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"Il Grande Inquisitore" ovvero del paradosso della libertà infelice

“L’uomo fu creato ribelle: forse che i ribelli possono essere felici?
di Giuseppe Artino Innaria - mercoledì 11 giugno 2008 - 5098 letture

È sostenibile il peso di una libertà che sopravvive alla "morte di Dio"?

Emblematico è l’intermezzo, nel romanzo "I fratelli Karamazov", de “Il Grande Inquisitore”, poema mai scritto di Ivan Karamazov. Da una parte Cristo, simbolo della libertà umana, dall’altra, il Grande Inquisitore (la Chiesa), incarnazione di quell’autorità indispensabile per rendere gli uomini felici.

“L’uomo fu creato ribelle: forse che i ribelli possono essere felici? (“I fratelli Karamazov”, cit., pag. 337). Il Grande Inquisitore rinfaccia a Cristo di volere “andare nel mondo e ci vai a mani vuote, con la promessa di una libertà che essi, nella loro semplicità e nel loro disordine innato, non possono neppure concepire, della quale hanno paura e terrore, perché nulla è mai stato più intollerabile della libertà per l’uomo e per la società umana!” (pag. 338). “Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto quella di cercare qualcosa davanti a cui si possa inchinare l’uno o l’altro di loro, ma è appunto quella di trovare qualcosa in cui tutti credano e davanti a cui tutti si inchinino, tutti quanti insieme. Proprio questo bisogno di comunione nell’atto di adorare è il più grande tormento di ogni uomo singolo e dell’umanità intera, fin dal principio dei secoli. Per questo bisogno si sono sterminati fra di loro con la spada. Si sono fatti degli dei e poi si sono sfidati l’uno con l’altro: ‘Lasciate i vostri dei e venite ad adorare i nostri, se no guai ai voi e ai vostri dei’ ” (pag. 340). “Poiché il segreto dell’esistenza non consiste solo nel vivere, ma nel sapere per che cosa vivere. Se non vede chiaramente per che cosa deve vivere, l’uomo non accetterà di vivere, e piuttosto che restare sulla terra si sopprimerà, anche se intorno a lui non ci fossero che pani” (pag. 341). Cristo, invece di impadronirsi della libertà degli uomini, l’ha accresciuta, dimenticando che “la tranquillità, e perfino la morte, è più cara all’uomo della libera scelta nella conoscenza del bene e del male”: “Non c’è nulla di più allettante per l’uomo che la libertà della sua coscienza, ma non c’è neanche nulla di più tormentoso” (ibidem). Cristo ha la colpa di avere sostituito all’antica legge la libertà di scelta tra bene e male, rendendo così l’uomo libero ma angosciato ed inquieto. Compito della Chiesa è stato quello di correggere l’opera di Cristo al fine di restituire la felicità agli uomini, imprigionando la loro coscienza con il miracolo, il mistero, l’autorità, in modo da soddisfare l’esigenza dell’uomo di trovare “davanti a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza, e in che modo riunirsi tutti, finalmente, in un unico formicaio pienamente concorde, poiché il bisogno di una unione universale è il terzo e ultimo tormento degli uomini” (pag. 345).

L’uomo emancipato “non ha più davanti a sé un sistema di riferimento normativo tendenzialmente unitario e coerente con quale doversi confrontare”, bensì “opera in un vuoto normativo, costituito attorno all’unica legge morale che recita che tutto è lecito – purché non sia di danno ad altri” (G. Giaccardi – M. Magatti, “La globalizzazione non è un destino – Mutamenti strutturali ed esperienze soggettive nell’età contemporanea”, Laterza Editori, 2001, pag. 96).

L’individuo moderno, sbarazzatosi dell’idea di Dio, è divenuto sovrano di sé. Il mondo della tradizione creava attorno all’individuo un contesto univoco ed omogeneo, garantito dalle ferrea legge disciplinare dell’autorità e del costume, assegnava ruoli predefiniti ed un destino ereditato in partenza, imbrigliava i singoli in una stretta rete di vincoli e lealtà, sollevava ciascuno dal difficile compito di scegliere che cosa fare della propria vita.

Nella modernità pluralistica e per giunta globalizzata non esiste più un unico punto di riferimento, si confrontano e competono tra loro diverse opzioni culturali, differenti modelli esistenziali. Niente è più dato. Nell’universo post-tradizionale ogni individuo deve quotidianamente costruirsi la propria identità, compiere scelte, riflettere e decidere tra le alternative a disposizione senza la bussola di un principio ispiratore superiore, in un caleidoscopio di scenari continuamente in mutamento e di opportunità di vita variegate: la conseguenza di un mondo “liquido” (Zygmunt Bauman), abbandonato dalla tradizione, è la “modernità riflessiva” (Ulrich Beck, Anthony Giddens, Scott Lash, “Modernizzazione riflessiva. Politica, tradizione ed estetica nell’ordine sociale della modernità”, Asterios, 1999, traduzione I. Golubovic).

