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I russi sono matti

di Sergej - mercoledì 13 novembre 2019 - 639 letture

L’Italia, forse anche grazie alla distanza, ha sempre avuto un buon rapporto con la Russia. Economicamente si pensi ai grandiosi progetti di Gualino nel 1917 per la costruzione di una San Pietroburgo 2 (che al confronto Milano 2 era un sottoscala), o in epoca più recente Togliattigrad e gli interessi della FIAT, e ora l’ENI petrolifera e i vari mercanti del turismo e del cibo; politicamente la Russia è stato il primo Paese a riconoscere la nascita della nuova formazione statale nata all’indomani del fascismo, lo Stato ancora guidato da Badoglio e dal suo corto re; umanamente non può essere cancellata dalla nostra memoria l’aiuto che i marinai russi diedero alle popolazioni di Messina colpite dal sisma e dallo tsunami nel 1908, né l’aiuto che diedero ai nostri soldati che pure erano stati mandati come invasori, nell’inverno lungo della nostra disfatta e della “ritirata”. E i russi hanno sempre avuto una certa curiosità per l’Italia - si pensi alle mediterranee villeggiature che prima della guerra (prima del 1914) e dopo fecero intellettuali (come Gorkij) o futuri politici (Stalin, Lenin ecc_), e oggi i figli degli oligarchi. Questo per dire che sì, ha ragione Nori: “i russi sono matti”. E ha ragione anche a dire che dopo il 1991 non esiste più letteratura “russa” ma esiste una produzione che partecipa ai generi e alla produzione “internazionale”, ghostwriter della produzione occidentale (filone nordamericano / anglosassone).

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Copertina del libri di paolo Nori: I russi sono matti.

Molto gradevole se non strepitoso il libro di Nori. Una letteratura russa “per principianti” ovvero divulgativa - sembrerebbe. Divertente, piena di aneddoti e l’abile miscela di notizie autobiografiche e notizie “culte”. Può essere letta “facilmente” anche da uno che non ha mai letto i romanzi russi e fargli venire la voglia di leggerli. Nello stesso tempo, dietro l’apparente facilità, vi è lo storico e lo studioso vero, che le cose che dice le ha studiate sul serio. E c’è il narratore, il letterato Nori, che riesce a norizzare anche la storia della letteratura russa (e questo dice quanto bravo e importante sia Nori per la “nostra” letteratura). Che poi io a Nori l’ho conosciuto ed era e niente fa supporre che non sia anche ora un ragazzo bravo bravo di quelli paciosi che se ne stanno nell’angolo e sembra che tutto scorre su di loro come un ferro da stiro e poi ti fa quel sorriso innocente e tu non sai se tirargli uno schiaffo per farlo svegliare oppure coccolarlo per la tenerezza da orsetto che ti ispira ed eravamo a Scordia e allora era ancora vivo un mio amico che si chiamava Salvo ed era stato lui a portare questo Nori e questo Cornia che erano due ragazzetti che avevano scritto il loro primo libro e nessuno se li cacava ma Salvo che anche lui voleva scrivere e che aveva una cosa che io non ho mai avuto l’attenzione allora lui riuscì a farli venire in quel posto sperduto che era la Sicilia che era Scordia che era quel posto lì dove avevamo presentato i libri e poi eravamo andati a mangiare e c’era Cornia che era il più sveglio e parlava mentre Nori no lui aveva gli occhietti vispi ma sorrideva e a mia sorella Nori fece simpatia e poi qualche anno dopo Salvo morì.

L’operazione che Nori compie, ponendosi sulla linea padano-romagnola che va da Tonino Guerra su fino a Thomas Bernhard - dal dolce al tormentato -, è quella di una lingua che si distende nella capacità dello stupore. Attraverso il flusso dello stupore Nori fa brillare (nel senso letterale di esplodere) le sue mine che giungono come le luci di un albero di natale. Operazione letteraria, stilistica, tonale, che marchia a fuoco la sua scrittura e la rende unica e inconfondibile - come del resto tutti i grandi scrittori veri, da Verga a Erri De Luca. Che la “separa” dal volgar eloquio quel tanto necessario per mantenere i contatti con la realtà ma nello stesso tempo dire: questa è letteratura, riflessione, qui ogni parola ha un significato non solo per sé ma anche nel suo contesto e non puoi togliere una sola parola, non puoi cambiare la disposizione di una sola riga senza che cada l’intero edificio e che ciò che viene detto significhi altro. Uno che scrive, che scrive veramente, non può che scrivere che nel mondo in cui scrive. È la sua “voce”, unica e inconfondibile. E Nori questa voce ce l’ha, ce l’ha sempre avuta - e noi lo abbiamo seguito in questi anni in tutti i libri che ha scritto, ogni volta trovando la conferma del Nori ragazzino che avevamo conosciuto, e sempre ricordando Salvo.

