Ortigia : ristrutturazioni selvagge e scelte incolte e contraddittorie della Giunta Bufardeci:
Il Tribunale Vecchio di Via Gargallo.
A quasi trent’anni dalla legge speciale per Ortigia, di cui pochi oggi ricordano il grande valore di svolta nella percezione del nostro centro storico, ed alla quale dobbiamo l’eccezionale rinascita della città antica, non possiamo che rilevare con amarezza il rischio che la nuova valorizzazione paradossalmente corre.
Dopo la decadenza del Piano Particolareggiato di Ortigia, che la Giunta Bufardeci, con tutta la corte variopinta di governo regionale e nazionale attorno, non è riuscita in quattro anni a riadottare, assistiamo agli effetti d’una politica urbanistica che ha lasciato il centro storico privo di un indirizzo di sviluppo e di tutela coerente: si fanno scelte irreversibili nell’assenza d’una visione complessiva degli interventi pubblici e privati, e si vota il centro storico ad un destino da consumo che nella migliore delle ipotesi lo colloca nella categoria urbana del villaggio turistico mordi e fuggi.
Tale responsabilità ricade, oltre che su un’Amministrazione disattenta e priva di strategia, anche sull’assenza di guida da parte degli organi di tutela e su un’incertezza nelle scelte di recupero che tradisce oltre che incoerenza, anche una visione superata dell’uso del monumento e della sua ristrutturazione.
Il Tribunale Vecchio di Via Gargallo, diviene così un caso emblematico insieme di malgoverno, di spregiudicatezza amministrativa e di assenza di strategia di tutela.
Se facciamo riferimento alle prescrizioni del P.P.O., vediamo definite, per il complesso architettonico del Vecchio Tribunale, le linee di un intervento che rispetta, in maniera decisa e chiara, le stratificazioni storiche che caratterizzano l’immobile, mediante il mantenimento della maggior parte dei setti murari e la demolizione soltanto di poche superfetazioni di limitata estensione.
Abbiamo appreso invece di un nuovo progetto che, sul presupposto superato di privilegiare le stratificazioni più antiche, prescinde dalla loro consistenza, stato di conservazione e rapporto con le fasi più recenti della storia dell’immobile. Un simile atteggiamento conduce, inevitabilmente, al sacrificio di tutto ciò che è successivo, infliggendo al monumento, come evidenzia il parere dell’Ufficio Tecnico per Ortigia, il dimezzamento della cubatura del costruito storicizzato che lo compone e la realizzazione d’un organismo di fabbrica di scarsa funzionalità in cui oltre il 40 % (quasi la metà) delle murature risulterà di nuova costruzione.
La proposta oltre che criticabile, costituisce un precedente pericoloso. Approcci progettuali di tal fatta legittimano interventi demolitivi sconsiderati, quali, ad esempio la demolizione della cattedrale barocca al fine di meglio evidenziare l’antico tempio di Minerva; sacrificare il prospetto su Piazza Duomo dell’Arcivescovado al fine di portare alla luce le preesistenze sveve e la più antica conformazione della stessa piazza; demolire il Maniace per rendere visibile ciò che resta di un più antico tempio greco sottostante.
In altri termini, come sosteneva l’urbanistica littoria, "fare spazio attorno al monumento", magari rendendolo spartitraffico; tutto il resto, architettura minore, tessuto viario antico, aggiunte settecentesche e ottocentesche, può essere sacrificato ad una percezione dell’"antico" insieme incolta e rischiosissima nel metodo. La vecchia "pratica del bisturi", superata ormai da decenni.
Abbiamo appreso che quel progetto è stato approvato: a leggere le carte emergono contraddizioni non comprensibili, che confermano la spregiudicatezza della scelta.
