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Il diario inedito di Mario Tobino (2)


Completiamo la sintesi della conversazione di Giulio Ferroni tenuta al Palazzo Ducale di Lucca sul Meridiano Mondadori dedicato a Mario Tobino.
domenica 25 novembre 2007, di Antonio Carollo - 1044 letture

Mario Tobino dal 1945 al 1980 ha tenuto un diario dove annotava pensieri, osservazioni, aforismi, ripresi poi, in molti casi, in opere di narrativa. Nel Meridiano Mondadori è stata operata una scelta mirata sul 1950, un anno un po’ particolare. Ciò nonostante, mi pare ricchissima da tanti punti di vista. Mi fermerò brevemente su alcuni punti. La lettura del diario è di quelle che stimolano la curiosità. Devo dire che per me è stata una scoperta. Io avevo letto le anticipazioni date da “La Repubblica”: dal giornale venivano fuori punture, malignità; ma non si capiva bene quanto esso fosse veramente ricco. Tobino, in un appunto, annotava che il diario era la sua opera più importante. Il 2 febbraio 1950 scrive: “Un po’ di sincerità. Ciò che ho sempre amato con tutte le visceri è l’Italia. Se qualche cosa ho fatto l’ho fatto per lei”.

Questo amore viscerale per l’Italia, non gli impedisce però di dire le cose che non vanno. Ad un certo punto dice: “L’Italia è il Paese della mediocrità: è la maggiore dannazione che possa esistere. Tutti vogliono farsi vedere; ha successo chi si fa vedere.”. Questo può dirsi anche di oggi molto di più che negli anni Cinquanta. Quindi grandissimo amore per questo Paese, la sua Italia, per la sua storia, non solo per la Lucchesia e la Toscana, fermo rimanendo il suo radicamento, come giustamente ha insistito la critica, tra gli scrittori toscani, nel rapporto col fondo più autentico della letteratura toscana, quella grande e quella minore. In questo diario sorprende e affascina è l’immagine di sé, dell’io, e la negazione nella stesso tempo di se stesso. “Qualche volta mi viene in mente che per la complessità della mia natura in seguito diranno, data la difficoltà di spiegarla, che non sono esistito”. Egli riconduce se stesso all’antica aristocrazia della madre e alla valenza popolare del padre: aristocratico e popolare, radicato nel fondo popolare toscano. C’è l’esibizione di sé, una spinta personale eversiva, deformante nei confronti della realtà. Non è il gioco di un baro odioso; mi fa pensare piuttosto a un grande autore, a Stendhal, da lui particolarmente amato. Infatti insiste molto sull’energia della vita, sulla sua contraddittorietà, sulla sua forza energetica. Stendhal è l’autore con cui dialoga e divide l’egotismo, in un contesto del tutto diverso.

Tobino, nel rispetto della mediocrità, degli uomini piccini, mette continuamente in scena se stesso, motivandone teatralmente la presenza, in modo contraddittorio, spesso aggredendosi. Fa un viaggio a Volterra in cerca delle sue tracce. Osserva: “O Stendhal, volevi che ti riconoscessero ragione, ma fu troppo tardi e da tanto eri già morto”. C’è una bella immagine della vita di Stendhal: “Non ebbe tempo di fare nulla, avendo meditato tutto. La vita, come un fiume, mollemente scivola via”. Per me Stendhal è uno dei più grandi autori di tutti i tempi; trovare Tobino così intensamente stendhaliano, sentirlo dire queste cose di lui, mi ha dato un’emozione eccezionale. Addirittura commovente è per me l’esclamazione: “Come vorrei che Stendhal fosse vivo per vedere che aveva ragione”. Questa è una cosa assolutamente formidabile. Ed ancora: “Caro Stendhal, addio, che bellezza se tu mi sentissi nella tua cuccia di Montmartre”.

Tobino s’identifica con Stendhal, vorrebbe parlare con lui. In questi scritti c’è la capacità di ascoltare e di proiettare il senso della vita attraverso una letteratura che non è solo carta, ma esperienza, dialogo con l’autore che ha cercato e posto più in evidenza il senso dell’energia vitale. La cosa ancora più sorprendente è che la passione per Stendhal ci conduce, qui c’è anche un motivo lucchese, a quella per Napoleone. Ad un certo punto Tobino va a Marengo, sul luogo della battaglia, a cercare le tracce della ventata di giovinezza che Napoleone portò nell’Europa . E qui c’è una pagina assoluta, bellissima. Come in un gioco appassionato, sensuale e commovente, proietta sé tra trecento anni. Si domanda, in un pensiero del 10 ottobre 1950, (ha passato quarant’anni, ha vissuto, ha visto tante cose): “Che è questa vita? Sono il secchio del dolore invece di essere libellula dello spettacolo, sono un numero della natura. Tra trecento anni se una fanciulla esce i seni dalla stoffa che li ricopre, me li mostra e mi dice: o antico morto, amerei te se tu fossi vivo; ti farei vedere in questo silenzio la mia bellezza. Hai tanto amato la vita che io amo te che lo meriti, sono la più bella di tutte”. Il rapporto con le donne è fondamentale per Tobino: ci sono dei vari riferimenti a rapporti con figure femminili. La presenza delle donne è determinante nell’ottica vitale di Tobino, collegata evidentemente ad un certo maschilismo. In Tobino c’è la passione nobile per la vita reale che si esprime nella grande letteratura e nell’arte. Sono bellissime le pagine sull’Anno Santo. Lui va più volte in S. Pietro; vede che quel che conta è la Chiesa, la sua imponenza. C’è Michelangelo, ma anche Bramante, Bernini.

