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Il cugino di Howard Beach

La partenza. "Per la prima volta sentii un senso insopportabile di vuoto".

di Antonio Carollo - lunedì 9 aprile 2007 - 3731 letture

“Come ti dicevo prima, rivangò tutto il passato. Mi parlò pure di Evelina, però come un qualcosa di prezioso ma irraggiungibile. Michele aveva un tumulto dentro; io non riuscivo a trovare le parole giuste per dargli un minimo di tregua. Ci sedemmo sulla panchina sotto l’albero di carrubo, quello vicino alla cappellina della Madonna e al bar-pizzeria. Il vento si faceva sentire sul denso fogliame. Alla luce debole dei radi punti luce della pubblica illuminazione vedemmo, d’un tratto, un coniglio attraversare la strada. Michele si bloccò. -Guarda, un coniglio; non un gatto, è proprio un coniglio-, disse. Lo vidi rilassarsi, per un attimo.

Passarono due giovani immersi in una fitta conversazione. Parlavano di un professore carogna che faceva di tutto per cogliere in fallo gli allievi. I loro giudizi erano taglienti; facevano quasi a gara nel citare i perfidi comportamenti del docente. Diverse volte sentimmo chiaramente: -Figghiu di buttana-. - Beati loro che hanno ancora a che fare con i piccoli problemi della scuola -, disse Michele. - Anche i nostri sembrano, lì per lì, grandi, insormontabili. Ma nella vita tutto si risolve e passa. Tra qualche anno i problemi di oggi ci appariranno insignificanti -, dissi. - Può darsi, però oggi bisogna affrontarli. Lo sai che tuo padre mi ha chiesto di decidermi subito perché deve rispondere a giro di ruota al suo amico in America? Devo dare una risposta. Capisci che significa? Domani la mia vita potrà essere un’altra -. Gli dissi: - Michele, prenditi qualche altro giorno. Alla fin fine cosa vuoi? ognuno di noi ha un suo destino. Sono sicuro che deciderai per il tuo bene e poi non ci penserai più - -Caro mio, non ci penserò più? L’America è un altro mondo; non è come andare a lavorare in continente e poi tornare: dall’America non si torna più. Alle ultime parole sentii incrinarsi la sua voce. In quel momento, Antonio, ho capito cosa significa emigrare”. “Tu dici questo a me? Sono da un anno in continente e so anch’io che significa. Lasciamo perdere. Dimmi di Michele”.

“Mio padre scrisse in America. Un mese dopo Vera e i suoi genitori sbarcarono a Palermo. Michele andò a prelevarli al porto con una macchina a noleggio. Il transatlantico “Michelangelo” lentamente si accostò alla banchina. Una piccola folla guardava in alto verso i passeggeri che si sporgevano a salutare agitando fazzoletti e indicandosi l’un l’altro i parenti che via via riuscivano a riconoscere. Lo stesso faceva la gente a terra in un visibilio di saluti, di nomi gridati, di lacrime. Michele non riusciva a individuare Vera. Fece una scorsa con gli occhi da prua verso poppa e viceversa. Niente, ma possibile? Tornò a guardare verso il centro della nave. Fu attaccata la pesante passerella e i primi passeggeri cominciarono a scendere. Finalmente scorse Vera col suo cappellino. Rimase un po’ fermo. Sentiva i battiti del cuore. Quella figurina lassù sarebbe stata la compagna della sua vita; una sconosciuta in fondo. Si scosse e prese ad agitare una mano gridando il nome della ragazza che arrivava dall’America, per lui, esclusivamente per lui. Vera lo riconobbe e lo indicò ai genitori che nel frattempo s’erano affacciati. Dopo un bel po’ di sbatacchiamento di braccia Nunzio, il padre di Vera, gli fece segno di salire. Vera gli si buttò addosso abbracciandolo stretto, baciandolo sulle guance e stordendolo col suo profumo. Michele diede la mano ai futuri suoceri. Nunzio gliela strinse forte battendogli l’altra sulle spalle, palesemente felice di quell’incontro. La mamma fece un sorriso appena accennato. Per un bel po’ l’autista e Michele fecero avanti e indietro dalla cabina per prendere e caricare sulla macchina le valigie. Alle tredici furono a Caltavaduna davanti casa della zia di Vera.

