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Il Clown Nanosecondo alla ricerca del segreto "meraviglioso".....

.....per Vimenuzo e Gildina.

di Enzo Maddaloni - martedì 11 marzo 2008 - 5536 letture

Nanosecondo stava per intraprendere un nuovo viaggio con la sua moto del tempo. Certamente il viaggio più importante fatto fino a questo momento. L’impresa era difficile ma doveva assolutamente aiutare Vimenuzo a ricercare il suo segreto "meraviglioso". Era un viaggio difficilissimo anche perché dovevano viaggiare in tre sulla moto. Doveva portare sulla moto sia Vimenuzo che Gildina. In questo caso dovette aggiungere alla moto un sidecar.

Nanosecondo era stato sempre cosciente del fatto che le parole possono liberarti come i nomi renderti prigioniero e, per questo, doveva comprendere cosa potesse nascondersi dietro il nome di famiglia di Vimenuzo.

Maddaloni deriva dall’arabo “magdali” o “magdala”. E’ un nome che può avere diversi significati: “roccia”, “fortezza”, ma anche “custode” ed anche “rullo compressore”. Un rullo che può schiacciare e macinare sogni, illusioni e speranze. Fosse stata questa la causa che molti sogni non riuscivano a realizzarsi? Come in questo caso l’amore per Gildina?

“Magdali” è la parola chiave per comprendere cosa si è sviluppato fin dalla sua nascita e cioè da quando Vimenuzo ha scelto i suoi genitori e deciso di nascere in questa famiglia con questo cognome. Ne è rimasto prigioniero? E, come fare per liberarlo da questa “antica prigione” se non andare alle origini del suo tempo. Nell’antichità delle origini del suo nome di famiglia senza che lui neppure lo sapesse, per scoprire le cause del suo segreto sortilegio? O forse siamo tutti coscienti delle nostre scelte e la vita ci mette alla prova, per capire qual è il significato della nostra esistenza?

Nanosecondo questa volta avrebbero dovuto viaggiare in diversi mondi. Un viaggio che li avrebbe portati lontanissimi nello spazio tempo e, solo all’apparenza, lontani dai loro luoghi d’origine. In verità Nanosecondo stava cercando, come il solito, di dare una mano a Vimenuzo per comprendere cosa si nascondesse dietro il “potere” del suo nome di famiglia e che rapporto ci fosse con tutte le sue storie d’amore ed in particolare l’amore che rischiava di perdere con Gildina.

Per questi motivi Nanosecondo aveva (s)configurato la sua moto per viaggiare tra il 3000 e 100 A.C. partendo da un punto preciso dell’Egitto nell’anno 1934 D.C.

E, così Nanosecondo dopo aver agganciato il sidecar alla sua moto del tempo contravvenendo un po’ anche alle regole del codice della strada spazio-tempo fece salire sulla sua moto sia Vimenuzo che Gildina e messogli il casco speciale di tessuto morbido bianco ad effetto memoria (si indurisce, quando sbatti con la testa), incominciarono il viaggio nel tempo alla ricerca del segreto perduto.

Vimenuzo, mentre viaggiava in questa nuova dimensione spazio tempo, si ricordò di, quando anni prima, nel 1981, aveva fatto un altro viaggio. Un viaggio anch’esso nel tempo. E, prima di partire da Salerno gli arrivo una telefonata di Gildina che gli raccomandava, anzi no gli vietava assolutamente, una volta giunto al paese, di dire al padre che era separato e che avevo già un figlio (Vimenuzo all’epoca era nella attesa di divorzio). Il Padre non avrebbe capito. Se lui avesse raccontato la sua vera storia si sarebbe creata una situazione imbarazzante per tutti, causando una crisi nel rapporto tra Gildina, il Padre, la sua famiglia e di riflesso tra loro due.

Certo la distanza non era quella che oggi si proponeva di fare, ma, nei duecento chilometri che separavano Salerno dalla Contrada Vallina di Caldera, un paesino in provincia di Potenza, Vimenuzo ripercorse anche l’ora la sua vita vissuta fino a quel momento. Aveva da poco compiuto 26 anni e la sua vita gli scorreva come una pellicola di un film alla moviola, sul parabrezza della sua mitica (macchina del tempo di allora) l’A112 rosso bordò.

La visione del film aveva come colonna sonora la musica di Bonny Taylor e Bob Dylan che usciva dalla radio mangia cassette.

Vimenuzo era nato e vissuto in uno dei posti più belli di Salerno. Tra mare e monti. La bellezza all’epoca di questi luoghi posti all’inizio della Costiera Amalfitana, la spaziosità del panorama nel rapporto tra mare e monti, i profumi e tutto quello che si può immaginare di divina bellezza gli avevano aperto la mente ed il cuore e ancora oggi gli consentivano di continuare a sognare, perchè solo la bellezza delle forme, dei luoghi, ti da speranza di vita dal sogno al giorno.

Eppure non aveva mai compreso prima il rapporto con il suo nome e quale potere racchiudesse nel bene e nel male questa parola cosi antica e magica che ti accompagna per tutta la vita, senza sapere a volte neppure cosa significa o quali segreti può nascondere e/o svelare.

Per questo in quel momento: provava dolore, aveva paura e amava. Provava dolore perché era cosciente che il suo modo d’essere non gli avrebbe consentito di dire una bugia al padre di Gildina. Aveva paura, perché nel dire la verità avrebbe certamente potuto ferire la dignità e l’orgoglio dei genitori di Gildina. Amava, Gildina e sentiva di amare già anche i suoi genitori avendo coscienza che pure un amore poteva ferire.

Tre ore d’inferno quando ad un certo punto, forse a circa una ventina di km dal paese, si fermò sul bordo della strada in un incrocio. Aveva anche perso la strada. Non sapeva dove andare. In questo tempo, che gli sembrò infinito e mai così presente e vivo, nella sua mente, ancora adesso, viveva nell’attesa che si compisse l’evento in quello spazio magico delle partenza e degli arrivi.

Questo è quel luogo magico che anche oggi puoi vivere quando ti ritrovi in una stazione mentre aspetti un treno o all’aeroporto. In questi casi ti accorgi che la tua voglia di viaggiare è sostanzialmente la stessa che oggi può vivere chiunque di noi per ritrovare se stessi. Conoscere lo sconosciuto. Lo sconosciuto che è in noi.

E, proprio dall’esigenza di comprendere lo sconosciuto che è in noi che Vimenuzo aveva chiesto “oggi” a Nanosecondo di aiutarlo in questa impresa alla ricerca del segreto del suo nome di famiglia, per riscoprire anche il significato del suo amore per Gildina.

Aveva bisogno nella sostanza di essere riconosciuto, di “ritrovarsi”, avendo coscienza che ciò non poteva avvenire se non comprendiamo che abbiamo bisogno semplicemente di amore e questo amore si ha solo quando si è riconosciuti dagli altri e al di la di ogni parola spiegare semplicemente come ci chiamiamo perché è gia “li” tutto scritto.

Lo sconosciuto per la chiesa cattolica è rappresentato dall’atto della confessione.

Una sera Vimenuzo si ritrovò nella chiesa di San Gesualdo in un paesino in provincia di Avellino e stando seduto in quel luogo riuscì a chiudere un cerchio d’amore con suo padre. Prima o poi incontri persone che ti guidano e ti parlano di cose a te familiari, anche se non le hai mai viste prima. Ogni luogo a quel punto diventa magico. Hai piena coscienza di trovarti (fisicamente) ad un bivio importante della tua vita. Di poter fare due scelte: partire o arrivare e che per ogni scelta che fai puoi realizzare anche situazioni completamente diverse ed allo stesso tempo opposte al tuo bisogno. Un vero è proprio evento. Un quanto d’azione.