Gli sembra che tutti i fedeli convergano su Michelangelo, sul fascino, la forza, la bellezza di Michelangelo. Potremmo dire che da pellegrino anche lui, Tobino, fa un suo curioso uso laico, energetico e artistico dello stesso Anno Santo. Ad un certo punta partecipa dentro la Chiesa di S. Pietro ad un raduno religioso tenuto dal Papa. Vicino a lui c’è un giovanotto che quando vede il Papa comincia a piangere. “Il Papa mi sembrò un povero vecchietto, un uccellino caricato a molle, trasportato sulla sedia, un fuscello in un mare. Michelangelo invece è un uomo e S. Pietro è Michelangelo. E’ lui che inconsapevolmente viene adorato dalla moltitudine”. E’ ovvio che è un travisamento della realtà. La nostra cultura per molte cose è lontana da questa visione, ma va riconosciuta la forza di questa affermazione. Come dire, i grandi artisti sono quelli., sono pochi davvero, gli altri sono tutti chiacchieroni. Questo ci introduce nell’ultima parte del diario, quella che solletica la curiosità dei giornalisti. Ci sono varie frecciate sugli scrittori contemporanei, che, se pure esagerate, inseriscono elementi di novità: un vero e proprio saggio, una sorta di storia letteraria scherzosa e aggressiva. Altre pagine sono dedicate al ciclo letterario del ventennio fascista; sono personaggi che lui conosce. Ungaretti, ad esempio, sembra il Papa. Di Vittorini dice: ”C’era un certo letterato italiano che si chiamava Vittorini; non c’è stato nulla di più sciocco nel femminile. Però ebbe gloria e venerazione e qualcuno lo dipingeva come un cavaliere dell’Ariosto”. Del mio amatissimo Vitaliano Brancati dice: “Brancati è il più stupido del nostro tempo e naturalmente presso gli intelligenti il più celebrato”. I critici devono valorizzare gli scrittori, devono sapere anche ascoltare. Se la prende, per esempio, con Giuseppe De Robertis: “La cosa più ridicola è che egli parla sempre di Foscolo, il quale se fosse in vita, lo prenderebbe a calci per due chilometri”. Forse De Robertis non sarebbe stato preso a calci, ma quanti critici oggi sarebbero presi a calci dagli scrittori del passato! Nel suo percorso nella letteratura del ventennio fascista non risparmia nessuno, da Montale a Moravia.

Di quest’ultimo dice delle cose tremende. Sono battute che andrebbero spiegate e valutate: non sono soltanto segni di risentimento e di malignità di uno scrittore solitario. In fondo il suo diario è anche legato a questo senso di chiusura della vita nelle due stanze (una chiusura relativa, Tobino si muoveva molto). C’è questo senso dell’uomo che sta lì, solo nei confronti del mondo, esternando il valore del proprio egotismo, legato però alle creature. Guardandosi intorno vede gli aspetti negativi della realtà: il che in fondo non è completamente fasullo. Certo, è ingiusto, ma alla fine Tobino illumina qualcosa: questo è un segno di acume. Degli ermetici dice che vivono girando su tre quattro parole. “Girano sempre sul nulla, fanno discorsi di nulla”. Nel mirino sono pure le Giubbe Rosse, a volte da lui frequentate. Per quanto riguarda la politica dice, esagerando, che Togliatti è un imbecille. In un momento in cui tutti esaltavano Stalin lui ne parla con grande disdegno: “Stalin, quel tiranno russo; come tutti i tiranni è il centro della mediocrità”. Mi scuso, l’entusiasmo di questa lettura mi ha portato a dilungarmi. Il segno dell’egotismo di Tobino va confrontato con la capacità di ascolto degli altri, con l’esperienza della vita presente nei suoi romanzi. Non è l’egotismo di uno che è chiuso dentro se stesso e basta. Questa presentazione continua di sé dice qualche cosa di essenziale che lo aiuta a capire e ad ascoltare il mondo esterno e a dar voce appunto, come sottolinea Magrini, al suo senso della comunità. Quindi entusiasmo e invito alla lettura del diario, in attesa che venga pubblicato nella sua integrità.

a cura di Antonio Carollo

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