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Il delicato tema della maternità nel romanzo "L’albero senza frutti" di Daniela Dell’Anna


Recensione del romanzo “L’albero senza frutti”, libro di esordio di Daniela Dell’Anna.
lunedì 20 agosto 2007, di Piero Buscemi - 1015 letture

“Erano trascorsi due anni dall’ultima visita di controllo e Laura aveva già diligentemente preso un appuntamento, seguendo un preciso schema che lei chiamava “manutenzione”. Sono le prime righe del romanzo di Daniela Dell’Anna, L’albero senza frutti, e da queste poche righe sono già evidenti i due filoni cardini che ci trascineranno fino all’ultima pagina. Il primo è il dovere sociale, per se stessi, per le tradizioni a volte bigotte della famiglia, per l’uomo che condivide il trauma della mancata maternità della protagonista Laura, per il proprio ego che non può accettare una “natura” diversa, vivendo in un mondo di “normali”. Questo primo filo conduttore della narrazione è sottolineato da quel “diligentemente”, che sta lì con il suo messaggio, neanche troppo occultato, di affidamento a regole e prassi, spesso sconosciute, quasi a non volersi mai rimproverare di non aver seguito i dogmi di chi ti impone nozioni mediche, con la prosopopea di dare per scontata l’infallibilità della propria scienza.

Il secondo elemento, che contraddistingue la narrazione della Dell’Anna, è celato dalla metafora “manutenzione” che sfocia in un linguaggio confidenziale, familiare, e crolla inevitabilmente nel sarcasmo e nell’autoironia, che non è solo sdrammatizzare, ma è quasi spinta contro i capricci della natura e l’ipocrisia dei moderni saccenti.

E’ su questo binario narrativo che l’autrice ci inoltra in una storia, fin troppo attuale ai giorni nostri, di una giovane coppia alla quale, per motivi svariati di ordine ginecologico, viene negato il diritto alla procreazione. Un diritto forse neanche preteso all’inizio, il loro “…non stare attenti” che capovolge una legge di natura, e che diverrà un’ossessione ed una sfida, tra pareri medici contrastanti sull’argomento, trafile burocratiche ed umiliazioni, frutto di un mettersi a nudo, non solo metaforico, davanti allo specialista di turno e alla sua aggiornata terapia di intervento. In cambio di una parcella, non sempre adeguata ai risultati conseguiti.

E’ spontaneo accostare la storia di Laura e del marito Piero alle proposte di legge, ai referendum, ai dibattiti televisivi che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica in materia di adozione, inseminazione artificiale e cure ormonali dai caratteristici parti gemellari. E’ spontaneo e disarmante nello stesso tempo, dover prendere coscienza di come un così delicato argomento venga trattato con troppa sufficienza in Italia. L’autrice preferisce raccontarci la sua (?) storia con dovuto distacco dalla diatribe e le crisi di coscienza che i vari schieramenti politici ci propinano periodicamente. La Dell’Anna concentra la sua narrazione sul lato umano della vicenda. Senza dubbio pieno di contraddizioni, incertezze e paura di scelte sbagliate. Un modo per ricondurre il tutto a una più semplice intimità di pensiero tra esseri umani.

Un piccolo e legittimo dubbio assale anche noi, in veste di lettori di questo romanzo: una probabile ma discutibile reale volontà della protagonista Laura di diventare madre. Non siamo riusciti a trovare gli elementi che potessero darci maggiori certezze, combattuti in una lotta tra la Laura-controcorrente che prova a slegarsi da condizionamenti sociali e la Laura-remissiva, che cede talvolta alla tentazione di arrendersi e diventa prigioniera di compromessi del quieto vivere.

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