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Il cugino di Howard Beach

Incontro con un vecchio emigrante.

di Antonio Carollo - mercoledì 21 febbraio 2007 - 4131 letture

Dei sette giorni passati nel 2001 a New York ne dedicai uno al cugino Michele. Era una domenica di luglio. Mi alzai presto; Howard Beach, Queens, nei pressi dell’aeroporto JFK è ad oltre un’ora di metropolitana. Feci la doccia, mi vestii e scesi a fare colazione nella sala ristorante dell’albergo. A qualche tavolo di distanza, in un angolo, un signore sulla cinquantina, magro, di pelo biondo, camicia e gilet sportivi, siedeva con lo sguardo fisso su un punto della sala; poi da un portafoglio estrasse una foto; la guardò. A pochi passi una signora elegantemente vestita: indossava una camicetta a fiori vivaci, giacchetta beige e gonna chiara; era tutta assorbita dalla sua prima colazione. Quattro ragazze irruppero chiacchierando e ridendo; posarono i loro zainetti su un tavolo e si diressero al buffet. I colori vivaci dei loro casual, il loro inglese, la loro allegria, erano come una scossa per me. Porco giuda! Ero in America, il luogo favoloso dei miei sogni di ragazzo.

Mi venne in mente lo zio Pietro, un uomo sui cinquanta, radi capelli biondi, baffetti appena disegnati sul labbro carnoso, elegante, profumato, camicie sgargianti, pancia, scarpe bianche. I suoi racconti, gli aneddoti, le descrizioni del transatlantico e dei divertimenti di bordo, le foto delle sue case, una a Toronto e l’altra sulla riva del Lago Ontario, con giardino e i fiori alle finestre, le stanze ricche di arredi; della sua un’immensa automobile, delle vetrine del suo store, mi mandavano in estasi. Adesso ero in America, ma era passata una vita... New York era a mia disposizione. Volevo conoscerla bene, ma dov’era la magia? Alle otto fui alla stazione della metropolitana di Columbus Circle; in quel mare di cartelli riuscii a rintracciare le indicazioni del treno diretto al Queens; salii sul primo convoglio. Lo scompartimento era semi vuoto: un vecchio di colore sonnecchiava seduto ad un angolo, altre sei o sette persone sedevano assorti nei loro pensieri. Pensai a Michele giovane, a Caltavaduna, un paesino sulle Madonie, ai piedi di una rocca che domina una vasta vallata, Ci capitavo piuttosto spesso per un legame che vi avevo. Chissà com’era Michele adesso, erano passati quasi quarant’anni.

Michele è un cugino acquisto; lo conobbi nel 1962. Era lavorante e socio in un mulino di Caltavaduna, sui venticinque anni, giovane sveglio, attaccato al suo lavoro; in tuta bianca di farina sorvegliava i macchinari per la pulitura del grano e le macine di pietra; pronto a dare una mano per scaricare il grano dai camion, a saltare su un camioncino per andare a consegnare ai clienti i sacchi di farina. La domenica lo vedevo in piazza.

Subito lasciava la compagnia dei suoi amici , mi abbracciava. “Antò, amunì, pigghiamuni ’u caffé”. Qualche volta lo vedevo parlare fitto col suo socio. un trentenne piuttosto massiccio, bruno, folti sopraccigli. Michele sembrava aver imboccato la strada giusta; si era affrancato dal lavoro in campagna, dalla miseria dei magri raccolti; era contento. Di carattere gioviale, era sempre disponibile per qualsiasi cosa avessi bisogno. Qualche volta passava dalla casa degli zii materni dove io ero ospite. Salutava con rispetto “Ssa benedica, ziu Nicola e zia Franca” e si metteva a chiacchierare. La zia domandava della sorella Maria, mamma di Michele; le due sorelle erano legatissime, non passava giorno senza vedersi; si scambiavano spesso pietanze, dolci, frutta, verdura. Qualche volta Michele capitava mentre eravamo a pranzo. Lo zio quasi lo costringeva a bere un bicchiere di un vinello fatto con le sue mani, che teneva in una botte nella sua cantinetta. Michele con me parlava volentieri, mi diceva del suo lavoro e delle sue prospettive per il futuro, dei rapporti col socio non tanto buoni. Qualche tempo dopo seppi dei rovesci finanziari e della chiusura del mulino. Era successo che, per iniziativa del socio, avevano affiancato al mulino un pastificio, sottovalutando il fatto che vendere farina ad una clientela consolidata di fornai e bottegai era una cosa, produrre pasta per clienti in gran parte ancora da acquisire era ben diverso. Michele non si curava dei conti e delle vendite: li aveva lasciati al socio; si dedicava al lavoro nello stabilimento. Si ritrovò in poco tempo con debiti e senza lavoro. Lo rividi un giorno davanti casa di suo zio. L’aria mortificata, il sorriso stentato, la debole stretta di mano mi diedero la percezione della gravità del disastro abbattutosi su quel giovane, prima così entusiasta e pieno di vita. “Ciao, Michele, come va?” dissi.

