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Il cielo sopra la Sicilia


Viaggio-inchiesta all’interno del campo nomadi di Catania.
lunedì 10 ottobre 2005, di Tano Rizza - 996 letture

Una luce strana illumina la città e la rende irreale. Il traffico vicino alla stazione centrale è intenso, come tutte le mattine dei giorni di settimana.

Arriviamo in treno a Catania e uscendo dalla stazione ci dirigiamo verso Via Martiri della Libertà, la nostra destinazione è il campo nomadi che sta poco più in là. Iniziamo a costeggiare il lungo muro, abbellito dai graffiti dei writers, che divide Catania da quell’altra città, quella che se non ci fai caso non noti: la città dei bulgari, dei rumeni e degli altri immigrati dell’est europeo.

Arriviamo all’angolo con ViaVentimiglia e incontriamo Emir, il nostro contatto e la nostra guida all’interno del purgatorio in terra, ci accoglie sorridente. E’ al semaforo, suo abituale “posto di lavoro” dove alterna varie mansioni: lavavetri, venditore di fazzolettini, di accendini. Ci dice che oggi, giù, al campo nomadi, c’è poca gente. La mattina gli uomini stanno in giro per la città per cercare di guadagnare qualcosa, e le donne con i bambini sono spesso ai semafori per chiedere l’elemosina. C’invita a seguirlo. Sposta la lamiera di metallo che è l’ingresso della sua realtà, per terra una porta invece è la passerella che sana il dislivello tra marciapiede e suolo. Il campo nomadi è in una cava, un fosso, che doveva essere la base per la costruzione di un edificio, o di un parcheggio.

La visione che si spalanca davanti ai nostri occhi è da terzo modo, forse da quarto. Camminiamo tra detriti e materiali d’ogni tipo, Emir dice di non preoccuparci, quasi come un ragazzo universitario che si scusa per il disordine che c’è in casa. Ma per terra non ci sono libri o indumenti, qui per terra c’è di tutto. Andiamo avanti, e iniziamo a vedere da vicino le loro condizioni abitative, i più fortunati hanno le baracche fatte di lamiere, legno, materiali di risulta, plastica, pezzi di coperte a chiudere le fessure per evitare l’ingresso di spifferi e topi. I meno fortunati, Emir ci dice, quelli che sono arrivati da poco, alloggiano nelle tende da camping. Le costruzioni e le tende sono tutte concentrate tra loro, una accanto all’altra per ripararsi dal freddo.

Siamo curiosi e vogliamo vedere l’interno di questi precari rifugi. Scostiamo una lamiera-porta, all’interno cinque materassi buttati per terra, una tavolo semidevastato e una miriade colorata e disordinata di vestiti. “Ci viviamo in otto - racconta Emir- tutta la mia famiglia, stiamo qui da sei mesi, non lavoriamo, non troviamo lavoro, non ci assumono da nessuna parte, siamo clandestini e non possiamo essere regolarizzati senza lavoro e senza permesso di soggiorno”.

Dalle baracche, intanto, escono fuori tanti piccoli bambini dai capelli chiarissimi e dalla magrezza disarmante, sono incuriositi dalla nostra presenza, da Emir che parla con noi. “I bambini non possono andare a scuola
- continua Emir - non abbiamo come mantenerli e non sarebbero accettati”. Continuiamo a passeggiare, Emir ci fa segno con la mano, c’indica la cucina. “Cuciniamo tutti insieme, a fine di giornata, quel che ognuno porta da fuori, di sera viene cucinato per tutti”. Le cucine sono, ovviamente esterne alle baracche, distanti dalle loro abitazioni. Sono delle braci, come quelle che si usano nelle nostre abbondanti scampagnate, attorno alle quali quest’atipica e povera comunità si riunisce per incontrarsi la sera e raccontare le loro sventure ai parenti. Chiediamo ad Emir dove sono i servizi igienici, lui come risposta fa una risata e alza le spalle.

Continuiamo il nostro viaggio all’inferno, dall’interno del campo la città di sopra sembra non esistere, non si vedono le strade né i palazzi, né tanto meno le persone. Si sente ogni tanto una frenata, un colpo di clacson, ma nulla più. Ma il cielo sopra è lo stesso nelle due città. Iniziamo a capire il loro isolamento e la distanza che intercorre tra le due comunità. Inizia a venire attorno a noi un po’ di gente, escono dalle baracche, hanno facce stanche, si avvicinano e chiedono ad Emir cosa stia succedendo, il nostro amico spiega loro che siamo qui per raccontare le loro storie, la loro vita. Ci guardano e si siedono con noi. Le loro storie sono quelle fatte d’emarginazione sociale e lavoro nero.

Molti di loro svolgono lavori pesanti e faticosi, sfruttati nelle aziende agricole, lavapiatti nei ristoranti, assoldati dalla microcriminalità o come Emir stanno ai semafori. Raccontano d’avere famiglie da mantenere in Bulgaria e che non possono tornare indietro, sarebbe una sconfitta. Emir ci guarda, ha uno sguardo spento, rassegato, ma pieno di speranza. Gli chiediamo come pensa di andare avanti e ci spiega che la maggioranza di loro vuole andar via da quest’inferno, appena guadagnati i soldi necessari per pagarsi un biglietto, per andare altrove, il loro obiettivo è la Germania, la Francia o il Regno Unito. Il sogno è quello di tornare in Romania e aprire una loro attività autonoma, ma intanto sono a Catania dentro ad un buco, dentro ad un fosso che li divide dalla resto del mondo. I rapporti con la città, quella che sta all’esterno del campo, non esistono, non c’è alcun tipo d’integrazione, i catanesi fanno finta che questa realtà non esista. Basta non volgere lo sguardo oltre a quel muro e il problema non c’è. Per i rumeni la cosa è differente, cercano i contatti con la città soprattutto per trovare lavoro, o impongono la loro disperazione ai semafori, lo fanno con le madri con in braccio i bimbi alla ricerca di qualche spicciolo ma, spesso, al semaforo gli automobilisti non girano lo sguardo, non aprono il finestrino ed evitano il contatto con questa povera gente invisibile.

Le due città restano lì, immobili e sorde, ognuna con i propri interessi, ognuna con le proprie preoccupazioni, senza veri contatti e con un velo di ipocrisia fatta di indifferenza e spesso insofferenza.

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Il cielo sopra la Sicilia
16 gennaio 2007, di : Misslex

Complimenti a Tano Rizza per questo articolo!Purtroppo l’ho letto soltanto adesso.Meglio tardi che mai.Vorrei fare qualcosa per poter migliorare tale situazione concernente i rom o nomadi.C’è un altro fosso abusivamente occupato a Catania immerso in un degrado totale, tutti ignorano che esista e nessuno vuol far qualcosa per aiutare loro e noi. Si trova in Via Madonna del divino amore, vicino il cimitero, dove stanno costruendo un maxi posteggio. la situazione igienica e di dignità sociale è davvero ai limiti.Bisogna fare qualcosa per fermare tale indifferenza e degenerazione, ma non si sa mai a chi rivolgersi.Al sindaco forse?..Come mai in Italia molti comuni hanno un’area di sosta nomadi con controllo sanitario e quì è tutto alla deriva?Per favore datemi risposte.Grazie.
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