Una luce strana illumina la città e la rende irreale.
Il traffico vicino alla stazione centrale è intenso,
come tutte le mattine dei giorni di settimana.
Arriviamo in treno a Catania e uscendo dalla stazione
ci dirigiamo verso Via Martiri della Libertà, la
nostra destinazione è il campo nomadi che sta poco più
in là. Iniziamo a costeggiare il lungo muro, abbellito
dai graffiti dei writers, che divide Catania da quell’altra
città, quella che se non ci fai caso non noti: la
città dei bulgari, dei rumeni e degli altri immigrati dell’est
europeo.
Arriviamo all’angolo con ViaVentimiglia e incontriamo Emir, il nostro contatto e la nostra guida all’interno del purgatorio in terra, ci accoglie sorridente. E’ al semaforo, suo abituale “posto di lavoro” dove alterna varie mansioni: lavavetri, venditore di fazzolettini, di accendini. Ci dice che oggi, giù, al campo nomadi, c’è poca gente. La mattina gli uomini stanno in giro per la città per cercare di guadagnare qualcosa, e le donne con i bambini sono spesso ai semafori per chiedere l’elemosina. C’invita a seguirlo.
Sposta la lamiera di metallo che è l’ingresso della sua
realtà, per terra una porta invece è la passerella che
sana il dislivello tra marciapiede e suolo. Il campo
nomadi è in una cava, un fosso, che doveva essere la
base per la costruzione di un edificio, o di un parcheggio.
La visione che si spalanca davanti ai nostri occhi è
da terzo modo, forse da quarto. Camminiamo tra detriti
e materiali d’ogni tipo, Emir dice di non preoccuparci,
quasi come un ragazzo universitario che si scusa per
il disordine che c’è in casa. Ma per terra non ci sono
libri o indumenti, qui per terra c’è di tutto. Andiamo
avanti, e iniziamo a vedere da vicino le loro condizioni
abitative, i più fortunati hanno le baracche fatte di
lamiere, legno, materiali di risulta, plastica, pezzi di
coperte a chiudere le fessure per evitare l’ingresso di
spifferi e topi. I meno fortunati, Emir ci dice, quelli che
sono arrivati da poco, alloggiano nelle tende da camping.
Le costruzioni e le tende sono tutte concentrate
tra loro, una accanto all’altra per ripararsi dal freddo.
Siamo curiosi e vogliamo vedere l’interno di questi
precari rifugi. Scostiamo una lamiera-porta, all’interno
cinque materassi buttati per terra, una tavolo semidevastato e una miriade colorata e disordinata di vestiti.
“Ci viviamo in otto - racconta Emir- tutta la mia famiglia,
stiamo qui da sei mesi, non lavoriamo, non troviamo
lavoro, non ci assumono da nessuna parte, siamo
clandestini e non possiamo essere regolarizzati senza
lavoro e senza permesso di soggiorno”.
Dalle baracche, intanto, escono fuori tanti piccoli bambini
dai capelli chiarissimi e dalla magrezza disarmante,
sono incuriositi dalla nostra presenza, da Emir che
parla con noi. “I bambini non possono andare a scuola
continua Emir - non abbiamo come mantenerli e non
sarebbero accettati”. Continuiamo a passeggiare, Emir
ci fa segno con la mano, c’indica la cucina. “Cuciniamo
tutti insieme, a fine di giornata, quel che ognuno porta
da fuori, di sera viene cucinato per tutti”. Le cucine
sono, ovviamente esterne alle baracche, distanti dalle
loro abitazioni. Sono delle braci, come quelle che si
usano nelle nostre abbondanti scampagnate, attorno
alle quali quest’atipica e povera comunità si riunisce
per incontrarsi la sera e raccontare le loro sventure ai
parenti. Chiediamo ad Emir dove sono i servizi igienici,
lui come risposta fa una risata e alza le spalle.
Continuiamo il nostro viaggio all’inferno, dall’interno
del campo la città di sopra sembra non esistere, non si
vedono le strade né i palazzi, né tanto meno le persone.
Si sente ogni tanto una frenata, un colpo di clacson, ma
nulla più. Ma il cielo sopra è lo stesso nelle due città.
Iniziamo a capire il loro isolamento e la distanza che
intercorre tra le due comunità. Inizia a venire attorno a
noi un po’ di gente, escono dalle baracche, hanno facce
stanche, si avvicinano e chiedono ad Emir cosa stia
succedendo, il nostro amico spiega loro che siamo qui
per raccontare le loro storie, la loro vita. Ci guardano e
si siedono con noi. Le loro storie sono quelle fatte d’emarginazione
sociale e lavoro nero.
Molti di loro svolgono lavori pesanti e faticosi, sfruttati
nelle aziende agricole, lavapiatti nei ristoranti, assoldati dalla microcriminalità o come Emir stanno ai
semafori. Raccontano d’avere famiglie da mantenere in
Bulgaria e che non possono tornare indietro, sarebbe
una sconfitta. Emir ci guarda, ha uno sguardo spento,
rassegato, ma pieno di speranza. Gli chiediamo come
pensa di andare avanti e ci spiega che la maggioranza
di loro vuole andar via da quest’inferno, appena guadagnati
i soldi necessari per pagarsi un biglietto, per
andare altrove, il loro obiettivo è la Germania, la
Francia o il Regno Unito. Il sogno è quello di tornare in
Romania e aprire una loro attività autonoma, ma intanto
sono a Catania dentro ad un buco, dentro ad un fosso
che li divide dalla resto del mondo.
I rapporti con la città, quella che sta all’esterno del campo, non esistono, non c’è alcun tipo d’integrazione, i catanesi fanno finta che questa realtà non esista. Basta non volgere lo sguardo oltre a quel muro e il problema non c’è. Per i rumeni la cosa è differente, cercano i contatti con la città soprattutto per trovare lavoro, o impongono la loro disperazione ai semafori, lo fanno con le madri con in braccio i bimbi alla ricerca di qualche spicciolo ma, spesso, al semaforo gli automobilisti non girano lo
sguardo, non aprono il finestrino ed evitano il contatto
con questa povera gente invisibile.
Le due città restano lì, immobili e sorde, ognuna con i propri interessi, ognuna con le proprie preoccupazioni, senza veri contatti e con un velo di ipocrisia fatta di indifferenza e spesso insofferenza.