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I volti delle mafie: miti antichi e google generation criminale

Dai Beati Paoli, alla storia dei cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso. Dall’Italia all’Australia alla Germania. Dalle città invisibili a Internet. La scia di sangue e di violenza.
di francoplat - mercoledì 24 febbraio 2021 - 703 letture

C’è un ponte immateriale che unisce il mondo passato e quello presente delle mafie. Non è quello promesso da decenni sullo Stretto di Messina, ma la persistenza, nell’immaginario e nella pratica mafiosi, degli antichi riti di affiliazione.

Nella loro storia ormai plurisecolare, se si pone l’esordio della camorra ai turbolenti decenni a cavaliere dell’Unità d’Italia e quello di Cosa Nostra e ‘ndrangheta di poco successivo, la leggenda dei Beati Paoli, di marca siciliana e più specificamente palermitana, e quella dei cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso, incardinato nel mondo criminale calabrese, continuano a suggerire una sorta di identità collettiva ai membri di tali organizzazioni, sfidando i tempi, restando a galla anche tra le pieghe della globalizzazione.

Si prenda la seconda leggenda, i cui caratteri sono noti, ma che si rievoca sinteticamente. Tre cavalieri spagnoli, appunto Osso, Mastrosso e Carcagnosso, legati a un’associazione segreta di Toledo, la Garduña, scapparono dalla Spagna dopo aver lavato nel sangue l’offesa all’onore di una sorella violata da un signorotto locale. Per trent’anni, siamo all’inizio del Quattrocento, rimasero nascosti in una grotta nell’isola di Favignana, dove elaborarono codici e riti che avrebbero dovuto accomunare i futuri seguaci della loro attività di proselitismo mafioso. Trascorsi tre decenni, si separarono, approdando, il primo, in Sicilia, dove fondò la mafia, il secondo, ossia Mastrosso, in Calabria, dando origine alla futura ‘ndrangheta, mentre il terzo, più intraprendente, si stanziò a Napoli e battezzò, per così dire, la camorra. Nella rappresentazione leggendaria, Osso rappresentava Gesù Cristo, Mastrosso evocava San Michele Arcangelo, con tanto di spadino in mano a tagliare il giusto e l’ingiusto; quanto a Carcagnosso, raffigurava San Pietro, sopra un cavallo bianco.

Questa è la leggenda. Ebbene, si tratta di una leggenda tutt’ora operante e ben fuori dai confini regionali calabresi. In Australia, ad esempio, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, dove tra il 1977 e il 1994 furono uccisi tre uomini delle istituzioni impegnati nella lotta contro la criminalità organizzata. In missione australiana, il compianto Nicola Calipari, all’epoca dirigente della Questura di Cosenza ed esperto di organizzazioni mafiose, aveva redatto una relazione concernente la presenza ‘ndranghetista in quelle plaghe, all’interno della quale compaiono quei codici di stampo antico rinvenuti dai poliziotti locali nelle abitazioni dei mafiosi inquisiti. Da quella redazione, poi, il magistrato Vincenzo Macrì e lo storico Enzo Ciconte trassero un libro interessante, “Australian ‘ndrangheta: i codici di affiliazione e la missione di Nicola Calipari” [1], nel quale emerge il legame di continuità tra la vecchia leggenda e i riti che decretavano l’accesso di un neofita all’organizzazione criminale.

Del resto, quanto a continuità, nel 2007, a Duisburg, in Germania, la strage di Ferragosto, nella cornice della faida tra le famiglie Natta-Strangio e Pelle-Vottari-Romeo, portò gli inquirenti davanti ai cadaveri di sei persone, nelle tasche del più giovane dei quali fu rinvenuto un santino bruciato, San Michele, simbolo dell’avvenuta affiliazione. E nel ristorante “Da Bruno”, dove fu compiuto l’eccidio, i poliziotti tedeschi trovarono una sala attrezzata per le riunioni del locale con la statua di San Michele Arcangelo a fianco della porta, convitato sacrale e supremo a presenziare le decisioni assunte in quella stanza.

Come spesso capita nella valutazione della storia delle organizzazioni criminali, l’atteggiamento diffuso nei confronti di tali riti e di tali simboli è leggero, per non dire superficiale, e irrisorio. Cose primitive, da selvaggi, degne di un’accozzaglia di criminali e assassini, cose arcaiche, folclore del quale ridere o da ignorare.

Relegare nel folclore la tenuta identitaria di tali manifestazioni di appartenenza, dei meccanismi consolidati e persistenti dei riti di affiliazione, è un errore. Come osserva con lucidità Enzo Ciconte, perché stupirsi dell’uso di tali codici tra le organizzazioni criminali, «se rituali plurisecolari continuano a sopravvivere con rinnovato fascino nella Chiesa cattolica e nella massoneria non solo italiana, ma, soprattutto, internazionale?».

Quei riti, quei simboli, quei codici, quelle parole che paiono arrivare da chissà quali lontananze, incomprensibili e orride, non sono un retaggio antico, residuo di un tempo che fu, da guardare con sufficienza, ma lo scudo identitario di un’organizzazione militarmente strutturata, di un’istituzione che si è ritagliata, all’interno dello Stato legale, uno spazio, un “popolo”, un ordinamento giuridico dotato di proprie regole coattive e di ordini che ne impongono l’osservanza.

