Il Leviatano, - da Bibbia (Giobbe)



giovedì 14 aprile 2005, di Redazione Antenati - 2400 letture

40

Puoi tu prendere con l’amo il leviatano

e con funi legarne la lingua?

Metterai forse un giunco nelle sue narici

e con un uncino bucherai la sua mascella?

Ti porgerà forse molte suppliche,

ti rivolgerà dolci parole?

Stringerà forse con te un patto,

perché tu lo prenda

qual servo per sempre?

Giocheresti forse con lui

come un uccelletto, lo legheresti

per trastullare le tue bambine?

Ne faranno commercio i soci della pesca,

spartendolo fra i rivenditori?

Forse crivellerai con dardi la sua pelle

e con fiocina la sua testa?

Mettigli addosso la tua mano,

pensa alla lotta, non tornerai a farlo.

41

Ecco la sua speranza

[del cacciatore] è fallita,

ché appena lo vede, è atterrito.

Non v’è cosí ardito che voglia eccitarlo,

e chi può stare tranquillo innanzi a lui?

Chi mai lo assalí e ne andò salvo?

sotto i cieli un tale non v’è!

Né voglio tacere delle sue membra,

della forza e della meravigliosa struttura.

Chi mai ha scoperto il suo manto,

nella doppia sua dentatura chi è penetrato?

Le porte della sua bocca chi mai le aperse?

attorno alle sue zanne è il terrore!

Il suo dorso è di lamine di scudi,

saldate con forte sigillo,

sono strette l’una con l’altra

e aria non passa fra loro.

L’una con l’altra si combacia,

aderiscono, né si distaccano.

Il suo starnuto fa risplendere la luce,

gli occhi sono come le ciglia dell’aurora!

Dalla sua bocca escono faci,

scintille di fuoco schizzano fuori.

Dalle sue narici viene fuori fumo,

come da caldaia riscaldata dal fuoco;

il suo respiro accenderebbe i carboni

e una fiamma gli esce dalla bocca.

Nel collo suo risiede la forza,

e davanti a lui sorge il terrore!

Le giogaie della sua carne sono compatte,

salde su di lui, non si muovono,

il suo cuore è duro come pietra,

duro come la mola inferiore.

Quando si alza si spaventano i valorosi,

dalla costernazione sono fuori di sé.

La spada che lo assale non resiste,

non la lancia, o il dardo o il giavellotto.

Per lui è paglia il ferro, legno marcio il bronzo;

non lo mette in fuga la saetta,

di stoppa son per lui le pietre della fionda.

Una canna è per lui la mazza,

se la ride del fragore delle lance.

Sotto di lui vi son cocci acuminati,

sono un erpice che scorre sul pantano.

Fa bollire quale pentola il gorgo,

riduce il mare come un vaso d’unguento.

Dietro di sé fa risplendere la via,

si crederebbe che l’abisso sia canuto!

Non v’è sulla terra uno a lui somigliante,

fatto per non aver paura.

Tutti i piú forti lo temono,

egli è il re di tutte le bestie feroci.

(Giobbe, 40-41)

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