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Il dramma dell’Italia che dimentica i giovani

Prospettive di reddito più basse e precarietà incidono pesantemente sulla visione del futuro e sullo stile di vita dei giovani italiani, che detengono il poco invidiabile primato in Europa nella permanenza a casa con i genitori.
di Giuseppe Artino Innaria - mercoledì 31 ottobre 2007 - 2031 letture

Nella lezione su “Consumo e crescita in Italia”, tenuta a Torino il 26 ottobre 2007, in occasione della quarantottesima Riunione Scientifica Annuale organizzata dalla Società Italiana degli Economisti e dall’Università degli Studi di Torino, il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha svolto interessanti considerazioni sul rapporto tra mercato del lavoro e redditi, in particolare con riferimento ai giovani.

Negli ultimi dieci anni si sono ridotti i salari d’ingresso ed è aumentata la precarietà. I livelli retributivi in Italia sono più bassi che negli altri Paesi principali dell’Unione Europea e oggi nel nostro Paese il lavoratore con più di sessant’anni guadagna più di un ventenne o trentenne, mentre in Germania o nel Regno Unito le retribuzioni sono coerentemente più alte nel periodo centrale della vita lavorativa, normalmente ritenuto il più produttivo.

Prospettive di reddito più basse e precarietà incidono pesantemente sulla visione del futuro e sullo stile di vita dei giovani italiani, che detengono il poco invidiabile primato in Europa nella permanenza a casa con i genitori.

Il quadro delineato dal Governatore Draghi si accorda molto con il saggio di due docenti della Bocconi, Tito Boeri e Vincenzo Galasso, dal titolo già di per sé molto significativo: “Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni”.

Galasso e Boeri mettono in evidenza una contraddizione tutta italiana. I nostri connazionali sono, nel privato, molto protettivi nei confronti dei figli, al punto, come già evidenziato, da tenerseli in casa fino ad età inconcepibili all’estero. Tuttavia, nel pubblico l’attenzione per le giovani generazioni si rivela alquanto distratta.

Negli anni Ottanta il debito pubblico è esploso e non è mai stata intrapresa una seria opera di risanamento delle finanze pubbliche, alimentandosi così un sistema politico molto abile a costruire facile consenso con la redistribuzione delle risorse, molto meno con l’efficienza e le politiche di lungo periodo (qualcuno deve avere preso sul serio J.M. Keynes quando diceva che tanto nel lungo periodo siamo tutti morti).

Per gli italiani i “figli so’ pezz’e’ core”, ma i propri figli, non quelli degli altri evidentemente.

Purtroppo per noi, non è un male recente. La memoria corre al saggio di Edward C. Banfield, “Moral Basis of a Backward Society” (Le basi morali di una società arretrata), addirittura del 1958. Lo studioso americano effettuò una indagine nel Sud Italia, rintracciando l’inclinazione diffusa di ogni singola famiglia a ricercare il massimo vantaggio solamente per sé, disinteressandosi del resto della comunità. Banfield aveva davanti il modello tipico del piccolo centro meridionale (convenzionalmente denominato “Montegrano"), rappresentativo di un Mezzogiorno appena uscito dalla seconda guerra mondiale e alle prese con difficoltà economiche notevoli. Ciò nondimeno, quel familismo che Banfield aggettivò come “amorale”, perché indifferente ad un orizzonte comunitario più ampio della famiglia, quel familismo che fece dire a Sciascia ne “Il giorno della civetta” che la famiglia è l’unica istituzione che il siciliano riconosce, sembra essere rimasto un tratto costante della società non solo meridionale, ma in generale italiana. Per Banfield il familismo è un dato di natura antropologica, che connota un atteggiamento non orientato verso la comunità e che rappresenta l’esatto contrario del senso civico.

In tempi più recenti, Carlo Tullio Altan (“La nostra Italia”) è ritornato sul familismo, scovandone le radici antiche e dimostrandone la persistenza nell’Italia contemporanea. Un altro studioso americano, Robert D. Putnam (“La tradizione civica nelle regioni italiane”), ha ripreso il tema, individuando una profonda differenza tra le regioni d’Italia in tema di senso civico.

Alla nozione di familismo si ricollega anche Paul Ginsborg (“L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996”), allorché ne segnala l’utilità nello spiegare la storia italiana più recente, in cui il modello familiare ed i suoi valori tendono ad essere predominanti sulla società civile e sullo Stato.

Il risultato è che nell’Italia di oggi i giovani pagano lo scotto delle scelte dei padri sia in termini di livello di tenore di vita nel presente sia in termini di prospettive future.

Che fare? Percorrere la via dello scontro generazionale è sicuramente poco proficua. I giovani devono semplicemente abbandonare un atteggiamento passivo e prendere in mano il loro destino.

Insomma, le nuove generazioni devono fare i conti con una vita con meno certezze, con meno garanzie di stabilità. Per contro, devono essere in grado di abbracciare una mentalità al passo con i tempi e azzardare di più l’imprenditorialità, ma devono anche incominciare a farsi sentire, ad essere abili nel far valere le loro ragioni, in special modo nelle stanze della politica. Sempre che qualcuno si prenda la briga di ascoltarle!


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