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Il cugino di Howard Beach

Incontro con un vecchio emigrante.

di Antonio Carollo - mercoledì 7 marzo 2007 - 3877 letture

“Te’, leggi”, Michele mi porse un un foglietto di quaderno; c’era scritto con grafia incerta, quasi infantile: “Vieni con i tuoi da mio padre”. Mi soffermai un attimo a pensare: a lei premeva soprattutto agganciarlo, fidanzarsi ufficialmente con tanto di impegno alla luce del sole. La donna vuole camminare sul sicuro, vuole certezza; è questo l’amore? Michele mi scrutava; s’era accorto che quelle parole avevano prodotto un certo effetto su di me. “Mah, cosa posso dirti? Intanto è certo che ti vuole. Non ti basta? Per lei non è successo niente”. “E’ proprio questo il punto; mentre io sono nell’inferno, lei si preoccupa solo di legarmi saldamente a sé; non una parola d’affetto e di conforto. Per me invece è cambiato tutto, il giorno è diventato notte. Non posso prendere impegni. Ora la cosa più importante è trovarmi un lavoro, e qui non ce n’è. Se mi vuole bene aspetterà. Non posso fidanzarmi in queste condizioni”. Si alzò in preda a un evidente nervosismo; cominciò a fare avanti e indietro.”Quando uno si fidanza si deve fissare un termine per il matrimonio. E’ così? o no; dimmi, che tempo posso prendermi? No, no. Devo girarmi intorno; ma lo so che è inutile, bisogna andar via da questo paese, non c’è niente da fare!”.

