Il Rinascimento e l’antichità, di J. Burckhardt

di Redazione Antenati - giovedì 14 aprile 2005 - 3945 letture

Giunti a questo punto del nostro quadro storico della civiltà, ci tocca ora di mostrare qual parte vi ebbe l’Antichità, dal cui "Rinascimento" l’epoca intera, con denominazione invero parziale e ristretta, s’intitola. Le condizioni sociali fin qui descritte avrebbero, non v’ha dubbio, bastato da sé, anche senza l’Antichità, a scuotere la nazione e a maturarla, come è certo altresí, che la maggior parte dei nuovi orientamenti spirituali sarebbero pensabili anche senza questo avvenimento; tuttavia non può negarsi, che e le une e gli altri dall’influenza del mondo antico ricevettero un colorito speciale; e se l’essenza delle cose, pur senza di loro, si sarebbe compresa e realizzata, la loro forma esteriore soltanto con loro e per loro entrò nella vita. Il Rinascimento non sarebbe stato quella suprema necessità mondiale che fu, se cosí facilmente si potesse prescindere da esso. Ma ciò che noi dobbiamo stabilire fin d’ora, come un punto essenziale del nostro libro, si è questo, che non la risorta Antichità da sé sola, ma essa e lo spirito del popolo italiano, già presente, compenetrati insieme, ebbero la forza di trascinare con sé tutto il mondo occidentale. Bensí questo spirito non sembra aver conservato sempre di fronte ad essa lo stesso grado di autonomia; ma se, per esempio, nella nuova letteratura latina esso par minimo, grandissimo invece si riscontra nelle arti figurative e in parecchi alti campo d’attività, e cosí questo nesso fra due civiltà di uno stesso popolo tanto remote fra loro, appunto perché indipendente, appare anche giustificato e fecondo. Spettava alle altre nazioni occidentali studiare come respingere il grande impulso che veniva loro dall’Italia, o appropriarselo in parte, od anche del tutto; ma dove quest’ultima condizione ebbe a verificarsi, dovrebbe cessare ogni lamento per la prematura decadenza delle forme della nostra civiltà medievale. Se queste forme avessero avuto in sé la forza di reagire e di mantenersi, sussisterebbero ancora. E se quegli spiriti queruli, che le rimpiangono, potessero farle rivivere un’ora sola, anelerebbero ritornar tosto alla vita moderna. Che poi in tali grandi processi storici qualche singolo e delicato fiore resti soffocato, senza poter vivere nemmeno nella tradizione o nella poesia, non per questo è lecito desiderare che il grande evento nel suo insieme non sia accaduto. Ora l’evento consiste precisamente in questo, che, accanto alla Chiesa, la quale fino a questo tempo (ma per poco ancora) tenne unito tutto l’Occidente, sorge un nuovo elemento morale, che, diffondendosi dall’Italia, invade il resto d’Europa e diventa atmosfera vitale di tutti gli uomini forniti di un certo grado di cultura. Il biasimo piú forte che se ne possa fare è quello della sua impopolarità, perché conduce necessariamente ad una separazione completa tra le classi colte e non colte di tutta Europa; ma il biasimo stesso si rivela di nessun valore quando noi stessi siamo costretti a confessare che questa separazione, chiaramente riconosciuta, sussiste ancora oggidí e non può esser tolta. D’altra parte, in Italia essa è assai meno aspra e spietata che altrove: tanto è vero, che il poeta piú ligio ai precetti dell’arte, il Tasso, corre per le mani dei piú umili.

L’Antichità greco-latina, che sino al secolo XIV sí vivamente si compenetrò nella vita italiana come base e fonte della cultura, come scopo e ideale supremo dell’esistenza, e in parte anche come reazione consapevole, avea già da lungo esercitato qua e là la sua influenza su tutto il Medioevo, anche fuori di Italia. La cultura infatti di cui al suo tempo Carlomagno fu rappresentante, era essenzialmente un Rinascimento di fronte alla barbarie dei secoli VII e VIII, e non poteva neanche essere altra cosa. Come piú tardi nell’architettura romanica dei paesi settentrionali noi vediamo adottarsi, oltre le forme generali e fondamentali ereditate dall’antichità, forme affatto speciali di carattere prettamente antico, cosí nei conventi si fa tesoro di molti materiali tolti di pianta da scrittori latini, e anche lo stile, dopo Eginardo, non rimane senza imitatori.

In Italia invece essa torna in vita in modo affatto diverso. Cessata la barbarie, s’annuncia tosto presso il popolo italiano, per metà ancora antico, la cognizione de’ suoi tempi anteriori; esso li magnifica e desidera riprodurli. Fuori d’Italia trattasi di trar partito in via di erudizione e di riflessione da singoli elementi dell’antichità: in Italia invece si ha un’effettiva partecipazione a tutto ciò che è antico, e non da parte dei dotti soltanto, ma del popolo intero, perché vi si scorge la rimembranza dell’antica grandezza; la facile intelligenza del latino e la copia di memorie e monumenti, che ancora esistono contribuisce potentemente a tale risveglio. Da questo e dal contraccolpo, che partiva dallo spirito popolare già essenzialmente mutato, dalle istituzioni politiche germanico-longobarde, dalla Cavalleria diffusa già in tutta Europa, nonché dagli altri elementi di civiltà portativi dai popoli settentrionali, dalla religione e dalla Chiesa, sorge e si sviluppa una creazione affatto nuova, lo spirito moderno italiano, destinato a diventare modello e legge a tutto il mondo occidentale.