Cosa sarebbe il nostro mondo di lettori senza la letteratura russa? Domanda retorica, ma pensa un po’ se all’improvviso non ci fossero più i libri di Dostoevskij, di Tolstoj, di Puskin, Gončarov (cosa sia l’oblamotivismo Nori lo spiega in maniera superlativa, Lenin compreso), Gogol, Checov, Majakovskij, Bulgakov…? Entrata nel mondo occidentale ottocentesco con il congresso di Vienna - fu lo zar Alessandro I a imporre ad es_ una diversa (più “brillante”) intonazione musicale [1], da allora la Russia non è più andata via - nel bene (con la sua letteratura) e nel male (come potenza militare). Per dimensione, non sono mai stati la Russia “gli alieni” dell’Occidente, ma semmai l’Occidente una periferia della Russia; per noi “piccoli così” ovviamente è sempre stato il contrario. Per noi lettori marginali del mondo dei lettori “universali”, leggere i libri Russi ha sempre significato addentrarci in un mondo in cui ci riconoscevamo, e in cui ritrovavamo noi stessi (“vedendoci”, scoprendoci) ma in qualche sotto una lente distorsiva, che “dentro” infilava e ingigantiva un bel po’ di robe. Tipo la faccenda delle “anime morte” (Gogol): anche da noi c’era il feudalesimo (si pensi al Sud d’Italia) con i signorotti e tutta la faccenda. Ma lì in Russia c’era qualcosa di più. Questo “di più” rendeva le storie ancora più belle e appetibili.

GiroLetture

Ogni libro vive in un contesto, un insieme di letture che dilatano esperienze e conoscenze, rendono il libro un "libro aumentato". Occorrerebbe leggere il libro di Nori assieme alla raccolta di interventi che Lotman fece per un programma televisivo. Conversazioni sulla cultura russa di Jurij Lotman, edito da Bompiani nel 2017 [2]. Lì Lotman spiega com’era strutturata la società russa, e da lì si capiscono molte cose. Lotman è stato un grande maestro, e ci ha insegnato un sacco di cose. Ci sarebbero anche i libri che Jan Brokken ha dedicato a Dostoevskij, al Baltico ecc_, che mi sono piaciuti molto [3]. Affascinante ma un po’ tetro è La lanterna di Molotov di Rachel Polonsky, una specie di "guida alle case" di illustri sovietici. Ecco, il mio consiglio di lettura per oggi miei cari amici sono questi due libri: Conversazioni sulla cultura russa di Jurij Lotman, e I russi sono matti di Paolo Nori.


Sinossi del libro

Quando per un viaggio organizzato si ritrova nel ruolo insolito di guida tra le strade di San Pietroburgo, Paolo Nori scopre che i turisti sono più interessati a visitare la casa dove nella finzione abitava il protagonista di Delitto e castigo che non la sede della polizia dove Dostoevskij fu nella realtà processato. E d’altra parte è per noi più reale Anna Karenina delle sue contemporanee in carne e ossa, perché come diceva Šklovskij «Quello che c’è scritto in Anna Karenina è più vero di quel che scrivono sui giornali e nelle enciclopedie».

Così, dopo quarant’anni di frequentazione, tra libri letti, amati e tradotti, Nori scrive il suo Corso sintetico di letteratura russa, che di accademico ovviamente non ha nulla. Esilarante e rocambolesco, sbilenco e a suo modo intimo, passa in rassegna le idiosincrasie e il genio dei grandi autori: da Puskin che per primo e forse per caso abbandona l’aristocratico francese per scrivere «nella lingua dei servi della gleba», creando di fatto il romanzo russo, a Erofeev che in piena dissoluzione dell’Urss riempie di bestemmie un capitolo del suo Mosca-Petuški, mettendo però cortesemente in guardia le lettrici; da Tolstoj che in una lettera dice di non poterne più di scrivere «la noiosa, la triviale Anna Karenina» a Dostoevskij che si considera «un uomo felice che non ha l’aria contenta»; da Gogol che dopo ogni (supposto) fiasco fugge all’estero fino a Brodskij che si fa dettare dall’agente del Kgb il motivo della sua stessa richiesta di espatrio.

Eppure se anche davvero I russi sono matti, hanno creato in appena due secoli una delle più grandi letterature mai esistite, capace di cogliere l’umorismo tragico dell’esistenza e di togliere l’“imballaggio” alle parole, restituendo loro tutta la forza poetica perduta nell’uso, di cogliere l’intraducibile byt (diciamo per semplicità: la vita) nel suo farsi, di costruire romanzi pieni, come diceva un detrattore di Puskin, di «scenette insignificanti da vite insignificanti», ma che forse proprio per questo ancora oggi ci sembrano più veri del vero.


L’autore

Paolo Nori: nato a Parma nel 1963, abita a Casalecchio di Reno e scrive dei libri; l’ultimo, prima di questo, è La grande Russia portatile (2018).


[1] vedi: Wikipedia.

[2] Ci fa piacere che Nori lo citi in bibliografia e l’abbia utilizzato per il suo libro. Sul libro di Lotman vedi anche: Marco Dotti.

[3] Il giardino dei cosacchi / di Jan Brokken, edito da Iperborea nel 2016: è un romanzo con forte documentazione saggistica e riguarda Dostoevskij. - Anime baltiche / di Jan Brokken, edito da Iperborea nel 2014: bellissimo, vi si dice anche della moglie di Tomasi di Lampedusa...


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