Dopo qualche giorno mi chiamarono in Toscana per lavoro. Non rividi più Michele. Mi tenevo informato per telefono. Una ragazza americana, Vera, aveva cominciato a circolare per le vie del paese. Figurati! Tutti gli occhi addosso, non si parlava d’altro. Le camicette dai colori sgargianti, le gonne vertiginosamente corte, i capelli castani sulle spalle con sopra un appellino rosa e una spilla a fiore, una scia di profumo, i giovani se la mangiavano con gli occhi. Si seppe subito che era figlia del compaesano emigrato in America il cui figlio maschio aveva sposato la sorella di Michele. Era alloggiata presso una vecchia zia, ma in casa non ci stava mai. Girava per i negozi; beveva bibite e sorbiva gelati nei bar; parlava con uomini e donne senza problemi. Aveva una voce cristallina; il suo siciliano maccheronico avvolto nell’intonazione anglo-sassone, sulle prime ostico, era gradevole e a tratti divertente; alle parole di uso corrente ne mescolava altre del tutto desuete appartenute al linguaggio dei nonni: invece di ’giacca’ diceva ’bunaca’, invece di ’arrivare’ ’agghicari’, al posto di scocciatura ’lastima’. Aveva dei denti regolari e bianchissimi; incontrando le persone che aveva cominciato a conoscere li stordiva col suo sorriso, così naturale e quasi invitante, quella fossettina sul mento, le due piegoline ai lati della bocca incantavano. Tutti sapevano che. il padre l’aveva mandata a Caltavaduna con la speranza di farla sposare con un giovane del luogo; da buon siciliano non si fidava di qualche ’bummu’ americano che le girava intorno; voleva per sua figlia un giovane serio. Michele si trovò in una situazione particolare. La ragazza fin dai primi giorni cominciò a frequentare la sua famiglia, per via della parentela con la cognata. Veniva in casa sua e quasi trascinava fuori le due sorelle per andare a passeggio. Le sorelle di Michele, come le altre del paese, non erano abituate ad uscire nei giorni feriali. La passeggiata si faceva di solito la domenica pomeriggio. Si partiva dalla piazza, si faceva la via principale e poi si proseguiva sulla statale oltre le ultime case del paese, fino all’altezza di un bar-pizzeria quasi nascosto in mezzo a secolari alberi d’ulivo. Per quei pomeriggi le ragazze avevano il permesso di passeggiare con le loro amiche senza il controllo dei genitori. Naturalmente non c’erano file di ragazze che non fossero marcate strette da altrettanti gruppetti di giovani. Il tratto di passeggiata fuori del paese offre un panorama straordinario. Dal piano stradale si apre un dislivello di terreno di circa trecento metri fino al torrente che scende scosceso verso la vallata sottostante; dal vallone l’occhio risale al costone roccioso, quasi dirimpetto al paese, e discende verso il vuoto della vallata, circondata per tre quarti da alte colline e montagne, oltre le quali c’è il mare. Sopra e sotto la strada la campagna è costellata di vigneti, alberi di fichi, di fichi d’India, di mandorli, ulivi, di campi seminativi. Dalle panchine sul bordo della strada coppie di anziani, e no, in sosta potevano godersi lo spettacolo della gioventù in festa tra chiacchiere, risatine, sfrecciare di ragazzini, sguardi e sorrisi carichi di messaggi, sullo sfondo di quel panorama di aspra e serena bellezza. Per Vera tutti i giorni erano domeniche. Bussava a casa di Michele, entrava e alle due sorelle, occupate nelle faccende di casa o a ricamare il corredo da sposa, ingiungeva allegramente: “Hello, basta lavoru, niscemu!”. Qualche volta riusciva a vincere la resistenza di mamma Maria e le ragazze si precipitavano di sopra a cambiarsi di vestito, aggiustarsi i capelli, dare qualche tocco di cipria e un velo di rossetto; oppure usciva contrariata, bussava da una vicina e andava via con una ragazzina di undici anni “Annina, noi no paura, iamu”; la bambina, felice, in un lampo era in strada. Altre volte trovava in casa Michele, allora, assumendo un’aria di amichevole complicità, gli faceva delle domande sulla vita a Caltavaduna, sui suoi svaghi, sugli amici, sul lavoro. Michele rispondeva con accondiscendenza, senza cercare di addolcire la pillola amara di uno stato d’animo frastornato e disilluso. Non sembrava provare una particolare attrazione verso di lei; certo, l’eleganza, il profumo, quelle mani dalle lunghe unghia laccate di rosa-argento, i capelli ossigenati, i sorrisi smaglianti, i riferimenti alla vita di New York non lo lasciavano del tutto indifferente. Quando, in compagnia di amici, durante la passeggiata l’incontrava sul Corso a braccetto delle sue sorelle, lo attraevano i sorrisi intriganti di una Vera espansiva e affettuosa; in quei casi gli toccava invitare tutti al bar a prendere un gelato. I due o tre amici che Michele si portava dietro rimanevano un po’ defilati, intimiditi dai modi disinvolti della ragazza americana, salvo poi riprendersi e fare apprezzamenti su di lei, battute e allusioni più o meno garbate. La ragazza, dopo circa un mese, ripartì per l’America. Al mio ritorno per le ferie di agosto non trovai Michele. Seppi tutto da Nino, suo cugino per parte di madre. Mastro Nicola, padre di Nino e zio di Michele, dopo la partenza di Vera tirò fuori le sue arti di combinatore di matrimoni, già sperimentate in precedenza. Si mise in contatto epistolare col suo amico d’infanzia Nunzio, padre di Vera, emigrato in America verso la fine degli anni Trenta. Si sincerò delle sue effettive intenzioni di far sposare la figlia con un giovane del paese e si buttò nell’opera di persuasione del nipote Michele. Complici le disastrose condizioni economiche del giovane, una parola oggi, una domani, il suo zelo sortì l’effetto sperato. “E la ragazza di prima?”, chiesi a Nino. “La ragazza pianse per giorni. Per molto tempo non è più uscita di casa. Era sparita. Adesso si vede raramente. Non va più alla messa delle dodici, la domenica; l’hanno vista a quella delle sei al convento delle suore. Anche per Michele non è stato facile. Resistette qualche mese ai discorsi di mio padre. Non l’avevo mai visto così nervoso; neanche quando gli piombava al mulino l’ufficiale giudiziario per sequestrargli la roba. Una sera venne a casa mia. Si sedette in un angolo in attesa che finissimo di cenare. Mio padre lo pregò d’accettare qualcosa; non volle neanche un caffè; disse che aveva mal di stomaco. Uscimmo. Era una serata di marzo, c’era un po’ di vento. Avvertivo la sua tensione. Ci avviammo sulla strada fuori paese. Mi disse: -Nino, non posso continuare così. O vado in Germania o in America. Non ho più un avvenire qui. La notte non chiudo occhio, ormai devo decidermi.- Rimasi in silenzio; sentivo la responsabilità di una qualche mia parola che avrebbe potuto cambiare il corso della sua esistenza. Mi disse come era cambiata la sua vita, come tutto gli appariva assurdo e incredibile, come era crollato il castello delle sue immaginazioni per il futuro. -Molti mi guardano in modo strano. Ma che vogliono! Cosa avrei potuto fare!- Camminammo avanti e indietro per un paio d’ore. Ripercorse le tappe del suo calvario partendo dal giorno infausto in cui si mise in società con l’uomo che l’ha rovinato. Ricordò i giorni felici del lavoro che andava a gonfie vele. -Tutta la gente del paese veniva a macinare il grano al nostro mulino. Mi voleva bene, mi incoraggiava. Avevo cominciato a pensare ad una mia casetta e a una mia famiglia. Avevamo fatto dei sacrifici: mio padre ha venduto il suo migliore pezzo di terreno per consentirmi d’investire sul mulino. E’ andato tutto in fumo-.Era un fiume in piena. Di tanto in tanto azzardavo qualche parola; gli dicevo che era giovane e che aveva tutta la vita dinanzi a se. Parole ovvie, scontate, quasi banali; non sapevo dirgli altro. Non volevo calcare la mano sulla possibilità che gli si apriva di un matrimonio con una bella ragazza americana e di un lavoro sicuro in America. Doveva essere lui, e soltanto lui, a decidere di un passo così impegnativo. Mio padre la pensava diversamente, non aveva certo questa delicatezza; lui ci andava pesante nel decantargli le meraviglie della vita in America. Io ero contrariato dalle sue insistenze: mi sembrava grossolanamente invadente; e poi mi sarebbe dispiaciuto perdere un cugino con cui sono cresciuto e che considero come un fratello. Per questo motivo litigavo con mio padre. Lui non ammetteva mie rimostranze; alzava la voce e mi zittiva dicendomi di farmi i fatti miei. - Papà, sei tu che non ti fai i fatti tuoi-. - Tu stai zitto! Quello è mio nipote, non deve vivere da miserabile, hai capito? Il suo avvenire è in America! Sposandosi con la figlia del mio amico Nunzio può entrare subito negli Stati Uniti perché lei è cittadina americana. Non vedi che è la fortuna di Michele?-. -Bella fortuna- replicavo- perdere genitori, sorelle, parenti e amici-” Nel ripensare a queste litigate col padre Nino si era infervorato. “E’ colpa di mio padre se ora Michele non è più con noi. Chissà poi se si era innamorato di Vera. Io non ci credo. Penso ad Evelina, la ragazza che ha lasciato; si è murata in casa”. “Quella sera Michele ti disse che aveva deciso?”, chiesi. “No, però ebbi l’impressione che la sua decisione stesse maturando”. (2-continua)


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