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Il dominio globale secondo Noam Chomsky

Esce nelle librerie ’’Egemonia o sopravvivenza’’, di Noam Chomsky, una nuova sintesi del pensiero dell’intellettuale statunitense

di Redazione - domenica 19 giugno 2005 - 5711 letture

Linguista di importanza internazionale (la sua prima opera scientifica, “Le strutture della sintassi”, risale al 1957). In questi ultimi anni saggista politico di enorme interesse, seguitissimo (e spesso osteggiato) negli Usa. Ma non solo. Di Noam Chomsky, Marco Tropea Editore ha curato in Italia tutta la sua opera di analisi della struttura sociale internazionale, da “I nuovi mandarini” a “Linguaggio e libertà”, da “La fabbrica del consenso”, sino ai più recenti “Dopo l’11 settembre” e “Pirati e imperatori”.

Ora è la volta di “Egemonia e sopravvivenza. I rischi del dominio globale americano” (pp.316, €18), corposo volume che riassume una riflessione ormai lunga un decennio, da parte di un autore che non ha mai nascosto né risparmiato il suo paese da pesantissime critiche rispetto alle scelte di politica estera operate negli ultimi vent’anni.

Nei libri precedenti, Chomsky ha esaminato quarant’anni di guerre americane, e per questo la sua teoria sugli ultimi interventi militari in Afghanistan e Iraq non sposa l’idea della cosiddetta “guerra preventiva”, arma insostituibile per scongiurare un altro 11 settembre. Ha ben osservato, inoltre, le soluzioni belligeranti statunitensi dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, sa bene che l’attuale orientamento dei “falchi” del presidente Bush, non può essere considerata come la naturale reazione a un attacco inatteso, quanto la prosecuzione di una strategia calcolata, inaugurata dalla politica di Ronald Reagan, proseguita e perfezionata sino ai giorni nostri dai fedeli e determinati “neocon”, che trovano nelle figure di Donald Rumsfeld e Paul Wolfowitz i loro irrinunciabili riferimenti.

Lo studio di Chomsky affonda così la sua indagine su gran parte dell’intero scenario mondiale, coinvolgendo e accusando una visione della democrazia, costruita sulla “fabbrica del consenso”, che favorisce l’ascesa al potere di vari dittatori, per poi distruggerli in piena sintonia con le regole di spettacolarizzazione post-moderna; una battaglia per la democrazia che finisce per scegliersi i suoi nemici, in base ai propri calcoli economici e di geografia del potere.

Tra i molti che potrebbero scegliersi, un passaggio contenuto in questo ultimo lavoro, che parte dalla reale indipendenza degli intellettuali e scienziati americani su materie specifiche e delicate, può rendere efficacemente la posizione critica dello studioso:

"Il prezzo da pagare per l’indipendenza è terribile, e il fanatismo di coloro che sono decisi a impedire a qualcuno di raggiungerla può essere straordinario: possono arrivare addirittura a punire gli scienziaati americani che osano pubblicare sulle riviste gli articoli inviati da Cuba o vorrebbero prendere parte a convegni medici organizzati sull’isola. Questi ultimi sono considerati particolarmente pericolosi, perché i partecipanti potrebbero scoprire una verità imbarazzante, ovvero che i risultati ottenuti nel campo della medicina da un paese povero che subisce da quarantacinque anni gli attacchi terroristici e l’embargo economico illegale degli U.S.A., sono più o meno gli stessi che si ottengono in America".

Di tenore altrettanto forte, in conclusione del saggio, alcune considerazioni sulle ragioni storiche crisi irachena:

"Gli iracheni non hanno bisogno di conoscere la storia americana per trarre conclusioni giuste sulla “visione” che guida le scelte politiche degli Stati Uniti. E’ sufficiente che conoscano la loro storia. Sanno bene che l’Iraq fu creato dagli inglesi con confini tali da garantire che la Gran Bretagna, non la Turchia, ottenesse il controllo del petrolio dell’Iraq settentrionale, e che l’Iraq fosse in pratica isolato dal mare dalla colonia britannica del Kuwait. All’Iraq fu garantita l’ “indipendenza”, con una “Costituzione” e un sistema parlamentare. Ma gli iracheni non hanno dovuto aspettare l’apertura degli archivi segreti per sapere che la Gran Bretagna intendeva imporre al loro paese una “facciata araba” che dietro le varie “finzioni costituzionali” in pratica le permettesse di governarlo”.

Più chiaro di così...


L’articolo di Emiliano Sbaraglia è stato pubblicato su www.aprileonline.info n° 284 del 19/06/2005


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