Basterebbe fare un salto tra i reati meritevoli di sanzioni nel mondo ‘ndranghetista, per avvicinare le logiche di un codice penale ancora poco esplorato e poco noto, ricalcato sul modello di quello statale. Le violazioni della regola dell’omertà, attentare all’onore delle donne di un altro membro, disattendere le consegne, la sobillazione dei compagni, la vigliaccheria, l’ubriachezza continuata sono solo alcuni dei comportamenti da condannare e condannati dagli ordini giudicanti interni. Il ventaglio delle pene, proporzionali alla colpa riconosciuta all’affiliato, è altrettanto variegato: la multa, la multa a traggenza, ossia il divieto per il colpevole di recarsi a feste o a riunioni e l’obbligo di restare confinato per tutto il giorno in campagna, il tartaro, che consisteva nell’imbrattare di feci e urine il volto e il corpo del reo per esporlo al pubblico spregio, le zaccagnate, cioè colpi di coltello non mortali inferti dal cosiddetto puntaiolo, sino all’utri con la fossa, la pena capitale. Tutto ciò decretato dal Tribunale di umiltà, non di rado allestito nel corso delle riunioni della Madonna di Polsi, così cara ai mafiosi calabresi.

Questo mondo che giunge da lontano ha saputo combinare, nel tempo, tradizione e innovazione, ha mantenuto vive visioni, immagini, fantasie arcaiche e su di esse ha innestato un altro volto, quello che si è adattato plasticamente al mondo globalizzato. In tal senso, risulta evocativa ed efficace la definizione di mafia liquida attribuita dall’onorevole Francesco Forgione alla ‘ndrangheta in una relazione della Commissione parlamentare antimafia da lui presieduta al tempo; relazione che ha trovato posto in un testo piuttosto interessante, “Ndrangheta. Boss, luoghi e affari della mafia più potente al mondo. La relazione della Commissione Parlamentare Antimafia”, pubblicato nel 2008 [2]. Liquida non per la sua leggerezza, quanto piuttosto per la sua capacità di scivolare, più o meno silenziosamente, in ogni piega della società, economica, politica, culturale, e in qualsiasi spazio geografico, nazionale e/o internazionale.

È in questa capacità di adattamento ai grandi mutamenti della società odierna che le mafie, non solo quella calabrese, rivelano la loro forza, esportando un brand di successo ben fuori dai confini nazionali, cavalcando ormai con dimestichezza quel mondo della Rete che è diventato uno degli spazi in cui i giovani affiliati ai clan si collocano. Si tratta della Google generation criminale, quella dei giovani nati a cavaliere tra XX e XXI secolo, che sfruttano le potenzialità del mondo digitale per propagandare, in modo più o meno criptato, la propria cultura criminale, il proprio credo mafioso, attraverso profili su FB che richiamano, soprattutto nel caso dei baby-camorristi, icone cinematografiche, Scarface per esempio, o boss locali e internazionali, da Riina a Pablo Escobar, per intenderci, ma anche Bin Lāden.

Un mondo, quello virtuale, in cui il linguaggio dei giovani camorristi, testuale e visivo, ibrida figure e mondi diversi, ma accomunati dalla stessa matrice violenta e mortuaria, e attraverso il quale linguaggio i nativi digitali assolvono, per conto delle generazioni più vecchie, compiti quali quello di spiare il “nemico” attraverso i profili FB o di veicolare messaggi agli amici. Davanti alle tastiere, a giudizio di Marcello Ravveduto (docente universitario e pubblicista), i “piccoli” camorristi declinano, in uno slang imbastardito, il verbo criminale in senso fondamentalista: «l’immaginario e il gergo sono la plastica rappresentazione di un integralismo culturale chiuso al confronto tra identità locale e dimensione nazionale, ma contemporaneamente aperto alle influenze della globalizzazione digitale» [3].

Della Rete, mafiosi, ‘’ndranghetisti, camorristi sfruttano ogni potenzialità. Lo stesso mercato della droga è diventato 2.0: Facebook è la piazza virtuale per il mercato della cocaina, per chi desidera avere a casa la sostanza lontano da occhi indiscreti, mentre dal sito Silk Road è possibile ordinare ogni tipo di droga, senza incorrere in eccessivi problemi.

Riti ancestrali, codici arcaici e mondo digitale si trovano così a convivere nella cultura mafiosa, costruendo l’immagine ibrida di un giovane, magari come Tommaso Venturi, il diciottenne ucciso a Duisburg, che aveva in tasca un santino bruciato e nelle dita, forse, le potenziali competenze digitali per agganciare l’interreale, la realtà virtuale. Secondo alcuni studiosi, quel santino andrebbe inteso come un talismano, uno scudo contro la feroce omologazione culturale connessa al fenomeno della globalizzazione, una risposta identitaria all’epoca del pensiero unico dominante. Difficile dire se sia o meno così. Di certo, è tempo che si superi l’atteggiamento sprezzante nei confronti della presunta sub-cultura mafiosa, di cui i riti di affiliazione arcaici sarebbero una delle manifestazioni. Quel disprezzo impedisce di scorgere la complessità della realtà criminale mafiosa, il suo carattere internazionale, il suo immenso patrimonio sociale, la sua duttilità rispetto ai mutamenti del presente, la sua pervasività a ogni livello.

Le mafie non sono più nelle grotte di Favignana, ammesso e tutt’altro che concesso che vi siano mai state. Sono qui e ora, con i loro pizzini telematici, i loro tweet criminali, il loro linguaggio, questo fedele a sé stesso, di prevaricazione e violenza e di morte.

[1] Australian ‘ndrangheta: i codici di affiliazione e la missione di Nicola Calipari / di Enzo Ciconte e Vincenzo Macrì. - Rubbettino, 2009.

[2] ’Ndrangheta. Boss, luoghi e affari della mafia più potente al mondo. La relazione della Commissione Parlamentare Antimafia / di Francesco Forgione. - Dalai Editore, 2008.

[3] Lo spettacolo della mafia. Storia di un immaginario tra realtà e finzione / Marcello Ravveduto. - EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2019.


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