Indossava pantaloni chiari e giacca di velluto marrone, camicia bianca e cravatta, i capelli folti tirati all’indietro. Al di fuori del lavoro vestiva sempre in modo decoroso. Aveva tre sorelle che lo tenevano come un principino. Era l’unico fratello ed anche il più piccolo, ’u cacaninu. Da qualche tempo una delle sorelle era andata sposa ad un figlio di un emigrato in America. “Come vuoi che vada. I creditori si son preso tutto. Lavoro in paese non ce n’è; la campagna non dà niente; però qualcosa farò.”. “Bravo, siamo giovani; la vita deve ancora cominciare”. Piano piano ritornò il ragazzo affettuoso ed espansivo di prima. Facemmo una passeggiata sulla via principale. Mi diceva di quel suo socio, della leggerezza con cui aveva firmato e firmato cambiali, della sua dissennata mania di grandezza, delle sue ridicole vanterie. “Per lui, ho capito poi, firmare una cambiale era come fumare una sigaretta. Che stupido sono stato a dargli tanta fiducia. Ma, sai, la parlantina non gli manca, io venivo dalla campagna... L’ho lasciato fare. Ho una brava ragazza, mi vuole bene, ma ora che le dico? Avevo intenzione di fidanzarmi in casa. Tutto all’aria!”. Ci sedemmo al tavolo di un bar tra tanti paesani che lo salutavano con affetto. Della ragazza mi diceva che era ritirata, non usciva mai di casa; per incontrarla bisognava andare alla Chiesa madre, all’ultima messa della domenica mattina. “Lei ogni tanto si gira in cerca del mio sguardo. All’uscita noi giovani ci mettiamo tutti in fila in attesa del passaggio delle ragazze. I nostri sguardi s’incrociano. Ha un faccino pulito, i capelli lunghi sulle spalle. Domenica indossava un vestitino marrone, di velluto, con una bella cintura. Non glielo avevo mai visto, le arrivava pochissimo sotto le ginocchia; le gambe: un sogno. Ancora non porta le scarpe con i tacchi alti. Credo cascherebbe. Anto’, dimmi, come faccio? mi presento a suo padre in queste condizioni? senza una lira, senza lavoro...”.

Lo guardavo, scuoteva la testa, stava sulle spine, lottava contro le lacrime che avevano reso lucidi gli occhi. “Tramite una mia cuginetta le ho mandato un bigliettino, le ho detto: lasciami perdere”. Il barista, un uomo alto e magro, con baffi, puliva con uno straccio il piano del bancone, ogni tanto sollevava gli occhi verso di lui con un’espressione di pena. Ci rivedemmo la settimana successiva. Appena mi vide, sulla via principale del paese, venne da me. “Vieni, ti faccio vedere una cosa” e mi guidò verso l’ingresso della Villa (giardinetti pubblici). Sopra il cancello di ferro, dipinto di nero, un semicerchio su cui erano fissate le lettere ’Parco delle rimembranze’.

Entrammo. Al centro della Villa, in uno slargo circolare si ergeva il monumento al Milite Ignoto, sulla cui stele era murata una lastra di marmo bianco con i nomi dei caduti delle due guerre mondiali. Sul tronco degli alberi, lungo i viali, erano attaccate delle tavolette di legno con inciso, su ciascuna, un nome di un caduto. La villa era fitta di alberi, cipressi, tigli, cedri del Libano, abeti. magnolie, aranci selvatici; una frotta di ragazzini, in fondo, su uno spiazzo, giocava rumorosamente attorno ad una altalena. Il sole primaverile filtrava con forza attraverso i fitti rami, una coppia di passerotti becchettava a due passi dalla nostra panchina guardandoci con gli occhietti vivaci. Una palla finì la sua corsa davanti a noi. I passeri, tenendo tutto sotto controllo, continuavano il loro lavoro. Un ragazzino con le gambe bianche di polvere venne a raccattare la palla, non degnandoci neanche di uno sguardo.

(1-continua)


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