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Il Dolore del Mare

Il film-doc di Vanessa Redgrave ha regalato al pubblico presente alla XVIII edizione del Festival del Cinema di Frontiera di Marzamemi un momento di riflessione.
di Piero Buscemi - martedì 18 settembre 2018 - 1176 letture

Certe esperienze le puoi raccontare, quando le hai vissute personalmente sulla tua pelle. Senza tentennamenti, senza indugi su cosa sia giusto dire e, soprattutto, fare. Troppi commenti vuoti, senza alcun riscontro, frutto di ideologie ereditate da un’insufficiente capacità di elaborare i pensieri. E quindi, di giungere a conclusioni personali che, per essere valide, dovrebbero cercare sempre un riscontro nella realtà.

Lo sa bene Vanessa Redgrave, una delle più espressive attrici britanniche, capace di trasmettere nelle sue interpretazioni l’aspetto umano che la finzione non sempre riesce a far trasparire. La sua spontaneità nella drammaticità delle parti recitate in tanti anni di carriera, fuoriesce da un animo sensibile messo a dura prova da un’infanzia che non è stata un’infanzia, se tutto questo presuppone un distacco fiabesco dalla realtà, dove le crudeltà del mondo e degli adulti dovrebbero rimbalzare sulla sana ingenuità di quegli anni che dovremmo ricordare per sempre.

Fotogramma finale del film

Dovremmo. Un condizionale che si scontra spesso con i falsi problemi di coesistenza e di condivisione di un unico mondo possibile che, da adulti facciamo nostri, utilizzandoli come alibi a giustificare la crudeltà umana che non riesce a porsi dei freni, nonostante le ricorrenze, sempre più ipocrite, genocidi, guerre e tanto sangue sprecato inutilmente.

Vanessa Redgrave ha provato a comunicarci questo stato d’animo, combattuto da un forte senso di rassegnazione davanti all’indifferenza, a nascondere un’evidente sentimento di razzismo verso tutto ciò che non vogliamo comprendere. Che ci ostiniamo a considerare un’alternativa alla quale non siamo disposti a cedere. L’attrice, in veste di regista, ha confezionato 75 minuti di cruda realtà, davanti alla quale, non si può voltare lo sguardo cercando inutili giustificazioni.

Il Dolore del Mare Nel suo Sea Sorrow, proiettato sabato 15 settembre, durante la serata finale dell’edizione 2018 del Festival del Cinema di Frontiera di Marzamemi, l’attrice ha scavato nel suo personale passato per mettere a confronto la disumana condizione dei rifugiati della Seconda Guerra Mondiale, vaganti in un mondo da ricostruire dalle bombe distruttrici del nazismo. Una storia che si ripete, che forse si ripeterà nei secoli per sempre. Fino a quando le guerre costituiranno il nostro quotidiano, al quale nessuna nazione riesce a rinunciare del tutto.

L’attrice si è soffermata sui nostri giorni, concentrando l’attenzione sulla condizione dei rifugiati che, bloccati in una sorta di ghetto moderno, localizzato a Calais in Francia, e nominato con crudele sarcasmo la Giungla. Esseri umani in attesa di sblocco burocratico che consenta loro di raggiungere l’Inghilterra e riunirsi alla famiglia d’origine, trasferita oltremanica già da tempo.

Il messaggio scorre tra immagini riprese durante la sua visita alla Giungla, le storiche immagini di repertorio delle fughe dei decenni scorsi, tra italiani, ebrei, discriminati per motivi religiosi o sessuali e la sua personale storia di figlia separata dalla famiglia a causa delle leggi razziali naziste. Preziosa anche la testimonianza del barone Alfred Dubs, ebreo nativo a Praga, salvatosi miracolosamente grazie ad una operazione di soccorso per i bambini provenienti dalla Germania.

La Storia che si ripete. Sulle stesse strade di errori e crudeltà. Con quella sua scarsa memoria, dove la sofferenza si ricicla e rinasce in nuovi protagonisti, dentro motivazioni che si tingono di ragion di stato, come se fosse ancora possibile distinguere il confine tra il giusto e lo sbagliato.


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