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Il carisma non è acqua e il Jesus Christ Superstar del terzo millennio spacca come quello del ’73

Jesus Christ Superstar è ancora attualissimo
di Vincenzo Basile - mercoledì 11 febbraio 2015 - 4329 letture

C’è poco da fare, per laici e credenti , la figura di Cristo è, seppur in misura variabile, la suprema e universale icona dei valori Umani. Renderlo personaggio e protagonista diuno spettacolo e potenziarne il carisma grazie al propellente Rock, non può che trasfigurarlo in quella Superstar dall’ immenso magnetismo che ha incantato generazioni di spettatori.

Fu questa la felice intuizione di Andrew Lloyd Webber e del suo paroliere Tim Rice quando, nei primi anni ’70,, composero la Rock Opera che divenne poi la colonna sonora del musical del secolo, campione di incassi e di consensi di pubblico e critica, a Broodwaye Londra nel biennio 1971 –’72 einfine sul rgande schermonel ’73, per la regia di Norman Jewison.

In realtà il primo J.C.S. fu IanGillan (front man dei DeepPurple, poi anche nei Black Sabbath). Star annunciata dall’omonimo doppio album, l’anno precedente.

Quello cinematografico era invece un giovane batterista texano trasferitosi a Los Angeles in cerca di fortuna, “iniziato” al musical dal regista Tom O’Horgan, che lo aveva inclusonel cast di Hair.

Figlio d’artebianco,dotato di una voce neraperfettaper cantare la passione umana del semi Dio venuto tra gli uomini ad assolvere la missione affidatagli dal Padre: Ted Neeley.

Il fenomeno teatrale durò per l’intera decade, scalfendo gli ‘80. Fu poi ripreso nel ’92 con gli stessi protagonisti (Neeley- Gesù e il magnifico Carl Anderson-Giuda) e andò avanti per cinque anni. Altre produzioni si sono avvicendate in quella che, dato il pluridecennale successo, si può ormai definire un’epopea.

Probabilmente non ultima questa di Massimo Romeo Piparo, regista palermitano e attuale direttore artistico del teatro Sistina, che è riuscito ad avere TedNeeley protagonista e, nelle prime date romane, anche gli originaliYvonne Elliman-Maria Maddalena e Barry Dennen-Pilato.

Grazie a questi ingredienti, lo spettacolo che in questi giorni conclude la sua tournee italiana al Teatro Rossetti di Trieste, ha conservato la suggestione emotiva di una resurrezione tutta teatrale che si rinnova a ogni replica nell’immedesimazione tra chi sta davanti al palco e chi sopra. La sua forza è tutta in questa irresistibile contaminazione energetica che si propaga tra scena e platea, complice quell’indimenticabile Rock di grande annata.

Se l’esecuzione musicale dei 12 strumentisti, le coreografie dei 24 danzatori-acrobati, i costumi e il cantato dell’Opera teatrale non raggiungono la qualità di quelle originali, poco importa. Le prestazioni di Neeley, di Pilato (Emiliano Geppetti) e di Erode (Salvador AxelTorrisi) rimangono notevoli e l‘apoteosi finale è totale. L’essenza del mito si materializza nella suapiù autentica e profonda sostanza attraverso una flusso denso di emozioni cantate sulla sola musica possibile per colore, ritmo, potenza e pregnanza. Va da sé che la Storia e il suo intreccio sono già dentro l’anima dello spettatore, ne costituiscono la struttura portante, il significato e la materia stessa. Se non bastasse già il testo, la musica, fa il resto.

La regia è efficace e smaliziata nello sfruttare visivamente gli episodi più conosciuti della Passione; dalla lunga, tormentata, notte di Getsemani alle 39 frustate inferte primadella crocefissione, che scandiscono le immagini degli scempi e delle atrocità più ferocidegli ultimi due secoli,che scorrono agghiaccianti sul fondo scena: dall’Olocausto all’atomica, dall’11 settembre alla strage di Capaci, dalla fame e la disperata immigrazione dal terzo mondo alla distruzione sistematica e inarrestabile dell’ambiente.

Monito eloquente a chi continua a cercare interra il regno dei Cieli. La suggestione raggiunge il culmine dopo la crocefissione, col rientro in scena del Messia risorto dal fondo sala, preceduto da un Giuda che continua a chiedergli ragione delle sue scelte.

In quel momento l’Eucaristia diviene visionee per qualche attimo il personaggio s’invera nelRisorto, realizzando l’essenza stessa del Teatro: realtà e finzione si compenetrano e il misticismo è palpabile e condiviso in sala, sull’onda di una musica peraltro tradizionalmente viscerale.

La standing ovation arriva puntualmentee si protrae lungo tutta la fase dei ringraziamenti, con le prime file di platea che danzano insieme agli attori scesi dal palco, una volta crollata la quarta parete.

La vista della squadra dei pompieri in servizio di sala, seminascosti dalla tenda di un’uscita di sicurezza, mi richiama al presentee mi rendo conto di essere stato come tutti travolto nel gioco dello spettacolo.

Largamente imperfetto ma efficace nel raggiungere il suo scopo: esaltare, coinvolgere e far credere ancora nel sogno o, per chi ce l’ha in dono, alla propria fede.

Ecco perché (come riscontrato da TedNeeley in conferenza stampa) in controtendenza rispetto al suo entourage insieme al quale lo esaminava, Papa Paolo VI, dopo la visione di una copia del film a suo tempo inviatagli direttamente da Norman Jewison, si convinse, approvandolo, dell’utilità dell’opera per la diffusione della fede nel mondo.

“Al di là delle epoche e della riuscita di una messinscena” conclude il regista, “ (in questo spettacolo) c’è l’eterno senso di angoscia di un’umanità che crea i propri messia per poi mandarli al martirio,inventa i propri miti per poi distruggerli, professando la propria fede per poi rinnegarla”.


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