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Il Don Giovanni di Mozart al Teatro dell’Opera di Budapest


Articolo a cura del nostro corrspondente da Budapest Vincenzo Basile
sabato 14 gennaio 2012, di Emanuele G. - 258 letture

Kierkegaard arrivò a definìre il Don Giovanni“un lavoro senza macchia, di ininterrotta perfezione", includendo nel suo giudizio il testo che Lorenzo Da Ponte aveva puntigliosamente sonorizzato per consonarlo alla musica mozartiana.

Unanimemente considerato uno dei massimi capolavori della storia della musica e della cultura occidentale,per la regia di Gianfranco De Bosio e un cast quasi totalmente ungherese,questa prima, attesissima al Teatro dell’Opera di Budapest che l’ha prodotta, ha già suscitato,com’è d’obbligo per gli eventi di rilievo, impressioni contrastanti.

Così come avvenne sin dal suo esordio, proposto da Mozart e dallo stesso Da Ponte in duplice debutto,per proteggere il lancio del loro nuovo lavoro da un’accoglienza imprevedibile dati gli elementi fondanti dell’opera.

Al Teatro degli Stati di Praga il 29 ottobre 1787 in versione integrale, come test preventivo di gradimento del pubblico e della critica non istituzionalizzata dell’epoca e al Burgtheater di Vienna,nel maggio 1788,al cospetto di Giuseppe II d’Asburgo che l’aveva commissionata . Entrambe le orchestre furono dirette personalmente dal Salisburghese. A Vienna non vennero però eseguite quelle arie che,si supponeva, potessero suonare troppo sovversive sia per il pubblico aristocratico di corte,tradizionalmente conservatore che per quello costituito dai sudditi della corona.

In particolare gli autori temevano che quella “Ah, dov’è il perfido? ” (celebrazione della vittoria della virtù sulla dissolutezza a seguito della morte con immediata discesa agli inferi del protagonista) potesse stimolare reazioni o anche solo intenzioni rivoltose nel popolo austriaco che,sempre secondo l’imperatore, “non aveva denti “ per quell’opera.

La messinscena di De Bosio combina la versione praghese e quella viennese e con il ricorso alla scenografia e ai costumi di Naná Cecchi smorza il barocchismo dell’ edizione originale a favore del romanticismo che stava per irrompere all’epoca del suo esordio.

“Ci siamo proposti di armonizzare, stilizzandole, le linee greche e romane del teatro palladiano di Vicenza,dove l’opera venne rappresentata per la prima volta in Italia, con lo stile della sala ungherese e realizzare nel contempo la massima visibilità da ogni punto di osservazione del teatro” riferisce lei stessa durante l’incontro con la stampa estera.

Anche riguardo alla recitazione il regista punta sull’innovazione,optando per una interpretazione scenica del testo fatta di movimenti che riescono efficaci quanto godibili.

Immaginate Zerlina mentre duetta con Leporello, girargli intorno a descrivere una spirale con una fune per legarlo a una sedia al centro della scena o Don Giovanni che “da il cinque” a Leporello o le scorribande della compagnia dal palcoscenico in platea e ritorno che dinamizzano uno spettacolo già prossimo per vivacità all’opera buffa. Due i momenti drammatici: nel prologo e nel finale ed entrambi hanno come protagonista Il Commendatore.

Nel finale, il suo incombere su Don Giovanni non può che far pensare all’altro Mozart,quello cinematografico firmato Milos Forman,del 1984. Salvi gli scontati risvolti psicanalitici, il confronto con il padre del musicista che incombe severo sulla sfrenatezza di abitudini del figlio,è ineludibile.

Tra i protagonisti il compito più ingrato è certamente quello di István Kovács-Don Giovanni il quale,nonostante un impeccabile phisique de role e un’adeguata voce di basso,pur non rifulgente di coloriture, non può e d’altro canto nemmeno deve, riscuotere simpatia e consenso. Se tradizionalmente baritonale è la tessitura del canto sono tuttavia non poche le profondità estreme di registro che il cantante deve raggiungere,tanto che nella storia di quest’opera non pochi sono stati i bassi a cui è stato affidato il ruolo.

Alik Abdukayumov-Leporello invece, baritono dotato e attore di grande fisicità,dosa abilmente in scena un carisma sornione ma accattivante. Come egli stesso riconosce, “è più facile far bene il Servo che far bene Don Giovanni” e il pubblico puntualmente ringrazia soprattutto Leporello proprio per la sua piacevolezza.

Probabilmente questo allestimento non passerà alla storia come altri,illustri precedenti:dall’edizione diretta da von Karajan a quella con la regia di Ingmar Bergman o ancora come le più recenti di Muti e Abbado (regista di quest’ultima Peter Brook) o l’ultimo,di qualche settimana fa,alla Scala ma offre tuttavia una riguardosa esposizione dei contenuti musicali e letterari dell’opera.

La questione la risolve comunque lo stesso De Bosio quando, scaramanticamente o per umiltà sincera,ammette che “Don Giovanni è materiale di levatura tale da rendere incomparabile alle intenzioni degli autori ,qualsiasi messinscena...”

Don Giovanni: István Kovács

Donna Anna: Mónika González

Don Ottavio: Tibor Szappanos

Kormányzo: Péter Fried

Donna Elvira: Éva Bátori

Leporello: Alik Abdukayumov

Masetto: Kelemen Dániel

Zerlina: Júlia Hajnóczy

Regia: Gianfranco De Bosio

Musica: W.A.Mozart

Direttore: Ádám Medveczky

Orchestra dell’Opera Nazionale di Budapest

Scenografia e costumi: Naná Cecchi

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foto ATTILA JUHUSZ

Alik Abdukayumov-Leporello

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