“Torno indietro? O vado avanti? E, come affronto la situazione?” riflettendo in quel tempo presente Vimenuzo si chiedeva: “…se vado e non gli dico la verità sulla mia condizione di vita mi sarei sentito reticente…”, ma, in questo caso, non avrebbe fatto torto alla raccomandazione di Gildina e forse non avrebbe neppure offeso i suoi genitori in rapporto alle loro credenze; nel secondo caso si sarebbe sentito un dissociato. Gildina avrebbe pensato, ma questo è scemo, prima dice di venire e poi non viene. Oppure alla fine andare e raccontargli tutto, valga quel che valga mettendo avanti solo il suo bisogno di chiarezza e rischiando di invadere le esistenze altrui, come un “rullo compressore”. Che fare?

“Ho dolore, ho paura, amo “…ripeté più volte questa frase nella sua mente.

Era la stessa paura di quando era piccolo e gli saliva la febbre a 40°. Un incubo si ripeteva: scimmie che si arrampicavano sui muri ed un’onda gigantesca che arrivava a sommergere tutto. Così sua madre Fiorentina in preda al panico chiamava la nonna Carmela, la mamma di Ernesto il padre di Vimenuzo, che con alcune parole magiche gli faceva passare la febbre. La biologia delle credenze “l’epigentica” non era stata ancora scoperta all’epoca relegando questa procedure esclusivamente a riti magici. Eppure funzionava. Perché la febbre di botto gli passava ed il giorno dopo la nonna tentando di andarsene gli dava anche una scarpata in testa perché Vimenuzo attaccato alla sua gonna non voleva che andasse via. E, così (Vimenuzo) le visite alle stelle della via lattea le faceva già all’epoca, dopo il bernoccolo in testa del tacco della scarpa di nonna Carmela!

Enzo aveva dolore, non per il bernoccolo anche se lo stesso dolore a volte sembrava ritornare, ma anche adesso che stava iniziando questo viaggio con Nanosecondo alla scoperta del suo segreto e del suo amore di sempre Gildina. L’amore che provava (allora) per Gildina, e che oggi si era spento nella notte dei tempi per l’effetto dei troppi strati a cipolla di incomprensioni vissute negli ultimi anni.

Stava rischiando di vivere lui e far vivere altre persone dentro una spirale di sensi di colpa che possono solo uccidere l’amore.

Per questo spesse volte pensava che bisognasse “uccidere prima” i nostri genitori perché forse non ci hanno insegnato ad amarci. Ci hanno fatto vivere sempre in una logica di competizione e nella paura dell’amore incondizionato e gratuito. Ma a questo punto come possiamo amare veramente? Avendo coscienza che l’amore è l’unico “motore” della vita. “Finché c’è piega c’è speranza” gli ha sempre detto Nanosecondo.

Il suo cognome di famiglia racchiudeva poi il suo destino di condottiero prigioniero della sua stessa fortezza e del suo carattere: “rullo compressore”. Rullo che rischia a volte di macinare i propri e i sogni degli altri. Eppure lui ne aveva scritte di fiabe per gli altri e tutte a lieto fine, possibile che non riusciva a (ri)scrivere la sua?

Certo quella è la più difficile. Lo puoi fare semplicemente se sei riconosciuto dagli altri, dalle tante persone che ti conoscono e restano ad amarti cosi come sei.

Ecco già all’epoca era cosciente che qualsiasi cosa avrebbe fatto, tornare a Salerno o andare a casa di Gilda, avrebbe in ogni caso rischiato di non farsi riconoscere nel suo autentico modo di essere, e questo per lui sarebbe stato insopportabile.

Il dolore, la paura e l’amore cresceva a dismisura lo sentiva nell’animo e nel corpo quella sensazione forte che ti svuota e nel contempo di opprime.

Il processo però si stava compiendo a sua insaputa, proprio perché era fermo in quello spazio-tempo dove ti può capitare di tutto e sai che devi solo saper aspettare, anche se sei inconsapevole dei tempi, ..perchè il tempo si è fermato “nel sempre di te”.

Si era fatta l’ora del tramonto e le sfumature del cielo e della terra gli riempivano sempre di più il cuore di un’immensa e strana serenità.

Ad un certo punto, si fermò un signore. Era a bordo di una strana moto. Un vecchio Moto Guzzi Galletto rosso fiammante. Più che una moto sembrava un trattore. Un faro grande era l’unica luce accesa che aveva. Quasi accortosi di questa sua riflessione, guardando Vimenuzo, che nel frattempo era rimasto un po’ interdetto a questa visione notturna, disse: “Inutile illuminare la strada dietro di te! Qui capì che si doveva “far trasportare” da lui. Ebbe conferma che quel processo era iniziato. Si stava compiendo un evento che va al di la di tutto, anche delle nostre volontà, e ciò corrispondeva a quanto fino a quel momento egli aveva considerato.

“Si è perso?” Gli chiese, ancora con quel suo accento dialettale e con tono cortese il signore: “Dove deve andare?”… “Vallina!” …rispose Vimenuzo immediatamente….quasi non meravigliato di quella strana coincidenza.

“Venga le faccio strada,… vedrà…” (aggiunse)… “…la strada per arrivarci è un po’ brutta, mancano circa 18 Km, vivo anch’io lì …il posto è un po’ isolato, ma c’è brava gente… è di cuore” . E, fu così che Vimenuzo ebbe l’impressione che gli parlava come se già sapesse tutto.

Il tempo per percorrere quegli ultimi chilometri gli sembrarono un’eternità. Non sapeva ancora cosa avrebbe fatto con certezza del suo dolore, delle sue paure, del suo amore. Ma, ormai, li aveva ormai unificati nel processo cui si stava affidando. Qualsiasi cosa sarebbe capitata sarebbe stata perfetta!

Il suo cuore gli parlava ed ormai aveva ritrovato in quegli insiemi di avvenimenti una direzione totalizzante, un’integrazione, un quanto d’azione che unificava tutto attraendolo.

La sua coscienza partecipava nella pienezza all’evento che ormai non gli sembrava neppure più solo suo, perché tendeva alla creatività formativa dell’evento stesso.

Qualsiasi cosa sarebbe accaduta, sarebbe stata perfetta e lo avrebbe saputo solo vivendo quello evento che si stava compiendo in maniera così magica.

Giunse così, accompagnato da quel signore in moto, del quale non seppe il suo nome, immerso in questi pensieri, finalmente a Vallina. Da solo non ci sarebbe mai riuscito. Ringrazio quel signore che andò via nell’oscurità delle viuzze di collina, illuminando quella strada di montagna che saliva su verso la sua casa ….ma dove abitava quel signore? Enzo segui con lo sguardo la luce del faro della sua moto salire fin su alla collina. Ad un certo punto la vide salire in lontananza quasi come se volesse nel cielo. L’oscurità della notte, calata sulle montagne intorno a Vallina, confondeva il confine tra il cielo e la terra e la luce del faro, ormai si confondeva con le luci dei lampioni dei paesi vicini e pareva che tutto fosse sospeso nel cielo a fianco alle stelle. Il rumore della moto cosi si perse nell’oscurità tra terra e cielo.

Veramente la strada era brutta, penso tra se e se Vimenuzo. Il buio che era calato a stringere l’azione che si stava compiendo nel suo naturale prosieguo forse lo incoraggiò anch’esso a proseguire perchè: “La notte porta consiglio”.

Erano circa le 21 e solo a quel punto si rese conto che aveva viaggiato tra i suoi due futuri mondi per circa 8 ore. Uno dei viaggi più lunghi e travagliati della sua vita e già ne aveva intrapreso un altro. Questa volta però era diverso era in compagnia del suo migliore amico Nanosecondo e di Gildina.

Lo accolse in avanguardia Camillo il marito della sorella di Gildina, Marianna: i francesi. Vivono ancora oggi a Reims la città dello Champagne in Francia, e molte bevute sono trascorse da allora in loro compagnia e dei loro figli.

Lo avevano dato per disperso. Sapevano solo che ero partito alla due del pomeriggio da Salerno, all’uscita dal lavoro in ospedale e poi “silenzio radio”. All’epoca non c’erano i cellulari e, lungo la strada, si era anche dimenticato di fare un colpo di telefono per avvertirli di ogni ritardo.

Li vide preoccupati, o meglio, tra il meravigliato (che fosse arrivato) ed il preoccupato di quello che sarebbe potuto accadere da lì a poco. Gildina aveva la faccia di una persona rassegnata al suo destino. Sembrava quasi una “condannata al patibolo”. Però leggendo nei suoi occhi, Vimenuzo comprese il motivo del suo “sacrificio”: l’amava. Si scambiarono timidi baci, perché tutta vallina era affacciata da dietro le finestre a scrutare lo straniero.

Entrarono in casa. Una casa dove la dignità contadina era leggibile nella semplicità dell’arredamento ed in ogni gesto dei familiari di Gildina. Le presentazioni le fecero intorno al tavolo per la cena, anche per recuperare tempo e saziare i morsi della fame. Molto imbarazzati furono i discorsi a tavola. Sembrò quasi una fase di studio tra i calci che Gildina dava sotto la tavola a Vimenuzo sempre più imbarazzato da quella situazione, confortata solo dalla presenza di Camillo e Marianna che sapendo la sua vera storia li sentiva già “complici”.

Gli sguardi di Gildina lo intimorivano sempre più e lo stoppavano più volte, quando lui accennava a dire delle cose semmai anche troppo avanzate per la prima serata di conoscenza per tutti i fratelli di Gilda: Giacomo, Beniamino e Pina (il suo vero nome è Adalgisa); il padre e la madre di Gildina in verità poi scopertasi molto più arcigna del padre e parte del suo carattere molto simile anche in Gildina.

Enzo dovette ringraziare più di una volta, in seguito, Camillo e Marianna che lo aiutarono molto a rompere il ghiaccio, oltre contribuire anche lui a scongelare quello versato nel “secchio” che conteneva una bottiglia di champagne messa al fresco da un po’ per festeggiare l’incontro.

Gli argomenti di discussioni, come al solito, in queste imbarazzantissime occasioni, furono “del più e del meno” e delle cose più banali: questa forchetta è storta; usiamo questi bicchieri, ..perchè sono più belli; mettiti a sedere qui Vimenuzo vicino al padre di Gilda; stiamo forse un po’ stretti qui forse era meglio mettere la tavola nell’altra stanza; il trattore si è rotto, ..domani si porta ad aggiustare; la vigna và zappata; ….è morta una capra. La stavano mangiando per cena.

A fine cena, erano circa le undici, il padre di Gilda lo invitò a visitare la sua cantina per il bicchiere della staffa. Li accompagnò anche Camillo, che ormai era diventato il suo angelo custode. Si sedettero in semi cerchio su tre covoni capovolti di paglia intrecciata, avendo per chiusura del cerchio le curve di legno di una delle botti di vino.

La cantina era piccola. Tre metri per cinque, con una fila di quattro botti da 200 litri l’una. Un piccolo lavandino a fianco alla porta d’ingresso. In alto attaccate su una “a virga” (paletti di canna o legno) una fila sterminata di salame e soppressate di maiale sulla nostra testa.

La cantina era bassa di cielo e permise al padre di Gildina solo stendendo la mano di “raccogliere” il salame, come da una pianta, per accompagnare i bicchieri di vino. Buonissime.

Buonissimo, anzi, divino era anche il vino. Lo faceva lui, Antonio, così si chiamava il padre di Gildina. Seduti così sui covoni Antonio iniziò il rito del “truzzamm” (brindisi dell’occasione): “mai fine”. C’era in quei gesti ed in quella situazione qualcosa che Enzo percepiva quasi di sacro.

Pina la sorella di Gildina dopo un po’ arrivo a portare l’organetto, andando via subito e lasciandoli ancora di nuovi soli. In tre nella Cantina. Il padre di Gildina inizio così a suonare allietandoli con una musica tradizionale della sua terra. Il padre di Gildina, faceva sempre riferimento alla sua terra, sia quando parlava della sua vigna, che, quando parlava della sua vita trascorsa lì da piccolo fino a quel momento.

Gli parlò con il cuore, il padre di Gildina. Quel suo parlare all’inizio, quel suo modo di fare gli diede un equilibrio ulteriore neppure forzato dal vino che stavo ingerendo. Perché lo stesso bere era divenuto gesto del rito che si stava compiendo.

Enzo ricordava cosi ancora oggi, come se fosse ieri, una sensazione che gli è rimasta ancora viva: la leggerezza del suo corpo in quel momento. Di solito quando bevi vino puoi sentire le gambe pesanti e la testa che ti gira, ma in quel momento aveva una lucidità impressionante delle cose che gli stavano succedendo, che potrebbe ripetere tutte le parole dette in quella occasione sia dal padre di Gildina che da Camillo che lui stesso. Si sentiva “sollevato” da terra: sospeso.

Il suo dolore, la sua paura, il suo amore erano stati unificati dall’evento magico che si stava compiendo in quel momento, e sì c’era qualcosa di magico che si stava compiendo lì perché confrontarsi in quel cerchio era la sensazione più forte e bella che avesse mai percepito nella sua vita e fu così che egli apri il suo cuore raccontando al padre di Gildina chi era e la sua vera storia presentandosi a lui senza verità nascoste.

Ecco, la lezione che imparò già all’epoca è che devi sempre chiedere e farti raccontare: i dolori; le paure, gli amori, dalle persone che vuoi conoscere e che ami davvero, raccontando anche i tuoi. Per questo per Vimenuzo quella serata resterà sempre nel suo cuore perché li si compì un’altro pezzo della fiaba della sua vita.

La mattina dopo verso le dieci il Padre di Gildina lo svegliò portandogli personalmente il caffè a letto. Per svegliarlo ripete più volte semplicemente: “Tesoro, Tesoro….ti ho portato il caffe!”. Questa frase segnò sia il suo rapporto con il padre di Gildina fino alla sua morte, che la sua vita. A volte, ancora oggi, si chiede se sia stato più il padre di Gildina ad innamorarsi di lui o Gildina stessa. Certamente entrambi, come lui di loro, ancora oggi.

E, così cambiò anche in meglio il rapporto tra il padre e Gildina. Gildina dovette rivedere la sua opinione anche del Padre, che fino ad allora aveva giudicato molto burbero e che induceva tutti ad avere paura di lui. E, così la sua vera natura: l’immensa umanità e purezza d’animo, la semplicità che puoi sempre trovare in una persona al di la delle sue maschere e delle sue corazze.

C’era una volta…….

Per cieli per monti per mari, dopo tanto viaggiare - finalmente - il Principe Azzurro è arrivato ! Bacia la Bella che sola sognava si desta, lo guarda, è già innamorata. Il sogno di bimba, desiderio di grande, si avvera di colpo come d’incanto. L’incanto di sempre, di storie passate, di favole magiche con streghe e con fate. Il Principe Azzurro parla alla Bella, di sogni inseguiti su impervi cammini , mai la paura lo confuse col male, perché certa è la meta di chi l’amor vuol trovare. La Bella lo ascolta, lo guarda, lo bacia. Con voce serena, sussurra - ti amo. Cantan gli uccelli, limpido è il cielo, stringendosi in coro, è già tutta in festa la gente serena - serena è Vallina, in quel giorno beato, col Principe Azzurro l’amore è sbocciato. La vecchia strega piange di invidia, il suo odio non regge, è per sempre domato. Si strappa le vesti, brucia la casa, i cani la mordono mentre fugge dannata. Monta la bella sul bianco cavallo col Principe Azzurro suo innamorato. Piange di gioia la gente a Vallina, saluta la Bella ed il suo Principino. Corre il cavallo, la strada è segnata verso il castello da tutti un giorno sognato.

Il castello, la “fortezza” da espugnare questa volta però per Vimenuzo era lui stesso ed il potere del suo nome di famiglia: “roccia, fortezza, rullo compressore” che stava rischiando di schiacciare i suoi stessi sogni d’amore. La magia gentile che Vimenuzo oggi chiedeva a Nanosecondo era impresa magica per d’avvero, ma Nanosecondo era cosciente del fatto suo e (s)configurò, ancora una volta, la sua moto del tempo in maniera utile per l’occasione. A Vimenuzo balenò un dubbio l’aveva già fatto un’altra volta Nanosecondo quel viaggio per lui? Il signore con la moto un po’ gli somigliava? Ma, mistero dei misteri!

