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Il Paese intrappolato dai politici e dai media

Il paese raggiunse lo zenit della propria crescita economica alla fine degli anni Ottanta. Da allora è fermo
di Gaetano Sgalambro - mercoledì 10 giugno 2020 - 686 letture

Il paese raggiunse lo zenit della propria crescita economica alla fine degli anni ottanta. Da allora è fermo su un plateau di aumento annuale del PIL attorno all’1% (un terzo di quello della Germania e dell’Olanda). Nello stesso tempo, però, il debito economico dello Stato ha intrapreso una curva iperbolica di aumento (il terzo del mondo) per spese improduttive, che ha lasciato una scia di aumentata diseguaglianza economica e di mancato adeguamento, per non dire di contrazione, di molti servizi sociali di primaria importanza, come scuola e sanità.

Eppure questo quadro si è mantenuto stagnante nonostante l’avvicendamento al governo di tutte le importanti formazioni politiche, che nel trentennio berlusconiano e nel tempo immediatamente successivo non è stato proprio così fugace come si lamenta. La responsabilità di questo quadro, quindi, non può essere attribuita a questo o a quel partito. E’ una responsabilità cronica di tutta la politica (e di tutti i partiti), tale da fare supporre che la sue diverse classi dirigenti siano tarate da un cromosoma d’incapacità gestionale, divenuto altamente trasmissibile per contatto.

Parallela è stata la stagnazione del quadro generale istituzionale, i cui uffici non hanno saputo tenere il passo degli aumentati bisogni di una società che, osservando il fare dei paesi europei più dinamici, si è inventata il modo di entrare anch’essa (pressoché da sola) nell’era della globalizzazione.

Così si è vieppiù palesata la crisi di arretratezza di tutti i sistemi pubblici: giudiziario, burocratico-amministrativo-fiscale, produttivo e, perché no, anche di quello legislativo ed esecutivo, financo di quello della giustizia costituzionale. I deficit dei sistemi legislativo ed esecutivo, in particolare, sono all’origine del tutto.

I loro protagonisti hanno operato senza avere mai avuto una visione d’insieme e di merito dei gravi problemi accumulatesi nel paese e si sono ritrovati nella conseguente impossibilità di progettarne e pianificarne un corretto intervento sistemico. Hanno vissuto, e hanno continuato a farlo, alla giornata, assumendo provvedimenti solo in risposta alle istintive (che mai potrebbero essere riflessive) necessità provenienti dalla società, peraltro isolate le une dalle altre, sostenendoli in nome di principi formali, a prescindere da ogni validità di merito e disgiunti dalla loro effettiva realizzabilità, resa problematica dalla crisi contestuale.

In questa realtà piena di dichiarazioni di provvedimenti polverizzati e di nessuna efficacia sistemica, i partiti si confrontano in una continua competizione elettorale, ogni volta persa da chi sta al governo, perché destinato a sprofondare nelle sabbie mobili della crisi dello Stato, non avendo mai avuto i numeri per risolverla. Così in Italia, da oltre trent’anni, si vince grazie all’incapacità di fondo e agli errori della controparte, non per superiori meriti propri. E’ questo uno dei seri motivi che intrappolano il paese.

In questo contesto si inseriscono perfettamente i media, i quali, pur rivendicando la dignità di organi d’informazione obiettiva, sono tutti sfrontatamente schierati politicamente. Laddove era dignitosa la chiarezza di posizione degli ex giornali di partito. Oggi i media non sono soggetti di ricerca attiva della verità dei fatti, della quale devono informare l’opinione pubblica, ma operatori neutrali, quasi arbitri, che li riferiscono solo come accadimenti di cronaca, sui quali riportano le diverse posizioni dei rispettivi protagonisti, sapientemente dosate secondo gli interessi di appartenenza: sulla stampa, in tv e sui social.

Di fatto danno ampia visibilità e ulteriore carica alla continua campagna elettorale di partiti insufficienti, mentre usano tirarsene fuori attribuendola solo ai politici.

In loro non c’è uno spazio significativo che accolga il pensiero dei singoli cittadini. C’è ampio spazio solo per le proteste e le denunzie, nude e crude, mosse dalle diverse categorie alle autorità governative di turno, che approfondiscono solo con sondaggi di gradimento o elettorali per animare, per l’appunto, il confronto politico.

Eppure i media costituiscono il quarto potere dello Stato, che dovrebbe essere uno degli importanti fattori di buon funzionamento della democrazia. Laddove sono uno strumento della conquista dello Stato da parte dei partiti. Concludo questa mia lunga denunzia aggiungendo alla responsabilità della politica e dei media le responsabilità di quelle parti del ceto medio professionale e della classe imprenditoriale contraddistinti da un irrimediabile conservatorismo provinciale.
 


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