In qual modo nelle arti figurative risorga l’elemento antico, non appena cessa la barbarie, mostrasi chiaramente dalle costruzioni toscane del secolo XII e dalle sculture del XIII. Ma anche nella poesia non mancano i confronti, quando si ammetta che il maggior poeta latino del secolo XII, anzi colui, che diede allora l’intonazione a tutto un genere di poesia latina, fu un Italiano. Egli è appunto quel qualunque scrittore, al quale appartengono i brani migliori dei cosí detti Carmina Burana. Una libera gioia del mondo e dei suoi piaceri, come genii tutelari dei quali sono invocate le divinità pagane, prorompe con vena magnifica da queste strofe rimate. Chi le legge d’un tratto, difficilmente potrò crederle opera d’altri, fuorché d’un Italiano e probabilmente d’un Lombardo; ma vi sono anche ragioni speciali per accettare una tale ipotesi. Che se anche sino ad un certo punto queste poesie latine dei clerici vagantes del secolo XII, con tutto il caratteristico corredo delle frivolezze, potrebbero dirsi sicuramente un patrimonio generale di tutta Europa, rimarrà probabile che tanto la canzone De Phyllide et Flora, quanto l’altra che comincia Aestuans interius, non sieno opera di un settentrionale, e cosí il molle e delicato sibarita che cantò: Dum Dianae vitrea sero lampus oritur. Qui c’è una rinascita dell’antico modo di sentire e di poetare, che sbalza agli occhi tanto piú facilmente accanto alla forma rimata, propria del Medioevo. In piú di un lavoro di questo e dei secoli vicini s’incontrano esametri e pentametri di una imitazione molto accurata e reminiscenze antiche d’ogni specie, soprattutto mitologiche e tuttavia l’impressione dell’antico che se ne risente, è ben lungi dall’essere altrettanto viva e profonda. Le cronache in esametri e le altre opere di Guglielmo Pugliese mostrano anch’esse uno studio diligente di Virgilio, di Ovidio, di Lucano, di Stazio e di Claudiano, ma la forma antica non vi figura che come strumento di erudizione, allo stesso modo che semplicemente copiati appaiono i materiali antichi nei grandi raccoglitori del genere di Vincenzo di Beauvais o nei mitologi ed allegoristi della tempra di Alano dalle Isole. Ma il Rinascimento non è già una saltuaria imitazione o compilazione, bensí una rinascita vera, e come tale si trova realmente nelle poesie sopra citate dell’ignoto scolaro vagante del secolo XII.

Tuttavia la vera universale partecipazione degl’Italiani per l’Antichità non comincia a manifestarsi che col secolo XIV. A ciò si richiedeva uno sviluppo della vita cittadina, quale in Italia soltanto e soltanto a questo tempo fu possibile, vale a dire, convivenza ed effettiva uguaglianza della nobiltà e della borghesia, e formazione di una grande società, che sentisse il bisogno d’istruirsi e n’avesse il tempo e i mezzi. Ma la cultura, se voleva svincolarsi dal mondo fantastico del Medioevo, non poteva penetrare improvvisamente per mezzo del solo empirismo nella cognizione del mondo fisico e morale; essa aveva bisogno di una guida, e come tale si offerse la classica Antichità colla sua ricchezza di verità obbiettive, evidenti in tutti i regni dello spirito. Da essa si tolsero con riconoscenza e ammirazione le forme e la materia, e se ne costituí per un certo tratto di tempo l’essenziale di ogni cultura. Anche le condizioni generali d’Italia favorirono un tale indirizzo: l’impero medievale dopo la caduta degli Hohenstaufen o aveva rinunciato all’Italia, o non aveva avuto la forza di mantenervisi: il Papato aveva emigrato ad Avignone: la maggior parte delle potenze esistenti si reggevano sulla violenza e sulla illegittimità; ma lo spirito della nazione, ridestatosi alla coscienza di sé, era vòlto alla ricerca di un ideale nuovo e durevole, e cosí il sogno e il postulato di un dominio d’Italia e di Roma sul mondo poté imporsi alle menti di tutti e tentare perfino una effettuazione pratica con Cola di Rienzo. Vero è che il modo con cui egli, specialmente nel suo primo tribunato, intese la sua missione, non doveva riuscire ad altro, fuorché ad una strana commedia; ma tuttavia per il sentimento nazionale la ricordanza dell’antica Roma era pur sempre un punto d’appoggio per nulla trascurabile. Tornati in possesso dell’antica loro cultura, gl’Italiani s’accorsero ben presto di essere la nazione piú avanzata del mondo.

J. Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia, Sansoni, Firenze, 1958, pagg. 161-165


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -