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IN URSS: CON LE VITTIME DEL NUCLEARE


Dal nostro corrispondente dalla Polonia Prof. Michel Barin Champion
mercoledì 26 gennaio 2011, di Emanuele G. - 538 letture

Ho viaggiato per lavoro, in vari luoghi dell’est Europa.

Prima degli anni novanta, nell’area comunista, la situazione era terribile.

La mia ditta, polacca, m’inviava, assieme ad alcuni operai, ad installare dei computer industriali in fabbriche sovietiche.

Una volta arrivammo a nord, a poche centinaia di chilometri dal Mar Bianco.

La temperatura variava tra i meno 30 ed i meno 40 gradi.

Il nome della località era tenuto segreto, Si trattava di una zona in cui si operava con il nucleare. Si poteva entrare soltanto per motivi di lavoro, dopo aver subito vari controlli.

A parte i soldati, molti, la gente del luogo viveva di fatto reclusa, da sempre.

Era una città gulag, una delle molte costruite dal regime sovietico.

Alcuni operatori di fabbrica mi spiegano che in questa zona la radioattività è fuori controllo, le persone muoiono tutte di cancro, raramente superano i 40 anni.

L’aria, l’acqua e i pochi prodotti che questa terra desolata offre, sono tutti contaminati.

La cittadina è, di fatto, un’enorme pattumiera.

Rimarrà tale fino a quando questa realtà non sarà smascherata e portata a conoscenza all’esterno.

Ciò è difficile a causa della legge vigente che proibisce la diffusione di notizie relative all’ambiente.

Il timore è di danneggiare la produttività delle zone industriali.

Chi parla agli estranei della particolare produzione nucleare, rischia la pena di morte!

In questa cittadina vengo a contatto di un ospedale particolare, molto speciale.

E’ una costruzione vecchia, con vetri rotti, priva di riscaldamento.

Il personale è poco e da diversi mesi non ricevono lo stipendio. Sovente lo stipendio consiste in alcuni kili di fagioli e farina.

In questo “ospedale” sono rinchiusi centinaia di bambini che, a prima vista, non hanno niente di comune.

Il cibo, poco, c’è grazie alla buona volontà degli abitanti. Lo stato li ha abbandonati.

Entrato, mi trovo in una gran sala con tanti lettini.

Vedo esseri umani deformi, urlanti, piangenti.

Hanno la testa ingrossata, le braccia prive di mani, i piedi monchi o contorti.

Sono bambini idrocefali, sproporzionati; alcuni anche ciechi, sordomuti. Sono i figli della maledizione nucleare!

I genitori lavorano come impiegati od operai nei cantieri atomici cittadini. Molti di questi bambini sono orfani: i procreatori, pur lavorando faticosamente, sentono di non riuscire a sfamare questi bambini.

I suicidi sono all’ordine del giorno.

Nei momenti liberi dal mio lavoro, vado a prestare aiuto in questo particolare ospedale.

Le creature sono molto sensibili: il fatto di avere accanto un essere umano le rende grandemente felici.

Apprezzano enormemente una carezza; ascoltano con emozione una tua parola, sono contenti soltanto per il fatto d’avere qualcuno vicino!

Si sente che nella loro breve vita hanno provato solo dolore.

Passo tutto il tempo disponibile con loro.

Li pulisco, li pettino, li coccolo: hanno un gran bisogno d’amore.

Con alcuni riesco addirittura a parlare di Dio: purtroppo nessuno ha loro insegnato la religione. Per anni questo argomento è stato vietato.

Anche in Polonia, il regime politico vietava di frequentare le chiese, in parte devastate o chiuse. Però i genitori, di nascosto, parlavano di Dio.

In questo luogo sperduto, la gente non ha nemmeno la consolazione della preghiera.

Quando entro nell’”ospedale” tutti mi chiamano; appena mi avvicino a queste creature, chi può, mi abbraccia, mi accarezza. Si stringono forte, contenti.

Alcuni parlano, chiedono notizie, vogliono sapere cosa c’è oltre il muro.

In questa sperduta località in poco tempo mi sono fatto tanti amici!

Mi danno tanto, tutto.

Con loro i miei problemi svaniscono.

Medito: farebbe bene a molti “normali”, eterni scontenti, vivere questa realtà.

Farebbe bene, soprattutto, a coloro che in Italia, ancora oggi, sbandierando la falcemartello, auspicano e invocano questo tipo di “libertà”…

Assieme a questi bambini rimango una settimana.

Il tempo, con loro, passa veloce. Troppo.

Il distacco è molto doloroso.

Mai più proverò la sensazione, intensa, di “sentirmi utile” come in quel periodo siberiano.

Ora, a distanza d’anni, ho ripreso a portare aiuti ai bambini orfani del sud Polonia.

Ora, come nel periodo russo, nel compiere questa azione, provo gran gioia.

E’ questa la letizia che vorrei comunicare anche al mio prossimo..

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