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Il consumo della morte

Brandolph: "Sire, il popolo ha sete".
Duca: "Sire, i mostri del fossato hanno fame".
Re: "Inizio a intravedere una soluzione..."
(Parker & Hart, Il mago Wiz).
di Sergej - martedì 10 settembre 2019 - 571 letture

Un fenomeno abbastanza “nuovo” all’interno della società contemporanea, riguarda il nuovo “consumo della morte” che se ne fa. Per decenni lo sviluppo capitalistico si è tenuto alla larga dalla morte, relegandolo in secondo piano e mettendolo in ombra il più possibile. Della morte non bisognava parlare. Il rito della morte veniva lasciato agli apparati tradizionali: preti, gestori di pompe funebri, fiorai, cimiteri. Poco o nulla la morte è stata toccata dal contatto innovatore del capitalismo trionfante degli anni post-bellici. Se non per ricadute di second’ordine: le automobili funebri al posto delle carrozze; l’uso di fiori di plastica (a volte, e per i funerali più poveri); l’uso del cemento per i loculi e per l’edilizia cimiteriale, resa scadente dall’idea che la morte era una cosa che riguardava i poveri e i marginali. Non certo i ricchi, il capitale, che godeva invece di ottima salute.

Con la crisi, nei processi di ristrutturazione, e soprattutto nella nuova civiltà televisiva - e di Internet -, la morte torna a essere utilizzata. Se ne fa anzi un continuo rimando. Si riempiono i palinsesti con la morte, si aprono pagine. Si era cominciato in maniera sarcastica con i siti che offrivano il servizio del cimitero virtuale. Tra il serio e il tentativo di fare business con la morte; tra il faceto e il paradossale. La cosa non ha avuto molto seguito. Salvo riproporsi il problema quando Internet è stato divorato da Facebook, e l’alto numero di iscritti ha significato anche la presenza “naturale” di gente che moriva e lasciava il proprio account, e le cose che aveva scritto (testi, foto, video ecc_) alla mercé dei vivi. La carta stampata ha cominciato a utilizzare il web come fonte gratuita di notizie: di qui il saccheggio degli account degli altri (salvo sporadiche e tardivi tentativi di regolarizzare la pratica: ma su questo i giornalisti italiani non sembrano avere orecchio di riguardo).

Soprattutto si assiste da qualche anno a questa parte, nel mondo televisivo, alla profusione di annunci di morti di VIP, che i palinsesti poi sfruttano adeguatamente proponendo “speciali” dedicati a questo o quell’artista famoso defunto.

La pratica dello sfruttamento dell’artista da morto era una pratica tradizionale del mondo artistico, soprattutto pittorico, ottocentesco: un pittore o uno scultore valgono più da morti che da vivi, in corrispondenza dell’esistenza di un mercato - imprenditori che fanno i promoter, collezionisti che mettono i quattrini, imbonitori cioè venditori sotto forma di critici d’arte ecc_. Più di recente il settore musicale ha scoperto la possibilità di poter sfruttare gli artisti morti, grazie al sistema dei diritti. E gli artisti hanno cominciato a fare a gara a morire giovani pur di conquistare una fama imperitura: la sequenza di under-40enni musicisti da Jim Morrison in poi.

Oggi non passa giorno che un telegiornale non ci dica della morte di qualche illustre sconosciuto (per la massa odierno) morto, che diventa così oggetto di studio (frettoloso, riepilogativo, postumo) da parte degli spettatori e dei lettori. È un business, è un modo per riempire i palinsesti altrimenti pericolosamente vuoti. Si trova sempre qualche parente del morto o qualche amico del morto disposto a raccontare di quando il non-ancora-morto si scaccolava il naso o di quando giocava con il barboncino preferito. Lo spettacolo ha divorato anche la morte, che prima era tabù. Ne ha fatto business. Tanto più che viviamo negli anni in cui cominciano a venir meno tutti i nati nella generazione del baby boom occidentale. Una quantità considerevole di persone, che ha vissuto gli anni d’oro dell’Occidente opulento e ricco, gli anni Sessanta del Novecento, verso cui è in atto una forma di retromania e di culto - davanti agli sfaceli della crisi di sistema attuale, e di decadenza degli Imperi occidentali.

Una civiltà del necrologio, una civiltà mortuaria si è sostituita a una civiltà che era alla ricerca sempre del nuovo e della “novità”. Ciò, per chi si occupa di sistemi sociali, è molto interessante.

La notizia di questo o quel VIP (e si viene etichettati come tali per le più diverse motivazioni, purché si sia finiti almeno una volta su un qualche giornale o tv nel passato: sia che si tratti di un santo o di un demonio, di un affamapopolo o di un rivoluzionario) diventa parte del flusso continuo di “notizie” che vengono date intervallate dalla pubblicità. Le persone morte perdono il contesto per cui sono vissute, diventano “figurine” di un album promiscuo, per una storia che non ha più profondità di campo. È solo un insieme di volti, di nomi, di date.

Ciò si accompagna all’altro fenomeno attuale, connesso al consumismo e alla declassificazione in atto.

