Dal sito del Centro impastato (www.centroimpastato.it) riprendiamo il
seguente intervento gia’ pubblicato nell’edizione palermitana del quotidiano
"La Repubblica" del primo febbraio 2007
Le prime avvisaglie di quello che viene ricordato come il "movimento del
’77" cominciarono a Palermo. Gia nel dicembre del ’76 per le strade della
citta’ manifestano 10.000 studenti medi. Si parlava di riflusso, ma a quanto
pare non c’e’ nessuna voglia di rifluire. Il 3 dicembre viene pubblicata la
circolare Malfatti che attacca la liberalizzazione dei piani di studio. Il
Senato accademico di Palermo e’ il primo in Italia a deliberare
l’applicazione della circolare. Il 21 gennaio comincia l’occupazione a
Lettere. Salta il collettivo politico, giudicato burocratico e staccato dai
reali bisogni, e viene contestato il rappresentante degli studenti al
consiglio di facolta’. Nell’assemblea le studentesse dicono che bisogna
"partire da se’" ma i maschi dicono che si tratta di "sfoghi emotivi". Si
formano le commissioni per studiare i vari problemi. Ma l’occupazione non e’
solo fatta di discussioni e assemblee, e’ una festa che si protrae fino a
notte alta. Una manifestazione di vitalita’ che si vuole godere, attimo per
attimo.
I problemi che pongono gli studenti di Lettere riguardano tutta
l’Universita’, una grande macchina burocratica con 5.000 dipendenti e 27.000
fuorisede, con soli 1.000 posti-letto nei pensionati. E dall’Universita’ si
allargano al quadro politico. Al governo c’e’ Andreotti, con l’astensione
del Pci, in nome delle "grandi intese" e della "solidarieta’ nazionale". Gli
studenti contestano il governo, contestano il Pci e non si sentono
rappresentati da una "sinistra rivoluzionaria" in piena crisi. Nel 1976 si
e’ sciolta Lotta continua e molti non vogliono rifugiarsi nel "privato",
anche se si sostiene che "il privato e’ politico", e non condividono le
scelte di chi altrove passa alla clandestinita’ e alla lotta armata.
Nelle commissioni viene respinta la riforma Malfatti e nei primi di febbraio
l’agitazione si estende a tutto l’ateneo, prima a Farmacia, poi a
Matematica, quindi ad Architettura, ad Agraria, a Legge, a Geologia, infine
a Medicina, Scienze e Ingegneria. A Lettere gli studenti rifiutano il
confronto con la Cgil.scuola, perche’ non accettano una "piattaforma
elaborata fuori dalle commissioni". Nel corso del mese di gennaio entrano in
scena anche i docenti precari, prima a Napoli, poi a Palermo. Chiedono
l’immissione in ruolo e la formazione di un ruolo unico dei docenti e
impiego a tempo pieno. A febbraio il movimento si estende a tutta l’Italia.
Nel ’77 palermitano non si registrano atti clamorosi come la contestazione
di Lama a Roma (17 febbraio) e la "creativita’" non reca firme famose, come
a Bologna, dove Radio Alice, la piu’ nota delle radio libere che proliferano
dappertutto, detta la colonna sonora del movimento, tra mao-dadaismo e
trasgressione. Anche a Palermo si contesta il Pci (si scrive e si grida lo
slogan: "Pci = Nuova Polizia", a cui si risponde con: "Via via la falsa
autonomia") e Avanguardia operaia e Partito di unita’ proletaria vengono
considerati "bracci del Pci, contro il movimento". Anche a Palermo ci sono
scontri, ma non ci sono morti come in altre citta’. Il 15 febbraio c’e’ un
corteo dei disoccupati e c’e’ uno scontro tra i servizi d’ordine di alcuni
gruppi e quello del Pci. Il segretario della Fgci Mario Azzolini viene
ferito alla testa. Un comunicato del Pci attribuisce il ferimento agli
"autonomi", l’ala dura del movimento. Il giorno dopo la polizia carica un
corteo di studenti universitari e medi che tentano di aggregarsi a un corteo
sindacale, ma non ci sono spari. Invece il 7 marzo, quando un centinaio di
studenti manifesta davanti al Teatro Biondo per contestare il prezzo del
biglietto per il concerto del cantautore Bennato, proprio quando una
delegazione incontra il cantante e ottiene la promessa di un concerto
all’universita’, la polizia spara e cinque studenti vengono arrestati per
detenzione di armi improprie.
