamico dotato di autocontrollo e di spirito pratico, che pare avere assorbito senza scosse il trauma che pur lo coinvolge, vorrebbe mostrarsi accogliente verso Ludmila, ma conservando le dovute distanze, anche se poi ne parla con la moglie chiamandola la bambina, e suole intrattenersi con lei a lungo la sera a guardare la televisione e a chiacchierare. Lei si delizia nel prepararle succulente colazioni, nell’acquistarle i dolcetti al pistacchio che tanto la giovane apprezza, nel riempirla di regali che rendano meno desueto il suo guardaroba e più profumata la sua pelle. Ludmila non si sottrae alle faccende domestiche, ma diventa in un qualche modo lei la persona di cui prendersi cura. Almeno fino a quando acquista una certa autonomia, si costruisce un gruppo di amici con cui passare il suo tempo libero, si imbelletta vistosamente la faccia, scioglie le sue chiome dorate, veste abiti provocanti e in casa si prende inusuali libertà. A questo punto è un’altalena di diffidenza e di intimità, di sospetti e di indulgenza, di rancore e di amorevole sollecitudine. Ma non si pensi che, come nei romanzi più tradizionali, la voce narrante ci restituisca una progressione ordinata, una successione di cambiamenti inattesi che determinano una nuova condizione. Qui ogni legame di causa ed effetto è rotto ed anche la consequenzialità temporale, che pure è presente nel passaggio da un autunno torrido a un inverno piovoso, è messa in crisi da una quotidianità dilatata dove tutto si affastella e si confonde.

Intanto la casa sembra vivere di una vita propria: ora minacciata dal rigoglio dei rampicanti, ora trasudante umidità e muffa, ora invasa dagli insetti, ora aggredita da invisibili topi, ora tutto uno sgocciolio e perdite d’acqua, ora assediata dalla nera polvere caliginosa dell’Etna. E sempre pervasa da crepiti, gorgogli, ticchettii, frusci, scricchiolii inquietanti. Una casa, anzi una prestigiosa villetta del catanese, che si fa potente correlativo oggettivo del turbine che travolge la protagonista nonostante le parvenze di quasi normalità di una convalescenza pur faticosa con i suoi alti e bassi, con i suoi momenti di inerzia e i suoi momenti di reattività, con i suoi passaggi dalla speranza alla cupezza.

L’epilogo è drammatico, ma sui fatti qui dominano le atmosfere, i non detti, i movimenti irriflessi di un’anima in pena affidati a una scrittura potente e studiata, che privilegia l’andamento ritmico della paratassi, con ripetizioni e riprese, e la capacità associativa della metafora, senza peraltro mai perdere il senso della misura e del nitore, senza mai cadere nell’eccesso e nello stucchevole nel mettere in scena quanto di smodato avvolge le menti e le cose.


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