Sui fenomeni eversivi del consumismo uno dei primi (da posizioni di retroguardia) a notarne gli effetti era stato Pier Paolo Pasolini. Negli anni dell’americanizzazione progressiva del nostro Paese, accentuatasi dopo gli anni Ottanta del Novecento (per cui ad es_ sempre più film entrano in circuito con il titolo originario, non più tradotto come si faceva prima), questo e il consumismo hanno scombussolato la consistenza di classe della società italiana. Declassati (nel doppio senso del termine: abbassato di valore, e privato della classe di appartenenza) le famiglie non hanno più coscienza di sé, perdono le coordinate estetiche ed etiche; nello stesso tempo agisce su di loro il consumismo, che è la possibilità di accesso alla merce, ma dequalificata e massificata: prodotti d’uso che sono lo scarto della società dell’opulenza. In questo scarto, tutto viene rinvenuto e acquistabile (a basso prezzo) allo stesso modo: la maglietta di Che Guevara e il cappellino da baseball nordamernicano. È la svendita di fine stagione dei prodotti degli anni Settanta. Oggi un militante di casa Pound può benissimo citare Pound appunto accanto a Gramsci e a Troskij, indifferentemente. Le idee hanno perso le appartenenze, sono diventate oggetti di consumo declassate. Chi appartiene a una classe declassata, quale capacità ha ancora di scegliere tra gli oggetti quelli che sono consoni alla propria classe di appartenenza e quelli che non lo sono? Che capacità "di classe" ha di compiere scelte di tipo estetico e/o etico, politico?

Da una parte la deideologizzazione ha permesso di superare la sterilità delle contrapposizioni che aveva portato quasi sull’orlo della guerra civile negli anni Settanta del Novecento; il poter superare gli steccati, poter finalmente parlare e parlarsi reciprocamente è stata la grande possibilità della fase di transizione; che è subito stata spenta dal processo di declassamento che ha reso incomprensibili le ideologie.

I partiti si presentano non solo interclassisti, ma soprattutto privi della connotazione destra/sinistra (la presa del potere da parte della borghesia e l’utilizzo della dialettica destra/sinistra all’interno del parlamentarismo volto comunque a mantenere il nuovo status quo). Il centrismo è l’ambizione di occupare il centro del centro commerciale che è “l’offerta” (la chiamano così) politica. Saldi di fine stagione.

In questo contesto, ciò che viene venduto perde quasi immediatamente le connotazioni ideologiche. Una kefia (simbolo del movimento di resistenza palestinese contro l’oppressione dello Stato israeliano, e come tale usata negli anni Ottanta esclusivamente da chi si riteneva “di sinistra”) diventa oggetto d’ornamento indifferenziato. Il tatuaggio, in origine emblema di chi poteva vantare un trascorso in prigione, diventa uso comune. E così via di seguito. Non si tratta solo di un fenomeno, già conosciuto nella storia umana, di uso diversificato nel tempo di una data cosa.

Nelle bancarelle del mercato a cui possono accedere i nuovi poveri, si trova una quantità di merce, una varietà di merce, incredibile. Ma tutta abbassata di valore. È un fenomeno di varietà verso il basso non di ricchezza redistribuita. In tale varietà rientra di tutto: dal cappellino cinese alla kefia alla maglietta con un Benito Mussolini stampato sopra.

Negli anni Settanta l’Occidente vinse i Paesi dell’Est nei supermercati. I supermercato sovietici rimasero vuoti, quelli occidentali tornarono (dopo la crisi petrolifera della metà degli anni Settanta: io me li ricordo i supermercati vuoti in Italia in quei mesi) a riempirsi. Con l’entrata nell’Unione europea i supermercati cominciarono a riempirsi di prelibatezze francesi, norvegesi, tedesche che prima gli sbarramento nazionali impedivano di conoscere. È stato un momento esaltante per la civiltà del consumo occidentale. Con la crisi economica e con il crollo dell’Est europeo, che ha reso non più necessaria la classe media occidentale e il welfare connesso, tutto questo si è incrinato. La middle class è stata declassata, i poveri sono diventati sempre più poveri - numericamente e in termini di risorse assegnate -. Questa nuova massa declassata ha provato a resistere attraverso le corporazioni: i tassisti, i camionisti, i giornalisti, i notai persino. Una resistenza di corto respiro, progressivamente corrosa. Anche la ristrutturazione possibile con l’informatica è stata masticata e resa inoffensiva, e i guru del cambiamento sono diventati figure da riutilizzare (ormai inoffensive) alla loro morte: Steve Jobs. Assieme a tutti gli altri, quotidiani, morti famosi.

Attraverso il consumo della morte della macchina pubblicitaria contemporanea, si ricompone il pantheon degli antenati, e con esso dell’immaginario e della scansione temporale: tutto viene appiattito in uno steam-punk contemporaneo in cui Attila e Benjamin Franklin convivono nel quotidiano flusso delle notizie che ci vengono scaricate addosso. Pausa pubblicitaria.



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