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Il circo invisibile

A distanza di qualche giorno dalla visione dello spettacolo teatrale "Le circle invisible" non si sono ancora attenuate le meravigliose sensazioni che Jean-Baptiste Thierrée e Victoria Chaplin mi hanno comunicato con la loro superba esibizione.

di Alfio Pelleriti - mercoledì 1 dicembre 2004 - 7077 letture

A distanza di qualche giorno dalla visione dello spettacolo teatrale "Le circle invisible" non si sono ancora attenuate le meravigliose sensazioni che Jean-Baptiste Thierrée e Victoria Chaplin mi hanno comunicato con la loro superba esibizione. Hanno parlato poco i due attori, perché hanno affidato ai gesti, all’espressività del viso, alla straordinaria capacità di muoversi sul palcoscenico, il compito di fare arrivare i loro messaggi. Tanti numeri circensi: prestidigitazione, giochi di travestimento, scene da clown, funambolismi: il tutto a ritmi sostenuti e incalzanti.

Lui, mimo straordinario, abile giocoliere, dagli occhi sempre accennanti alla gioia, con le labbra piegate al sorriso; instancabile nel presentare i suoi numeri, semplici, scontati, a volte banali, esattamente come il tipico comportamento dei bambini, i quali amano ripetere i giochi preferiti innumerevoli volte senza mai stancarsi e dai quali traggono un piacere particolare, che soddisfa ad un tempo corpo e mente, "Es" ed "Ego". Una coazione a ripetere che rimanda ai misteri dell’evoluzione dell’uomo, dai suoi stadi primordiali a quelli più maturi dell’homo sapiens sapiens, fino all’uomo cybernauta del XXI secolo.

Lei, agile cerbiatta, nonché camaleontica creatura, abile nel dare agli oggetti aspetto antropomorfo e afflati vitali a forme extra fenomeniche, scese da chissà quale lontano pianeta. Lei, una Chaplin, che, come il padre, affida alla gestualità, ora lenta ora improvvisamente veloce, sempre armoniosa, messaggi d’amore in una realtà angosciante, misteriosamente dolorosa, spesso piegata e piagata da malvagi leviatani.

Entrambi eleganti, intenti ad aiutare lo spettatore, capitato lì per caso, come in una radura d’un intricato bosco, ad oltrepassare i confini dello spazio e del tempo, con l’unico mezzo possibile e di cui solo l’uomo può avvalersi, la fantasia. Questo è il loro compito, infatti, riportare individui grondanti di cultura supertecnologica e massificati fino alle midolla, in una dimensione di libertà, senza costrizioni, lì dove non c’è posto per l’homo economicus, sì per maghi, fate ed elfi. Entrambi, corpo d’adulti e anima infantile, sono riusciti, a portarti, come dei pifferai magici, in un mondo incantato, in un’atmosfera surreale, dove sei certo che quel coniglio bianco dalle lunghe orecchie stia osservando proprio te e quell’oca canterina si esibisce lì ed ora per te e tutto accetti da quegli incantatori, mentre intanto felice sorridi all’ennesimo passaggio d’un ippogrifo, come facevi tanti anni fa quando con un bastone rincorrevi una ruota che pilotavi con il braccio e con la mente insieme e gli uccelli, le lucertole, perfino le mosche, ti erano amici.


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