Era il 28 febbraio del 1934. Dovevano arrivare a Tebe in “tempo utile” per imbarcarsi su un battello la mattina presto del giorno dopo, per risalire il Nilo, il fiume del sempre, fino ad Assuan. Il vecchio battello a vapore si chiamava “Lady Carrol” è già era attraccato in fila a fianco ad altri battelli sulla sponda ovest del Nilo.

Ma, meraviglia delle meraviglie, il giorno prima della partenza, a Gildina gli era arrivato un sms “privato” sul cellulare che le comunicava che: “siete invitati, al vostro arrivo a Tebe, a cena con i faraoni, firmato Nefertite”……uacc… uaa!

In verità qui Nanosecondo dovette fare un po’ una delle sue piccole magie gentili perché l’arrivo a Tebe era prefigurato nell’anno 1934 Dopo Cristo, nel mentre l’invito a cena con i Faraoni era nel 1360 Avanti Cristo.

Ma, ormai, per Nanosecondo non era più un problema riuscire a stare contemporaneamente in due posti nello stesso momento. E, così, la loro prima notte a Tebe divenne doppiamente magica.

Ancora più magico fu l’incontro nel palazzo reale con Akhenaton e Nefertite. Il Faraone e sua moglie erano in compagnia di tre delle loro sei splendide figlie. E, sì pare che Akhenaton tre figlie le abbia avute con Nefertite e le altre tre con un’altra donna. Ma, lui amava moltissimo Nefertite era la sua prediletta, nonché la sua prima moglie, e per questo Lei nella sua meravigliosa bellezza non aveva mai ripudiato le altre figlie, anche perché era parso che la seconda e la terza figlia Lei, ma questa è solo una maldicenza dell’epoca, le abbia avute da una relazione con lo scultore di corte Dyehutymose, colui cui dobbiamo la sua mirabile riproduzione del busto che è diventato “modello” di misura di bellezza per una donna in Egitto e non solo. Le forme della bellezza di una donna qui sono il suo collo.

Già all’epoca esistevano le “famiglie allargate”. Le tre principesse presenti alla cena erano Neferneferuaton, Neferneferure e Seteperne. Le altre tre figlie erano uscite per una festa con amici.

E, così Nanosecondo, Vimenuzo e Gildina camminarono accompagnati dalla bellezza di Nefertite che prima di cena gli fece visitare il tempio di Karnak dedicato al Dio Amon.

Amon aveva la pelle blu tutta fatta di lapislazzuli. Il colore della pelle raffigurava il suo mistero. Il tempio era illuminato dal fuoco delle torce e magnificava ancora di più i colori della notte del Dio Amon e delle colonne alte più di venti metri.

Nanosecondo, Vimenuzo e Gildina, si sentivano veramente piccoli di fronte alla maestosità architettonica del tempio ed erano doppiamente smarriti dalla bellezza di Nefertite.

Lo stesso evento che stavano vivendo assumeva molteplici significati e Nanosecondo anche per questo motivo aveva telefonato ad un suo amico per farsi aiutare a decifrare alcuni scritti. Giorgio detto il Faraone, era un suo vecchio amico e li aveva raggiunti a Tebe per guidarli in questi luoghi. Giorgio di origine egiziane, della antica stirpe Copta può certamente definirsi uno degli eredi diretti dei faraoni. Simpaticissima e meravigliosa persona. Teneva la seconda elementare e studiava di notte per guidarci nei templi. Un giorno gli confidò, con orgoglio, di avere una moglie di origine siciliane. Pare che abbia ancora parenti a Palermo e a Catania. Ma, questa è un’altra storia, semmai fatemi sapere qualcosa voi della redazione di www.girodivite.it, se vi capita, basta che dite la moglie di Giorgio il Faraone.

Nefertite spiegò loro che, il suo sposo, Akhenaton preferiva però adorare Aton il Dio del Sole, da solo e non la triade: Horus, Amon, Khons. “E’ stato ispirato dalla Tua bellezza” le disse a quel punto Gildina, chiedendole se non fosse anche per illuminare meglio i templi. Nefertite gli fece una guardata un po’ storta, ma alla fine comprese l’ironia della battuta e si mise a ridere. Risero di cuore anche Nanosecondo e Vimenuzo, prima in pò freddati dallo sguardo di traverso di Nefertite. E, poi Aton era anche il dio della gioia.

Tutti rimasero un po’ sconvolti pensando al fatto che una cosa fu vedere raffigurata la figura di Nefertite ed un’altra era vederla di persona. Era l’armonia della bellezza delle forme fisiche e la fiera gentilezza del carattere umano, anche se in certi momenti faceva notare il suo carattere di donna non succube del potere, che lo stesso faraone poteva incutere su di lei. E’, cosi dovettero riscrivere anche delle loro credenze sbagliate sul conto delle donne e del rapporto con gli uomini. Infatti, notarono in seguito che tra Akhenaton e Nefertite, a differenza di quello che si può pensare ancora oggi, che c’era vera parità di rapporto.

Sia l’aspetto fisico che della personalità; davano a questa donna un carattere magico che nella sua bellezza è arrivato a fino ad oggi, nonostante quei lati del suo carattere che più tardi scopriremo e che certamente le davano quella “umanità” che Nanosecondo Enzo e Gildina hanno potuto apprezzare.

Quasi leggendo nel pensiero di Nanosecondo dei suoi ospiti, Nefertite, a questo punto, spiegò loro che a Karnak la fede religiosa e molto vicina alla stessa magia e speranza dell’ignoto. E, così disse che aveva percepito “metaficamente” parlando dalle parole di Gildina che aveva bisogno di illuminare il suo amore con Enzo. Dovevano stare sereni. In questo loro viaggio, il sole di Aton, come la stella polare che guida la moto del tempo di Nanosecondo (era informata), li avrebbe aiutati e guidati fin giù sull’isola di Phila nel tempio dell’amore vicino ad Assuan.

Fu a questo punto della serata che Nefertite, disse nell’orecchio a Nanosecondo: “li devi portare nel tempio di Phila perché li vi sarà svelato un segreto… ”..e aggiunse..”…Iside è “maga per eccellenza” che certamente potrà aiutarvi nella vostra ricerca e nella guarigione, un po’ come la nonna Carmela”.

Lì, avrebbero incontrato anche un altro Dio, che avrebbe contribuito a costruire una nuova dimensione nel rapporto tra Vimenuzo e Gildina ed aggiunse …”..Iside, è Dea dell’amore e della fedeltà amorevole e certamente ti aiuterà per risolvere il caso disperato”.

Nanosecondo rimase un po’ sbalordito quando Nefertite nominò Nonna Carmela (?), come faceva a conoscere la nonna di Vimenuzo? Si chiese tra se se: “Mica aveva ascoltato anche lei la storia di prima di Vimenuzo? Che ci fosse un legame delle origini della stirpe? O la moto del tempo o meglio una macchina del tempo, già esisteva all’epoca dei faraoni e Nefertite sapeva già che dovevamo arrivare? D’altronde chi avrebbe inviato l’sms a Gildina se non lei? Possibile che già c’erano i telefoni nel 1360 a.c.? Segreto del segreto? Nanosecondo per la prima volta nella sua vita di Clown andò in crisi.

Lo stesso amore tra Gildina e Vimenuzo era un po’ in crisi e Nanosecondo, considerato che voleva già bene a Vimenuzo dopo averlo conosciuto quattro anni fa, doveva andare al di la della crisi spazio di quel tempo presente perché si era accorto che sia Vimenuzo che Gildina si amavano ancora anche se il loro amore si era un po’ assopito. Adesso però Nanosecondo aveva anche un altro compito comprendere come Nefertite potesse sapere quelle cose. Glielo stava quasi per chiedere…….quando…senti gridare da lontano…”Nefertiteeee!... Nefertiteee!”

Era Akhenaton che li stava cercando. Arrivò un pò seccato. “La cena è pronta” ripeté più volte quando vide nel tempio il gruppetto di visitatori e rivolgendosi alla moglie gli disse: la cena è pronta da un pezzo ed altri ospiti stanno voi!”. “Nefertite ma, come, vai via senza dirimi dove? Mi avete fatto impazzire, non riuscivo a trovarvi, presto su, ci aspettano per la cena al palazzo. C’è anche Tiye mia madre lo sai com’è, non gli piace aspettare!