A Bologna l’11 marzo viene ucciso lo studente di Lotta continua Francesco
Lorusso. Figlio di un generale, faceva pure il barelliere a Lourdes. C’e’
qualche tafferuglio durante un’assemblea di Comunione e liberazione;
interviene la polizia, chiamata dal rettore, che carica gli studenti
sciamati per le strade della citta’. Un carabiniere in servizio di leva
risponde alle bottiglie molotov con dei colpi di pistola e colpisce Lorusso.
Il carabiniere non sara’ punito, in omaggio alla legge Reale sull’ordine
pubblico, passata l’anno precedente. Seguono tre giorni di scontri. Gli
studenti di Palermo rispondono con un corteo in cui si fa ricorso
all’ironia: sfilano in tremila e molti hanno sul petto un cartoncino con il
tiro a segno. A Roma la manifestazione del 12 marzo, con cinquantamila
partecipanti, diventa guerriglia urbana. Gli studenti lanciano le molotov,
la polizia carica. Il ministro dell’Interno Cossiga e’ per la linea dura
(ora dichiara che quella linea porto’ alla sconfitta degli autonomi ma
spinse molti di loro verso la lotta armata, come dire che la toppa fu
peggiore del buco). Lo stesso giorno a Torino le Brigate combattenti (sono
quelli di Prima linea) uccidono il brigadiere della Digos Giuseppe Ciotta.
Ci saranno altri morti: il 21 aprile a Roma una pistola 7,65 colpisce a
morte l’allievo sottufficiale Settimio Passamonti; il 27 aprile ancora a
Torino le Brigate rosse uccidono il presidente dell’ordine degli avvocati
Fulvio Croce, reo di aver nominato i difensori d’ufficio per il processo ai
brigatisti; il 12 maggio a Roma durante una manifestazione dei radicali la
polizia uccide Giorgiana Masi; due giorni dopo a Milano negli scontri con
autonomi viene ucciso il poliziotto Antonino Custra’ (e l’immagine del
ragazzo con la pistola puntata scattata quel giorno fara’ il giro delle
prime pagine). Sempre a Milano, il 2 giugno, le Br gambizzano (il termine
diverra’ abituale) Indro Montanelli, il giorno dopo a Roma feriscono il
direttore del Tg1 Emilio Rossi; a Roma, il 30 settembre, i neofascisti
uccidono il militante di Lc Walter Rossi; il primo ottobre a Torino gli
autonomi incendiano un bar e muore lo studente Roberto Crescenzio; il 16
novembre ancora a Torino i brigatisti feriscono a morte il giornalista Carlo
Casalegno. Il quotidiano "Lotta continua" intervista il figlio Andrea, gia’
militante di Lc. Ormai il ’77 e’ in piena crisi. L’assemblea nazionale che
si svolge a Bologna dal 23 settembre fa registrare dissensi e spaccature
insanabili, ma il corteo finale si conclude senza scontri.
Tra i protagonisti del movimento ci sono anche a Palermo gli autonomi e gli
"indiani metropolitani", l’ala creativa, incline alla provocazione verbale e
all’autoironia. In quei giorni tra gli occupanti di Lettere compare Nino
Gennaro che tappezza i muri con i suoi tatzebao e le sue poesie. Aveva
lasciato Corleone, dove aveva vissuto anni di impegno e di provocazione,
culminati con la condanna del padre di Maria Di Carlo, denunciato dalla
figlia per abuso della patria potesta’. Maria ha vinto la causa ma deve
lasciare il paese con Nino che e’ stato il suo mentore e sara’ il suo
compagno.
In una fotografia pubblicata nel libro Le compagne, i compagni, il movimento
del ’77 a Palermo, pubblicato dal Centro siciliano di documentazione, nato
in quell’anno, si vede Peppino Impastato seduto nel cortile della Centrale
in via Maqueda. Ha fatto parte di Lotta continua, ora e’ vicino all’area
dell’Autonomia. La sua radio, aperta a maggio di quell’anno, si chiama Radio
Aut, ma considera la violenza brigatista "il partito della morte, della
paura, dell’espropriazione della lotta di massa". E contesta l’uso di
stupefacenti, a cominciare dallo spinello, che e’ diventato una sorta di
eucarestia nelle aule occupate. Dice che e’ l’inizio del disimpegno. Anche
Peppino andra’ a Bologna per vivere l’ultimo atto del movimento. Le
delusioni ormai sono tante e pensa al suicidio. Ma continuera’ il suo lavoro
finche’ i mafiosi per chiudergli la bocca lo faranno saltare sul tritolo.
