Il banchiere e la bracciante


Condannato l’uno, morta di fatica l’altra
mercoledì 1 marzo 2017 , Inviato da Adriano Todaro - 1053 letture

C’è vita su Marte? Per scoprirlo, lo statista di Rignano non è andato sul pianeta rosso (colore da lui non amato) ma è volato negli Usa mentre qui, da noi, sono successe cronache marziane ma non nel senso fantascientifico di Ray Bradbury ma molto più banali: ci sono state scissioni ma anche no, ci sono state rotture ma anche no, ci sono state coraggiose e ultimative dichiarazioni ma anche no. Insomma, tutte cose che anche i marziani farebbero fatica a comprendere.

Tranquilli. Non voglio parlarvi dello smargiasso Renzi e dell’evanescente Pd. La domanda iniziale, però, tenetela a mente. Vi voglio, invece, parlare di Giovanni Berneschi, classe 1937, che da 25 anni guida la Banca Carige. La scorsa settimana è stato condannato a 8 anni di carcere più qualche mese e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Al povero Giovanni, il Tribunale gli ha confiscato anche 26 milioni e 800 mila euro. Cosa mai ha combinato l’uomo più potente di Genova? Poca roba: associazione per delinquere, truffa e riciclaggio. Secondo i Pm, grazie alla complicità di alcuni compiacenti imprenditori, Berneschi e soci, si facevano acquistare dal ramo assicurativo della Carige immobili e quote societarie a prezzi gonfiati. Le plusvalenze ricavate dal reato, erano poi reinvestite all’estero.

Per Giovanni, uomo all’antica di saldi principi, è stata una mazzata. Lui che viene dalla gavetta. Lui, ragioniere, che nel 1957 è assunto come impiegato amministrativo nella Cassa di risparmio di Genova e Imperia, diventata nel 1991 Carige. Lui, che ha fatto solo del bene a tanta gente, condannato! Con la sua direzione la banca è arrivata ad avere 5.000 dipendenti e 1.000 punti vendita tra sportelli e agenzie assicurative. Padre premuroso e nello stesso tempo inflessibile, ha educato il figlio secondo i sani principi dell’oculatezza tipica genovese.

E, invece, altra mazzata. Recentemente il consiglio di amministrazione della banca ha sospeso il figlio Alberto, 48 anni, da vicedirettore di Carige Vita Nuova (il comparto assicurativo che per le sue passate gestioni è al centro dell’inchiesta). E’ accusato di non aver rivelato che da oltre dieci anni detiene quote (attualmente il 99,5%) della società Mb Service che ha sede nell’abitazione del padre e di cui è amministratrice la moglie Francesca Amisano, mentre il restante 0,5% del capitale è nelle mani della madre Umberta Rotondo.

Quando i principi educativi sono sani e rotondi, i risultati si vedono. La moglie Francesca è in carcere e Alberto la va a trovare. Non sanno di essere ascoltati attraverso i microfoni e così Francesca raccomanda al marito di mettere al sicuro due milioni sfuggiti ai sequestri. Alberto, invece, parla bene e con deferenza del padre: “Quello è un pazzo: rubava, rubava, ma mica solo due milioni… Sto cretino, questi soldi li ha sicuramente rubati… e non sono due milioni…”.

Insomma, le belle famiglie italiane. Le cronache del processo ci descrivono Giovanni come un banchiere affranto e piangente. E’ vero: anche i banchieri piangono ma nello stesso tempo non smettono di combattere. Afferma con sarcasmo: “Mi aspettavo l’ergastolo, potevano fucilarmi. Ora lasciatemi in pace… non rompete i coglioni… Ora appellerò, andrò fino in fondo, se il Padre Eterno mi lascia dieci anni di vita”. Se il buon Dio gli lascia ancora dieci anni, arriva a 90. Questi mecenati, proprio non ne vogliono sapere di lasciare questa valle di lacrime.

Anche Paola pregava il Padre Eterno. Non per arrivare a 90 anni, quanto piuttosto per farla resistere a lavorare. E, invece, no. E’ morta, di fatica, a 49 anni. La Procura di Trani, sempre la scorsa settimana, ha tratto in arresto sei persone per truffa ai danni dello Stato, illecita intermediazione, sfruttamento del lavoro. L’inchiesta della procura era nata nel 2015 a seguito della morte di Paola Clemente, 49 anni, mentre era intenta a lavorare nei campi. Per 12 ore di lavoro, Paola e le sue compagne, prendevano un bel 27 euro. Sveglia alle 3,30 del mattino per prendere il bus. Poi la raccolta degli acini dell’uva per 12 ore.

Certo, la vita di Paola e delle sue compagne di lavoro non era certo tranquilla: sorvegliate anche quando andavano in bagno, licenziate se protestavano, svenimenti a causa del troppo lavoro. La sera arrivano a casa distrutte, la mattina si alzano che è ancora buio. No, non è una bella vita.

Neppure essere condannati a 8 anni è una bella prospettiva ma Giovanni siamo sicuri riuscirà a sopravvivere. D’altronde se gli hanno confiscato 26 milioni di euro, significa che forse qualche spicciolo gli è rimasto. E poi, in Italia, in galera i banchieri non ci vanno. E neppure a raccogliere chicchi di uva tra Taranto, Brindisi e Andria. Ora bisogna lasciarlo in pace e non “rompergli i coglioni”. E chissà se il Padre Eterno li lascia 10 anni di vita. Lo meriterebbe giacché alla Fondazione Carige ne ha infilati tanti: dai parenti, a sua insaputa, di Claudio Scajola ai politici trombati del centrosinistra, ai rappresentanti della Curia.

E così torniamo alla domanda iniziale: c’è vita su Marte? Noi non lo sappiamo e non lo sapeva neppure Paola che se ne fotteva (come noi del resto). Lei sapeva solo che l’indomani avrebbe dovuto alzarsi alle 3,30, fare 12 ore di lavoro sotto il sole, nei campi. Il tutto per 27 euro.

E non saprà mai che al povero Giovanni Berneschi gli hanno confiscato 26 milioni e 800 mila euro guadagnati con fatica. E che anche i banchieri, qualche volta, sanno piangere.


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