Nefertite a quel punto sbottò “maronn a’ceress”. Qui svelo il lato oscuro del suo carattere. In verità ce la teneva a morte con la suocera.

“E, dai! Ti vuole bene” gli rispose Akhenaton. “Beh su smettete di litigare” gli disse Nanosecondo “….non pensavo che anche adesso il rapporto tra suocera e nuora fosse difficile”. Di rimando Nefertite le chiese a bassa voce “tieni un po’ di veleno buono, qui dobbiamo utilizzare il cobra e molte volte si scopre prima ed una volta mi è capitato che se ne è scappato?” …”eh si….”. rispose Gildina……” la vipera che morsicò mia suocera morì avvelenata!”….”ah… anche a te è capitata la stessa cosa?” disse Nefertite…..”no scherzavo.” ..”Ah! Ho capito!” rispose Nefertite.

No! Per l’amor del Dio Aton non lo dite neppure per scherzo, rispose impaurito della cosa Nanosecondo, io faccio solo “magie gentili”. Nefertite a quel punto riprendendo il discorso di prima disse a Nanosecondo “…per me questa è una magia gentile ed allora se non hai veleno: fammela almeno scomparire per un po’ mia suocera?”.

Il palazzo reale non era molto distante dal Tempio di Amon e Nefertite guidò personalmente il carro trainato da una coppia di cavalli arabi puro sangue, che li portò di corsa a palazzo.

Il perimetro del palazzo reale costeggiava per un lato la sponda est del Nilo e per altri tre lati confinava con un canale artificiale, così che l’acqua del Nilo creava una barriera naturale. A protezione del palazzo, reale oltre il canale, vi erano feroci coccodrilli che stavano in guardia discreta delle acque e chiunque le profanava faceva una brutta fine.

Cosi per millenni i coccodrilli del Nilo hanno difeso le dinastie dei faraoni. La brutalità dei coccodrilli era compensata dalla bellezza della tanta diversità di specie delle piante e dei fiori che contribuivano a colorare quel luogo rendendolo ancora più misterioso e magico.

Era una serata bellissima. La luna si era tuffata nelle acque del Nilo e la sponda ovest si distingueva nettamente a circa duecento metri dalla piccola comitiva di viaggiatori del tempo. L’acqua e poi una prima fascia di piante di dattero di un verde scuro ed a cornice del quadro, le dune del deserto che avevano già preso una miriade di sfumature per nascondere e proteggere meglio la Valle dei Re alla cui guardia si intravedevano alcuni uomini vestiti di nero seduti su dromedari. Alcuni fuochi accesi illuminavano il profilo del loro accampamento.

Sulla sponda est i templi ed i palazzi reali, simboleggiavano nella loro bellezza e maestosità la nascita e la bellezza del giorno, nel mentre ad ovest le tombe dei Re e degli operai che avevano costruito quelle architetture, appartenevano anch’essi alla pari al destino del sole che era tramontato. La luce al tramonto accompagnava tutti verso il regno dei morti, per espiare le loro pene e raccontare attraverso il loro libro della morte la fiaba della loro vita. Dal giorno al sonno. Il sogno di un nuovo mondo riviveva nel sempre.

Nanosecondo ebbe qui l’intuizione che il “mezzo del sempre”, la sua stessa “moto del tempo” o la stessa possibilità che aveva avuto Nefertite di conoscere la nonna di Vimenuzo, Carmela, apparteneva allo stesso meccanismo che consentiva ancora oggi alle acque di Nilo di scorrere. “L’acqua che tocchi è la prima di quella viene e l’ultima di quella che và” Cosi recitava anche Leonardo da Vinci.

Ed è cosi che si può comprendere perché solo la leggerezza dei loro cuori, avrebbe potuto competere con il peso di una piuma, che stava a testimoniare nel trapasso, che solo la leggerezza e la bellezza d’animo conta. Il resto è pietra che affonda.

Scesi dal carro trainato da quattro cavalli arabi puro sangue, e scortati da una schiera di guardie del corpo, Nanosecondo, Vimenuzo e Gildina entrarono da “faraoni” con il Faraone e Nefertite, più bella che mai, nel palazzo reale.

Il pavimento era un mosaico di piccole pietre colorate che raffiguravano tutte le bellezze della natura. Profumi di essenze magiche inebriavano le loro narici nel mentre si avvicinavano al salone con gli ospiti nella attesa che fosse servita la cena.

Tiye la madre di Akhenaton come li vide iniziò ad inveire contro Nefertite. “A chest’ora t’hà presiente, nu sai ca tenim gli ospiti? E chist chi song?”

Nefertite a quel punto per non sfilare la corona, prese tutta la sua bellezza e la trasformò “magicamente” in amore incondizionato per sua suocera e con compassione, e santa pazienza, rispose: “mammina cara, ti presento Nanosecondo, Vimenuzo e Gildina sono due nuovi ospiti, vengono da molto lontano e ti hanno portato un bellissimo regalo!”.

In verità Nefertite prese un po’ in contropiede gli ospiti e Nanosecondo, Vimenuzo e Gildina si guardarono interdetti. L’attimo di smarrimento però fu recuperato da Nanosecondo che si ricordò di aver portato dall’Italia una cosa e rivoltosi a Gildina gli chiese la cortesia di andare alla moto: “….ci dovrebbe essere una bottiglia di limoncello valla a pretendere che gliela regaliamo alla suocera di Nefertite”. E, così gli regalarono la bottiglia di limoncello.

Tiye fu contentissima del suo regalo e durante la cena si bevve quasi tutta la bottiglia, tanto da diventare un po’ brilla. Non era abituata ai 40 gradi alcolici, disse il figlio. Di solito beveva birra. A questo punto Nefertite approfittando (con un po’ di cattiveria) della situazione disse sottovoce al marito “è viste che figure e merd ci fa fare tua madre con gli ospiti?” Tra loro parlavano in un dialetto locale con la speranza di non farsi capire dagli ospiti.

La cena, inutile dirlo, fu faraonica. Le portate giunsero nel salone immenso sopra coccodrilli addomesticati. Li portavano al guinzaglio dei bellissimi ragazzi. La loro bellezza è ancora oggi raffigurata su molte sculture egiziane che si possono rivedere nei templi.

Nel frattempo gli ospiti avevano bevuto ed apprezzato la birra che era servita in boccali di creta. Akhenaton disse loro che già 2000 anni A.C. a Nubia si organizzavano le gare di wurstel di coccodrillo e bevitori di boccali birra.

Akhenaton ad un certo punto della cena disse loro che ormai aveva sempre più critiche dai suoi sacerdoti per il fatto che Lui stava concentrando la sua attenzione su un sogno mistico pregare un solo Dio: Il Dio Aton. Aton è il Dio della luce universale e chi voleva partecipare a questa nuova comunità doveva cambiare il suo nome, anche lui lo aveva già cambiato.

La stessa arte avrebbe dovuto acquisire nuove forme di bellezza perché non ci sarebbe stato più posto per la paura della morte e della oscurità. Tutto dovrà essere e diventare vita concreta e realtà. Gli stessi sogni si potranno praticare liberamente e si potrà realizzare ogni arte umana nella libertà, nel rispetto di tutti gli uomini e nell’equilibrio con la natura, le piante e gli animali. Ogni espressione umana sarà libera e tutelata nella pura bellezza dell’essere. La dualità non sarà più contrasto, opposizione tra due parti ma l’insieme armonico, collaborativi, di due elementi complementari. Aton è la manifestazione visibile del dio. E’ il sole e la luce della speranza. E’ il soffio della vita che sarà rappresentato semplicemente da nastri agitati dal vento. Aton è forza portatrice di vita, di gioia e di serenità che non dovrà curarsi di pensare alla morte e per questo fonderò una nuova città all’orizzonte del Dio Aton Amarna.