Le conseguenze sono enormi: “la modernità democratica – e questa è anche la sua grandezza – ha fatto progressivamente di noi degli uomini senza guida, ci ha posti a poco a poco nella condizione di dover giudicare da soli e di dover fondare da soli i nostri punti di riferimento”; “puri individui” non abbiamo “più alcuna legge morale né alcuna tradizione a indicarci dall’esterno chi dobbiamo essere e come dobbiamo comportarci”; “il diritto di scegliere la propria vita e il pressante dovere di diventare se stessi pongono l’individualità in una condizione di continuo movimento”; “la contrapposizione tra il permesso e il vietato tramonta per far spazio a una contrapposizione lacerante tra il possibile e l’impossibile”; “la persona non è più mossa da un ordine esterno (o da una conformità alla legge), ma occorre che faccia appello a risorse interne, a competenze mentali proprie” (Alain Ehrenberg, “La fatica di essere se stessi – Depressione e società”, Einaudi, 1999, traduzione Sergio Arecco, Revisione critica Davide Tarizzo, pagg. 8 e 9).

La libertà di divenire non è solo qualcosa di esaltante e stimolante, è altamente ambivalente, un’arma a doppio taglio, il filo di rasoio, su cui si gioca la posta della scommessa di vita di ciascun individuo.

Il "mare aperto", metaforicamente evocato da Nietzsche, può essere fonte tanto di euforia quanto di ansia, inquietudine, preoccupazione. Non a caso, Kierkegaard pone il “sentimento del possibile” alla radice dell’angoscia: “l’angosciante possibilità di potere” è causa di sofferenza; “per la libertà, il possibile è l’avvenire, per il tempo l’avvenire è il possibile”, ma “così all’uno come all’altro, nella vita individuale corrisponde l’angoscia” (v. Nicola Abbagnano – Giovanni Foriero, “Filosofi e filosofie nella storia”, volume III, Paravia, 1986, pagg. 169 e 170).

Ed è proprio la libertà di divenire la chiave di lettura del moderno male di vivere.

“La depressione ci illumina sulla nostra attuale esperienza della persona, poiché essa è la patologia di una società in cui la norma non è più fondata sulla colpa e la disciplina, bensì sulla responsabilità e l’iniziativa. In passato, le regole sociali imponevano il conformismo e, con esso, l’automatismo dei comportamenti; oggi esse reclamano lo spirito d’iniziativa e l’intraprendenza mentale. L’individuo e messo a confronto più con una patologia dell’insufficienza che con una malattia della colpa, più con l’universo della disfunzione che con quello della legge: il depresso è l’uomo in panne” (Alain Ehrenberg, “La fatica di essere se stessi – Depressione e società”, cit., pag. 10).

La parabola de “Il Grande Inquisitore” preconizza il dilemma della modernità, sospesa tra la nostalgia conservatrice di un passato tradizionale fondato sulla disciplina di un ordine autoritativo, capace anche di conformismo e oppressione, e l’ebbrezza di un progressismo libertario, tuttavia denso di rischi, che sfida l’individuo ad una partita che può rivelarsi impari.

La depressione “esprime l’impossibilità stessa del vivere”: “il depresso, incalzato da un tempo senza futuro, appare irrimediabilmente privo di energia, risucchiato nella logica del ‘niente è possibile’; spossati e svuotati, agitati e violenti, in una parola malati di nervi, scontiamo dentro i nostri stessi corpi il peso della sovranità individuale” (Alain Ehrenberg, “La fatica di essere se stessi – Depressione e società”, cit., pag. 10).

E dietro l’ammonimento di Ehrenberg (“Se niente è davvero proibito, niente è davvero possibile”), ghigna beffardo il Grande Inquisitore dostoevskijano, sicuro del suo progetto di coercizione felice da dispensare ad una umanità pericolosamente affacciata sull’orlo di una libertà mai prima sperimentata. Perché la libertà non è mai una conquista sicura e dei suoi insuccessi fa sciacallaggio la perenne tentazione autoritaria.


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"Il Grande Inquisitore" ovvero del paradosso della libertà infelice
11 giugno 2008

Le citazioni da “I fratelli Karamazov” sono tratte dall’edizione Bur Rizzoli I Classici Blu, Terza edizione marzo 2005, traduzione di Pina Maiani e Laura Satta Boschian. L’autore Giuseppe Artino Innaria