Nel libro del Centro i protagonisti si raccontano e provano a dialogare.
Parlano di due culture diverse, di "trip diversi" (tra chi e’ favorevole e
contrario al fumo), di due modi di concepire la politica e di vivere la
vita. Dicono che a Palermo si vive "la crisi piu’ grave" e teorizzano il
rifiuto del lavoro e della professionalita’. Confessano la delusione. I
fuorisede si dicono isolati da tutto, dalla citta’, ma pure dai compagni (e
le immagini fotografiche testimoniano lo squallore, con i cessi trasformati
in abitacoli e scritte come: "Il pensionato fa puzza di merda, pazzia e
morte"). Le femministe dicono che non sono riuscite a scardinare la "logica
politica maschile" e che anche tra le donne si ripropone il leaderismo, ma o
rmai gli "angeli del ciclostile" hanno preso il volo e i loro girotondi
(ante litteram) continueranno. Maria Di Carlo e’ l’esempio di uno sbocco
positivo; Barbara Poli, morta a 15 anni nella sua ribellione alla famiglia
che le vieta di uscire di casa, e’ l’emblema di un destino di repressione
che si vuole archiviare. In realta’ gia’ quando i protagonisti vengono
invitati a raccontare la loro esperienza c’e’ aria di smobilitazione. Molte
copie del libro andranno al macero.
Sono stati indicati come caratteri nuovi del ’77 la creativita’ e
l’antiburocratismo, in contrapposizione a un ’68 giudicato iperpoliticizzato
e dominato da gruppi e gruppuscoli. Quel che e’ certo e’ che i due movimenti
cadono in tempi diversi: il ’68 e’ internazionale e apre una fase storica,
animata da grandi speranze. C’e’ il Vietnam, c’e’ Che Guevara, c’e’ la
scoperta della politica come partecipazione, della sessualita’ come
liberazione da vincoli e conformismi. Nel ’77, che e’ solo italiano, sono
gia’ cadute molte certezze, anche se dalla Cina arriva l’eco di una
rivoluzione culturale vissuta come una ventata sburocratizzante e
liberatoria, e la "creativita’" spesso reca il segno della disillusione e
della bestemmia contro un dio morto o moribondo.
Si disse allora e si dice anche oggi, in occasione del trentesimo
anniversario: il ’77 e’ stato un parricidio, nei confronti delle
organizzazioni storiche del movimento operaio; una manifestazione di
diciannovismo, a ricordo degli estremismi degli anni che prelusero al
fascismo; l’epifania di due societa’: quella degli occupati e quella dei non
garantiti, nella lettura di Asor Rosa, il saggista rientrato nel Pci dopo
l’esperienza operaista; la morte della politica e la nascita
dell’antipolitica; una metafora del comunismo e della sua crisi. La politica
non e’ ancorata a schemi fissi ma non puo’ essere neppure una capanna su un
cumulo di macerie. Il comunismo di cui si parla in quegli anni e’ insieme
egualitarismo, partecipazione diffusa, democrazia diretta, coniugava i
Manoscritti del giovane Marx e Porci con le ali, il diario sessuo-politico
di due adolescenti extraparlamentari, scritto da Marco Lombardo Radice e
Lidia Ravera, ma troppo spesso l’utopia era avvilita dal velleitarismo e
stravolta dal culto della violenza con l’ostensione della P38. Quello dei
brigatisti era ancora piu’ truce e mortifero del socialismo reale che si
apprestava a consumare la sua parabola. Le istanze di partecipazione e di
protagonismo, poste soprattutto dalle femministe e dai soggetti piu’
svantaggiati, come i fuorisede e i precari, con un precariato allargatosi a
dismisura, sono ancora attuali.
Pratiche di quegli anni, dall’assemblearismo
all’irrisione, rivivranno nei movimenti pacifista e noglobal, ma ieri come
oggi non sono riuscite a maturare un progetto alternativo.
L’articolo di Umberto Santino è stato pubblicato sul sito del Centro impastato (www.centroimpastato.it) e nell’edizione palermitana del quotidiano "La Repubblica" del primo febbraio 2007. Ridiffuso da La Domenica della NonViolenza n. 114, supplemento domenicale de "La nonviolenza e’ in cammino" di Peppe Sini.