A questo punto del suo discorso Akhenaton aggiunse anche con un po’ di preoccupazione: “Lo so! Rischio la persecuzione dei miei sacerdoti, ma a costo di andarmene da Tebe io edificherò un nuovo regno ed una nuova capitale all’Egitto.

Alla bellezza e semplicità dell’esposizione del desiderio di Akhenaton, Nanosecondo, Vimenuzo e Gildina sembravano bearsi anch’essi di quel momento che il faraone stava vivendo e che aveva creato anche nel loro cuore una grande gioia, serenità ed armonia. Anch’essi desideravano forse alla fine desideravano la stessa cosa e comprendevano benissimo che chi manifesta una volontà di cambiamento nella vita si dovrà scontrarsi, prima o poi, con chi detiene un potere.

Anche loro stavano cercando di praticare un sogno che forse in futuro si sarebbe realizzato come si realizzò per Akhenaton certamente anche nell’amore con Nefertite.

E, così brindarono al loro futuro con un ottimo vino invecchiato 80 anni in botti speciali sigillate. Numerate per annata, classificate per responsabile della raccolta, vignaiolo e indicazione geografica del terreno, che Akhenaton aveva fatto spillare in quel momento per gli ospiti d’onore per non far perdere l’aroma. Estasiati ancora di più in quest’altra dimensione spazio-alcolico andarono a dormire, dopo aver assistito beati ad una danza del ventre di bellissime ragazze.

La sveglia, la mattina dopo, fu alle 4. Un po’ presto dopo una notte quanto magica tanto insonne. Ma, le escursioni termiche ormai da quel momento in poi si sarebbe sentite tutte non solo nel suono della sveglia mattutina ma anche, chiaramente, nella loro temperatura.

L’inverno egiziano a quel tempo faceva le bizze. Faceva freddo e la temperatura era almeno 5 - 6° gradi in meno della media stagionale. Il termometro segnava a mezzogiorno 16 gradi. Una settimana prima di partire per quel viaggio addirittura aveva nevicato a Bagdad. Manna caduta dal cielo, segno propiziatorio di quel viaggio nel sempre? Ma! Certo fino a quel momento si erano succedute varie cose ed ognuna di esse aveva una coincidenza che non sembrava più solo casuale.

Alle 5 del mattino dopo aver salutato e ringraziato Nefertite ed Akhenaton dell’ospitalità e della splendida serata, Nanosecondo, Vimenuzo e Gildina si imbarcarono sulla Lady Carol che li avrebbe portati dopo quattro giorni e tre notti di navigazione sul Nilo ad Assuan. Meta del viaggio era il tempio di Phila, il tempio dell’amore e della gioia, dove Nanosecondo ormai già sapeva che gli sarebbe stato svelato anche a lui un segreto.

La nave sbuffando vapore da tutti i pori, come una vecchia locomotiva, salpò l’ancora puntualissima, manco in Svizzera. E, cosi affacciati tutte alle finestre seguirono la manovra. Adriana un’altra giovane compagna di viaggio cronografò addirittura minuti e secondi esatti della ingarbugliata manovra che il comandante del battello dovette fare per districarsi dagli altri ormeggi degli altri battelli tutti affiancati in fila alla sponda. L’alba iniziava a far vedere i suoi colori.

Il Nilo scorreva lento in controcorrente sotto la chiglia piatta del battello che affannava un po’ a risalirlo. E, la fatica la sentivi sotto la chiglia che aveva certamente graffiato il fondo più volte negli ultimi anni quando il fiume era a secco. La grande finestra con vetro unico della cabina 207 affacciava sulla sponda ovest, il lato dove sorge il sole, e Vimenuzo e Gildina attesero così, stesi sul letto, il nuovo giorno. L’alba di nuovi giorni per Vimenuzo e Gildina stava per iniziare.

Così come il sole di Aton aveva scaldato, illuminato e nutrito l’amore di Akhenaton per Nefertite, la bellezza di quell’alba infuocata accolse come ospiti d’onore Vimenuzo e Gildina suggellandone l’amore ritrovato. Nel mentre Nanosecondo con il potere del nome e le magie gentile delle parole stava contribuendo a far rivivere loro le stesse emozioni dei primi giorni di vita del loro amore. E, così Vimenuzo e Gildina stesi sul letto della cabina 207 rimasero incantati ad ammirare il fiume ed il sorgere del sole, accogliendole tra le loro braccia. Gli occhi proprio non si riuscivano a chiudersi. Anche i loro occhi erano alla ricerca di nuove vie e si offrivano negli sguardi incantati del momento come l’occhio di Horus che si offrì al padre Osiris per rigenerarlo e farlo rinascere.

Erano state troppe le emozioni vissute in quelle poche ma eterne ore. I loro occhi aperti vedevano la vita scorrere sul fiume del sempre e di come questa possa essere bella e di come a volte non viene vissuta male.

Una fascia interminabile di palme di datteri scorrevano nel quadro della finestra, mucche e capre al pascolo riportavano il ricordo di Gildina alla casa lontana del padre. Barchette a remi di pescatori si incrociavano negli sguardi del nuovo giorno, nel ricordo di Vimenuzo e del mare che lui aveva vissuto, nel mentre le stelle e la luna nel cielo si spegnevano con i primi raggi del sole. Quell’alba infuocata sul Nilo accoglieva l’amore eterno di Vimenuzo e Gildina. E, così i loro occhi adagiati sul cuscino si strinsero in uno sguardo che presto diventò abbraccio infinito. Iside arrivo prima del previsto, a farli compagnia.

Si svegliarono che era già fatto buio. Era le sei di sera del secondo giorno. Si alzarono e furono subito pronti per andare a cena, Nanosecondo li aspettava davanti alla porta.

Al tavolo del salone ristorante del battello fecero amicizia con Adriana una giovanissima ragazza svizzera che viaggiava da sola e costruiva, guarda caso, orologi. E, poi due sorelle Piera e Mina in compagnia di Gianni il marito di una di loro, agricoltore, coltivava riso e lo commerciava anche con l’Egitto. Tutti simpaticissimi.

La cosa però che li fece restare di stucco fu scoprire che seduta al tavolo a fianco al loro c’era una bellissima e misteriosa Signora che si chiamava Agata. Nanosecondo incuriosito dai suoi strani discorsi gli domandò: “scusi la mia curiosità signora ma Lei per caso è….? Fu interrotto immediatamente ….”Si sono io…Agata Christei…piacere e lei?” e qui Nanosecondo gli stava venendo un colpo ma poi si ricordo che stavano nel 1934 ed era l’anno che Agata aveva scritto uno dei suoi più famosi romanzi. Agata raccontò loro che si era imbarcata a Karnak, insieme con altri amici. Fecero subito amicizia.

Dopo le varie presentazioni della piccola comitiva degli ospiti ai due tavoli Agata si presentò raccontando che anche lei aveva lavorato in ospedale, come Vimenuzo e Gildina, a curare malati e si era fatta una grande esperienza di veleni, che l’avevano portata a scrivere storie fantastiche di assassini e delitti.

La curiosità di Nanosecondo, Enzo e Gildina di conoscere Agata li portò dopo cena a sedersi insieme con lei e ad alcuni suoi amici nella sala bar del battello. Sorseggiando chi birra egiziana, chi te verde alla menta, chi vino – d’annata meno antica del primo offerto dal faraone – Agata racconto un po’ di storie strane di assassini e assassinati.

Certo quando sorseggi un te devi capire se l’acqua ha una provenienza sicura. In questo caso veniva direttamente dalla caldaia del motore a vapore. Era super sterilizzata per uccidere la “maledizione del faraone” un batterio, super resistente, che ti prende la pancia e ti fa andare a diarrea minimo per tre giorni, debilitandoti in maniera vergognosa.

Nanosecondo, Enzo e Gildina considerato che Agata aveva detto che lei bevevo sempre bevande calde e quindi te notarono però che aveva un viso un po’ sofferente. Gildina a quel punto le disse “Signora, ma sta male, ha anche lei la “maledizione del faraone”? Se vuole le dò i fermenti lattici? Gliela fa passare in un baleno!