“La festa del fidanzamento ufficiale si tenne dopo pochi giorni in una serata, in casa della zia. La sala fu addobbata con festoni di foglie e fiori, il tavolo fu spostato in cucina e le sedie messe lungo le pareti e davanti alla vetrina e alla credenza in modo da creare la pista per il ballo. Michele si presentò con i genitori e le due sorelle. Poi vennero zii e cugini e tanti bambini. Mio padre era trionfante: si godeva il frutto del suo lavoro. Mia madre subito andò a sedersi accanto a sua sorella Maria. S’iniziò con lo scambio degli anelli: Michele tirò fuori dalla tasca un astuccio, l’aperse, prese l’anello e l’infilò al dito di Vera, che alzò la mano mostrandolo, tra gli applausi; quindi il padre porse l’altro anello a Vera che lo mise al dito di Michele. Altri applausi e baci sulle guance tra i fidanzati, poi i due tenendosi per una mano fecero il giro della sala distribuendo, Vera agli uomini e Michele alle donne, i sacchetti con i confetti rossi e la scritta su un foglietto ’Vera e Michele fidanzati’. Due ragazzine infiocchettate distribuirono bicchieri e spumante; si levarono i calici - Viva i ziti- Si diede inizio alle danze. Negli intervalli le ragazze passavano coi vassoi pieni di dolci. I due fidanzati volteggiavano strettamente allacciati. Vera, svolazzante in un vestito rosa tutto pizzi e merletti, era raggiante.

Michele mi sembrava un po’ serio, ma sorrideva e conduceva il ballo con vigore, scioltezza e perfetta sintonia coi ritmi delle canzoni.. Il giradischi inondava la sala di valzer, mazurke, polke, tanghi, cha cha cha, sambe, rock and roll., twist, in mezzo all’allegria generale, al rincorrersi dei bambini, alle conversazioni a tutto volume delle donne. Ad un tratto cessò la musica, Nunzio, completo nero, camicia e fiocco bianco, si fece avanti, - Ora mittemu i canzuni di me tempi, ca sunnu megghiu di chisti cca -, trafficò col giradischi e la ’Ciuri ciuri’ invase l’ambiente con le sue note ariose. Poi venne la volta di ’Cantu di carritteri’, ’Vitti na crozza’, ’Sicilia mia Sicilia’, ’Si maritau Rosa’ e diverse altre. Nunzio fece alzare la moglie e cominciarono a ballare; ballava e cantava. Dopo un po’ la moglie, piuttosto pienotta, non ne poté più e si sfilò dal suo braccio; andarono a sedersi tutti e due. I giovani presero il sopravvento e cominciarono a imperversare musiche e balli moderni. Io feci qualche ballo con mia sorella Amelia perché mia moglie era rimasta a Cefalù con la bimba di pochi mesi”. Chiesi a Nino: “Michele era contento, felice?”. Nino rispose: “Mah, sembrava di sì. Io osservavo mia zia Maria , sua madre: chiacchierava con la sorella, ma non l’ho mai vista ridere. Ad un certo punto mi sedetti accanto a lei. -Zia Maria, bella festa- le dissi -E’ cuntenta pi sso figghiu. Si pigghia na bella picciotta e sinni va in America. Dda sa passerà beni- Mi rispose: - Cuntenta.. Cuntenta.. a essiri cuntenta pi fforza. Chi ci pozzu fari? Un lu vidu cchiù a me figghiu!- Prese un fazzolettino da una manica e si asciugò gli occhi.

Dopo qualche giorno Michele mi disse che la mamma piangeva spesso; una volta le sentì dire -Maliritta ’a Merica!- Caro Antonio, in casa di mio cugino nessuno era contento. Ogni volta che ci andavo mi sembrava di essere in purgatorio: le due sorelle, mute come pesci, la zia, seria. Dopo un mese si celebrò il matrimonio. La Chiesa era piena piena. Si può dire che tutto il paese partecipò all’avvenimento. Il prete gli fece una bella predica, molto commovente. I genitori di Michele assistettero alla cerimonia sempre col fazzoletto in mano. Devo dirti che anch’io mi commossi pensando che non avrei più veduto mio cugino. Guarda un po’ che scherzi ti fa la vita. La sposa in abito bianco era un sogno. Sorrideva a tutti, guardava Michele negli occhi, gli stringeva la mano. Lo sposo sembrava imbambolato. Gli invitati gli facevano gli auguri baciandolo, lui rispondeva quasi meccanicamente. Il trattenimento fu tenuto al cinema. Furono invitati tutti i parenti e gli amici. La torta era a sette piani; dolci e gelati, liquori a volontà. L’orchestrina del paese suonò fino alle due di notte. Gli sposini alloggiarono in casa della zia. Dopo circa un mese la partenza per l’America. Avrei fatto meglio a non salutarli al porto. Invece ci andai.

Non dimenticherò più quella scena. Una folla immensa sotto la nave; mia zia che abbracciava suo figlio e non voleva lasciarlo; le sorelle e il padre in lacrime. Vera cercava di consolare tutti: -Non vi preoccupate, torneremo, torneremo- Michele mi abbracciò forte - Ti raccumannu i me soru- mi sussurrò. Poi, con suoceri e sposa, si avviò sulla passerella. Si affacciarono dalla murata. li scorgemmo a fatica; la distanza era grande, i partenti erano tutti affacciati a sventolare fazzoletti. Anche noi ci sbracciammo mentre la nave si staccava dalla banchina e in venti minuti scomparve dietro all’ultimo molo. Al ritorno, in macchina, gli zii e le sorelle non spiccicarono una parola. Io avevo la gola stretta e per la prima volta sentii un senso insopportabile di vuoto”.

(3-continua)


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