Da una parte attentissimo l’Ufficio Tecnico di Ortigia, nella sua relazione istruttoria, avverte quali siano le prescrizioni del P.P.O. per l’edificio: "il mantenimento della maggior parte dei setti murari, la demolizione di piccole superfetazioni, la liberazione del porticato ad Est e la demolizione della costruzione soprastante il porticato antico". Il giudizio che si esprime sull’originario impianto architettonico che il nuovo progetto vorrebbe metter in luce sacrificando metà edificio, è netto: "i paramenti murari dell’originario impianto architettonico sono ormai presenti sotto forma di esigui resti visibili nel solo porticato a piano terra", giudizio che fa concludere l’ufficio per una revisione del progetto che rispetti le prescrizioni del P.P.O.
Il giorno successivo, siamo a metà di marzo scorso, la Commissione Unica Ortigia sembra trovarsi dinanzi a un edificio diverso, e, con un solo sopralluogo, trova tutt’altro: "prende atto invece dell’esistenza delle buone condizioni di conservazione dell’antico loggiato, del pavimento originario e delle volte in pietra appartenenti all’antica configurazione del Convento", ed approva il progetto demolitorio, in contraddizione con le prescrizioni del P.P.O. e di quanto l’Ufficio Tecnico Ortigia aveva suggerito e rilevato.
"Gli esigui resti visibili nel solo porticato a piano terra", che l’Ufficio Tecnico aveva individuato divengono in Commissione (forza arcana degli organi collegiali!), il giorno dopo, "antico loggiato in buone condizioni di conservazione…, pavimento originario e… volte in pietra appartenenti all’antica configurazione del Convento", sì da giustificare in pieno quanto paventato dall’Ufficio Tecnico il giorno prima: "dimezzamento della cubatura esistente, recupero di un nuovo organismo di fabbrica di scarsa funzionalità ed in cui il 40% delle murature risulterà di nuova costruzione", sostanzialmente uno sventramento ingiustificato dell’edificio.
È necessario allora fare chiarezza su tutte le previsioni d’intervento in corso, e temiamo di non trovarci più di fronte allo scontro fra diversi criteri di restauro ma ad incomprensibili scelte in contrasto, anche sul piano fattuale, con le stesse analisi fatte dagli uffici tecnici comunali, mentre le soluzioni adottate risultano immotivate e frutto di una cultura del restauro sorpassata, negatrice di tutte quelle soluzioni che invece esaltano la ricchezza del nostro tessuto architettonico antico, capaci di salvare tutti gli "strati" sovrapposti e di restituire al visitatore quella complessità diacronica di cui è frutto gran parte degli edifici del nostro centro storico.
Ci piacerebbe conoscere quale sia l’opinione del prof. Giuseppe Pagnano, padre del Piano Particolareggiato Ortigia, e quale sia stata la posizione dell’Ufficio Tecnico dopo la bocciatura della sua proposta.
Paghiamo, ancora una volta, il prezzo insieme dell’incuria, dell’assenza d’un piano d’indirizzo e della retorica in cui si è distinta questa Giunta, improvvisata e mal consigliata, nell’assenza critica di un organo di tutela, capace soltanto di arredare per nascondere gli scempi (dal maquillage del "terzo ponte" alle superfetazioni indegnamente consentite: Des Etranger etc.), inadeguato alla sfida culturale di questi anni, che lo vorrebbe capace di lasciar leggere insieme il nostro patrimonio storico-architettonico latente e quello visibile, con un ruolo di ricerca che sembra essere stato del tutto assente in un intervento come questo appena approvato per il Tribunale Vecchio.
Ci chiediamo quale sia stata la motivazione della scelta di quel progetto, e se un concorso d’idee e di progetti non avrebbe assai meglio garantito sia la qualità dell’intervento, sia una soluzione progettuale filologicamente corretta.
Ci chiediamo anche quale sarà, se questa Giunta dovesse malauguratamente essere confermata, il destino dell’Ospedale Vecchio, della Caserma Caldieri, della Caserma Abela e di tutte quelle altre strutture che essa non è riuscita a recuperare, limitandosi soltanto ad inaugurare interventi pensati dalle amministrazioni precedenti.
Siracusa, 1 giugno 2004
Corrado V. Giuliano
Comitato Parchi