E, Lei subito rispose: “sschhhsss abbassate la voce non gridate, ci può sentire? “Ma chi? Nanosecondo, che in fondo è un po’ pauroso, chiese ad Agata: ma c’è il batterio a bordo?

“No, No, C’è un burattinaio….” rispose Agata….”.. che si impossessava delle persone manipolandole. Carpisce prima la loro fiducia con degli stratagemmi e poi però ruba le loro anime. Pare che si chiami Lonardik. All’apparenza sembra una bravissima persona. Ti racconta barzellette e ti fa ridere, ma alla fine è molto furbo e scaltro, come vi ho detto ti ruba l’anima!” …rispose ancora più a bassa voce Agata di prima.

A quel punto lo stesso tono di voce divenne un segnale per tutti e così si avvicinarono con le sedie l’uno all’altro per evitare di alzare ulteriormente la voce e farsi sentire nei loro discorsi da sconosciuti che stavano seduti lì nel bar del battello nei tavolini a fianco al loro.

A bassissima voce Agata disse; “Pare che si sia imbarcato anche lui a Karnak. Voi lo avete visto per caso ? E’ un po’ strano, tiene un codino, capelli brizzolati e denti un po’ sporgenti, anche se il sorriso è accattivante, ma dietro questa maschera bonaria si nasconde un piccolo diavoletto?”

Nessuno di loro lo aveva visto. “Beh, sa com’è, stanotte non abbiamo dormito, siamo stati a Tebe a cena con i Faraoni ed abbiamo fatto mattina e quando ci siamo imbarcati avevamo gli occhi praticamente chiusi“, rispose Vimenuzo (senza aggiungere altro….dando uno sguardo di approvazione a Gildina). Vimenuzo tutto quello che gli era capitato fino a quel momento stentava ancora a crederlo vero, mentre Nanosecondo, leggendo il suo pensiero, e quasi un po’ sconfortato gli disse “ma come? Ancora non ci credi?”.

Vimenuzo di scatto, un po’ soprappensiero, si alza “aspettatemi vado un attimo in camera a prendere la macchina fotografica…” scomparendo come un razzo nel corridoio. Voleva farsi una foto ricordo almeno con Agata, visto che con Nefertite e Akhenaton non ci era riuscito perchè se le era dimenticata in valigia.

Apre la porta della stanza e vede una persona che gli si para di fronte, dallo spavento richiude di botto la porta. “Sarà Lonardik ? Ma no,... forse ho sbagliato stanza?” Si chiese tra se e se? “Eppure è la 207!”….a quel punto, con il timore di fare l’incontro con l’assassino, il ruba anima, Vimenuzo cerca di farsi coraggio …e riapre la porta molto lentamente. Rivede la stessa sagoma di persona, grande e grossa, che fa capolino dietro la porta. Riguarda meglio….uacc uaa ….si accorge … che era lui!

La porta del bagno con un vetro a tutta altezza era rimasta aperta e gli si parava davanti riflettendo la sua immagine. La porta del bagno era rimasta aperta e specchiava tutti quelli che volevano entrare nella stanza. Certo era diventata un ottimo antifurto. Si potrebbe brevettare un sistema a specchio che spaventa i ladri pensò con pizzo geniale, nonostante che gli era venuto quasi un infarto. Adesso però rideva di se e della sua stupidaggine.

Prese la macchina fotografica e riuscì nel corridoio. Qui fece l’incontro con Lonardik che rientrava nella sua stanza la 208, gli sguardi si incrociarono e Vimenuzo scorse quel sorriso strano che prima Agata gli aveva descritto.

“Cazzo, uacc uaa, sta nella stanza a fianco alla nostra!” Pensò Vimenuzo.

Vimenuzo quando tornò al tavolo, raccontò a tutti l’esperienza vissuta, e se per la prima parte del racconto tutti si misero a ridere a squarciapelle, per il secondo incontro invece tutti si preoccuparono, specialmente per il fatto che per molti la stanza era sul loro stesso corridoio.

Parlando animatamente della strategia che avrebbero dovuto mettere in campo per difendersi da eventuali attacchi dell’assassinio non si accorsero che la sala del Bar si era svuotata e tutti gli ospiti della nave erano andati a dormire. Ormai erano rimasti soli.

Nel mentre continuavano a parlare ad un certo punto con grande meraviglia, anche di Giorgio, che da poco li aveva raggiunti perché non riusciva a dormire, entra di corsa nella sala del bar ….Nefertite!?

“Agata!”… disse Nefertite…agitata…, “ho saputo che c’eri anche tu stasera qui ed ho chiesto alla mia maga di farmi una piccola magia e raggiungervi nel 1934 d.c. ti devo chiedere un grande favore!”. ….. “Figurati!...” rispose Agata, “…cosa posso fare per te?”

Nefertite a quel punto fece un grande respiro e prendendo fiato disse…“Ho saputo che tu sei un’esperta di veleni?” …..“Sì certo “ ..rispose Agata…”Allora cosa mi consigli per far fuori mia suocera che non la sopporto più? Agata spaventata dalla richiesta rispose immediatamente “Ma cara non posso consigliarti niente!”.

A quel punto Nefertite si mise a piangere disperata. Dispiaciuti della situazione che si era creata a tutti in contemporanea venne un’idea geniale.

Agata si fece portavoce per tutti: “Carissima Nefertite a bordo di questo battello c’è un assassino pericolosissimo se te lo porti con te e gli dici che sei disposta a farci guadagnare un’anima lui ti segue sicuro e noi ci sbarazziamo di un incubo. Che ne pensi?”

“Bellissimo!… dove stà che chiamo le mie guardie e lo faccio venire a prendere” rispose subito Nefertite. …..“Stanza 208!” …Tutti in coro…aggiungendo alla fine ……e sempre in coro….uacc uaa.

Nefertite: “Bene io vado e vi ringrazio per la vostra disponibilità. Spero di poter risolvere così il mio problema e voi il vostro. Una mano lava l’altra e tutte due lavano la faccia. Approposito di lavaggio Vimenuzo ma hai perso tutti i capelli? Segnati questa lozione ti farà ricrescere i capelli in un baleno: 1 parte di grasso di leone; 1 parte di grasso di coccodrillo; 1 parte di grasso di ippopotamo; 1 parte di grasso di serpente; 1 parte di grasso di capretto; riduci la massa e ungi la testa una volta al giorno. Vedrai fa miracoli.”

“Grazie …” …rispose Vimenuzo …”...però ho un piccolo problema … il grasso di capra e di serpente lo riesco anche a trovare dove abito io …ma non so dove posso trovare il grasso di leone, di coccodrillo e di ippopotamo?” …….”Non preoccuparti quando torni a Karnak vai a trovare la Maga e Dea Sekhnet vedrai ti aiutare a fare la lozione che ti ho detto….adesso vado…state tutti nella bellezza della vostra luce…uacc uaa, uacc uaa…guardie a meeee..!” Anche Lei aveva imparato a memoria la frase bene augurale e magica di Nanosecondo…e così, come era arrivata, scomparve agli occhi di tutti.

Finalmente liberati tutti dell’incubo di Lonardik dopo averlo spedito nel 1360 a.c. tutti andarono a dormire un po’ più tranquilli.

Vimenuzo e Gildina avevano chiesto ad Osiris di farli ritornare a sognare e “Lui” gli aveva dato anche il permesso, ma mai immaginavano di sognare ad occhi aperti. Ma poi era veramente un sogno o stavano viaggiando davvero nella notte dei tempi alla ricerca del segreto perduto?

Certo anche Nanosecondo aveva detto loro che il rischio è che quando cerchi di praticare un sogno le persone vanno aiutate a prendere coscienza dei loro limiti. E, questo lo possono fare, o persone come “lui” attraverso “magie gentili” perché hanno già superato ogni limite “spazio temporale” e perché hanno ritrovato il coraggio delle loro imperfezioni, o Dei o Dio perché ti è ritornata la fede.

In questo caso Osiris nel tempo presente che loro stavano vivendo tra i diversi mondi sembrava, oltre a Nanosecondo la persona più adatta al caso. E, poi nello specifico seguendo il consiglio di Nefertite lo stesso Nanosecondo, li stava accompagnando a visitare il tempio dell’amore di Phila dedicato proprio alla sua consorte Iside.

