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Il Sentiero

Un film di Jasmila Zbanic. Con Zrinka Cvitesic, Leon Lucev, Ermin Bravo, Mirjana Karanovic, Marija Kohn. (Bosnia-Herzegovina, Austria, Germania, Croazia 2010)
di Piero Buscemi - martedì 31 gennaio 2012 - 3016 letture

Non ci si purifica dalla guerra. Mai completamente. Quelle macchie di atrocità senza inibizioni rimangono indelebili nel tempo. Nei pensieri, nei ricordi, negli incubi. Anche nei sorrisi.

Si prova a riscendere "per strada" per rivendicare un’altra opportunità di vita, provando a lasciarsi alle spalle anni di orrore, di perdite, di pianti. Di impotenza. Si, perché la guerra spesso la si subisce. Incide le anime seminando scrupoli da sotterrare.

Non ci si è riusciti dopo i conflitti storici della prima e della seconda guerra mondiale. Una letteratura variegata documenta un disagio e un debito morale, che l’umanità non saprà mai saldare del tutto.

Ne sono coscienti i due protagonisti principali del film di Jasmila Zbanic. Eredi di un’altra guerra assurda, provano con il loro amore a riconoscersi in quest’altra "opportunità di vita".

Lei, Luna, hostess di una compagnia aerea, vive il ritorno ad una normalità, descritta sapientemente dalla regista nelle immagini delle sale dell’aeroporto di Sarajevo, gremito e vociante di gente di contrapposte etnie religiose, che hanno creduto di poter giustificare un conflitto.

Luna (Zrinka Cvitesic) torna a casa, alla fine di ogni suo volo, spesso realizzato più con la mente, che dentro una carlinga. Torna per provare a ricostruire un’esistenza che sa di sogni di maternità, di dedizione amorosa verso il suo uomo Amar (Leon Lucev). Che sa di una voglia di nostalgia per la sua infanzia, per la nonna (Marija Kohn) e sulle sue gambe infermi che continuano a darle rifugio sicuro contro gli orrori del mondo.

Ma non ci si purifica dalla guerra, come già detto. Ancor di più se è una guerra religiosa, come quella che si è combattuta nella ex-Jugoslavia. Forse una guerra mai del tutto finita nelle coscienze dei sopravvissuti. In un momento di debolezza dei due protagonisti (Amar viene sospeso dal lavoro per uso di alcolici e Luna ricorre all’inseminazione artificiale non riuscendo a rimanere incinta), la reazione ambigua dell’uomo sarà quella di affidarsi ad un integralismo religioso, entrando in contatto con una comunità musulmana, i cui dogmi esasperati rimettono in discussione la libertà di un rapporto non così forte da riuscire ad opporsi a questa perdita di lucidità.

Lo sguardo al femminile verso il fanatismo religioso, attraverso gli occhi di Luna, musulmana anch’ella, che prova a riconquistare il suo uomo e la sua vita, combattendo contro la crisi di coscienza di Amar che finirà per rinnegare il suo recente passato, rifiutando i rapporti sessuali pre-matrimoniali, considerandoli un’offesa contro il suo dio, è l’analisi trascinante del film.

Il pregio della giovane regista (al suo secondo lungometraggio, il primo Grbavica le fece vincere l’Orso d’oro a Berlino nel 2006), è quello di descriverci le contraddizioni di un sentimento eccessivo verso la religione, pretesto millenario di conflitti sanguinosi in qualsiasi angolo del mondo. E lo fa sfiorando appena i motivi e le conseguenze del recente conflitto.

Due momenti, tra i tanti, particolarmente convincenti e riflessivi del film: la scena in cui Luna torna a visitare la dimora della sua infanzia, dove incontra una bambina, la cui famiglia ha acquistato la casa, e che al crollo nel pianto della protagonista davanti al ricordo, le chiede "Perché te ne sei andata?" - una domanda scolpita nel primo piano degli occhi sognanti di Luna, seguita da un nostalgico silenzio.

Il secondo momento lo troviamo nell’ultima scena del film, che preferiamo non rivelare in anticipo, ma il cui messaggio poetico e di speranza, ci pone al cospetto di un’opera cinematografica di altissimo livello.


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