Dopo tre notti di navigazione la mattina del quarto giorno arrivarono ad Assuan. Il battello attracco e scesero finalmente tutti, anche Agata che doveva continuare il suo viaggio per un’altra meta.

Nanosecondo guidato dal fido Giorgio “il faraone” affittarono una carrozza che li portò all’imbarcadero per prendere una barca più piccola e arrivare con questa finalmente all’isola di Phila, dove il tempio di Iside sorgeva nella sua antica bellezza. Il viaggio duro circa un paio d’ore.

Finalmente il potere dell’amore che garantisce la vita si vide sorgere in lontananza dalle acque del Nilo. Il tempio era stato restituito alla sua isola nella sua interezza e perfezione: Tutto era intatto. Lo stesso Nanosecondo rimase sbalordito quando vide l’immagine del Dio Bes. Giorgio gli spiegò che Bes proteggeva le donne e i bambini, allontanava i pericoli dagli uomini ed era fondamentalmente il Dio dell’allegria e della felicità – era un nano, grassoccio e simpatico.

Uacc Uaa esclamò Nanosecondo quando Giorgio a riprova di quello che gli stava raccontando gli fece vedere l’immagine di Bes scolpita su un muro laterale del tempio.

Nanosecondo non si sentiva più solo e “uomo separato”. Uomo che si può uccidere e sacrificare: “morire prima per non morire”. Egli (adesso) aveva anche lui più consapevolezza di sentirsi come un contadino egiziano che pianta un dattero. Sa benissimo che non riuscirà a mangiarne i frutti, ma non per questo, rinuncia a piantarlo.

Ecco anche per Nanosecondo si era svelato il segreto del suo nome. E, questo, gli consentiva in maniera anche più serena di affrontare il segreto per il quale aveva intrapreso un viaggio cosi lungo e difficile. Oltre alle parole il suo nome aveva assunto un significato che andava al di la del tempo e dello spazio fisico. Il suo nome era quello che lui rappresentava o per lo meno si auspicava di poter rappresentare.

In questo caso però si era affidato a Iside ed ad Osiris. Osiris era l’incarnazione della forza rigeneratrice della fertilità vegetale. L’amore di Vimenuzo e Gildina era un fiore di loto che una sera si era nascosto nell’acqua e che rischiava di morire annegato dalla piena e dalla furia del tempo. Il loto però grazie ad Osiris poteva rinascere all’alba di un nuovo giorno. Il fiore che riemerge dall’acqua all’alba, Cosi l’amore sboccia di nuovo.

E, così la primavera esplose nei cuori di Vimenuzo e Gildina. E, cosi il buio della notte, il male oscuro, fu di nuovo ucciso come Seth il fratello di Osiris che fu sconfitto dal frutto del dell’amore di Iside, Horus.

Nel mentre questo rito antico si stava già consumando all’ingresso del tempio di Phila, Vimenuzo e Gildina sentivano che anche loro, come Nanosecondo, erano giunti all’essenza del loro problema.

E, così che Iside dal nulla li apparve. Si presentò nella sua regale e divina bellezza. Portava in braccio Horus. Lo stava allattando al suo seno, e la veste leggere faceva vedere appena le sue forme. Era bellissima. Vimenuzo e Gildina rimasero per un attimo senza fiato incantati non solo dalla sua bellezza ma dalla serenità e fierezza del suo sguardo e del suo portamento. Così Iside si avvicinò a loro e sottovoce, anche per non disturbare Horus che stava succhiando dal suo seno, disse loro: “Venite con me, non abbiate paura, seguitemi.”

Passarono a fianco il chiosco di Traiano con le sue 14 colonne greco romane, e già Nanosecondo aveva dovuto fare una seconda s-configurazione spazio tempo si trovavano nel 390 d.c. ed ormai i Romani stavano già sostituendo alcuni culti.

Iside però attraversando il chiosco di Nektamepo disse loro attenzione che ci sono dei leoni a guardia del cortile. Un leone enorme legato con una lunga catena faceva da guardia all’ingresso del tempio. La catena era abbastanza lunga per sbarrare il passo ai visitatori, ma Iside guardando solo negli occhi il leone lo fece accucciare come un micione e così passarono senza nessun problema, con la zampa del leone che giocava con la veste di Iside. Nanosecondo era rimasto fuori il tempio con Giorgio a godersi il sole ed il profumo dei fiori di loto.

E, cosi entrarono all’interno del tempio illuminato da torce fumanti che avevano annerito il solaio del tetto. Entrarono nel tempio di Horus. Qui Iside disse loro che ormai il suo corpo era stato trasferito nel nuovo sepolcro sull’isola pura di Biga qui vengo solo per ricordare la sua vita. Parlando così di suo figlio di Osiris il suo amore, arrivarono nel suo tempio che stava a pochi passi da li.

In verità Vimenuzo e Gildina rimasero un po’ perplessi. Lei teneva in braccio Horus e andava al tempio per ricordare la sua vita? Certo che le magie si riccorrono una sull’altra quando entri in questi templi.

Arrivati nel suo tempio, Iside si fermo davanti ad una parete tutta scolpita di figure e cartigli coloratissimi, che sembravano raffigurare scene d’amore.

Liberando una mano dall’abbraccio di suo figlio che teneva in braccio ancora attaccato al seno spinse all’indietro uno dei mattoni della parete che aveva difronte ed un piccolo vano si aprì nel muro. Mise la mano dentro il foro e ne trasse una boccetta di alabastro trasparente di colore sabbia del deserto, con piccole venature marroni. La boccetta aveva un tappo scolpito a forma di testa di leone. Era sigillato da cera lacca e la trasparenza delle boccette faceva intravedere, anche grazie al bagliori della fiamma viva delle torce, che dentro c’era conservata una sostanza liquida che vacillava dolcemente.

Iside si girò su se stessa lentamente ed una volta che si trovò difronte a Gildina le diede la boccetta facendogli segno di aprire la sua mano. A quel punto gli disse: “Quello che vi sto donando io adesso, non serve più per far rivivere il vostro amore perché esso è già rinato per il solo fatto che siete giunti fin qui …ed Osiris grazie ai suoi poteri ha già fatto risbocciare il vostro fiore di loto, quando avete messo piede sull’isola. Questa essenza è il “segreto del deserto” e serve solo per riaccendere le vostre passioni amorosi.

Vimenuzo e Gildina si guardarono per un attimo teneramente.

Iside continuando spiegò.. “Questo è un olio essenziale la cui formula è segreta. Posso solo dirvi che si fanno macerare una certa quantità di petali di fiori in un vaso di alabastro per sei mesi che viene interrato nella sabbia del deserto. Inutile che cercate questi fiori, si trovano solo in alcune zone del deserto del Sahara. Dopo questa attesa si pressano fino ad ottenere un olio dalle proprietà che adesso vi svelerò.”

“Bastano tre gocce messe “lì” con segno a forma di piramide rovesciata, e T..Rombate come due cavalli arabi!”

Nanosecondo, che nel frattempo li aveva raggiunti con Giorgio, sentendo solo la finale dell’ultima parola che Iside aveva pronunciato esclamò…….si, si, certo il Rombante, Rombo della mia moto del tempo…sapete tengo pure la trombetta Peppe Re Pe Pe!

A quel punto tutti, compreso Horus, che ormai si era svegliato dal torpore della ciucciata al seno della mamma, scoppiarono in una fragorosa risata.

P.S. Stavolta c’ero anch’io! Uacc Uaa!.

Ops dimenticavo approposito del nome. Magdala era il luogo d’origine di Maria Maddalena ed era ubicato sulla costa occidentale del lago di Tiberiade, nei pressi dell’attuale Magdal. Gesù liberò la città da "sette demoni", cioè da una folla di spiriti malvagi e cosi che Maria Maddalena lo seguì nelle sue peregrinazioni. Poi si è raccontato anche di un amore ..... Cita, infatti, Luca nel suo Vangelo: "Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: ’Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!’. Ed erano infuriati contro di lei."

...ma questa è un’altra storia, d’amore.


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