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I ruffiani

Il sensale di matrimoni, prima che tale figura venisse completamente soppiantata dalle moderne agenzie matrimoniali.
di Ferdinando Leonzio - venerdì 1 novembre 2019 - 552 letture

Man mano che la civiltà agricolo-patriarcale cedeva spazio a quella industriale, anch’essa oggi superata dall’era tecnologica e telematica, vari mestieri, prima nel Lentinese (ma non solo) molto diffusi e conosciuti, tendevano a trasformarsi radicalmente o a scomparire; rimanevano in piedi solo pochi superstiti in grado di rallentare la loro eclissi, in quanto operanti in un regime di quasi monopolio.

Dove sono finiti gli spazzacamini? Ormai esistono solo nella canzone inserita nel celebre film Mary Poppins. E i cordai, di cui è rimasto solo il detto iri annarreri comu o curdaro (andare indietro come il cordaio), di cui pochi ormai comprendono il significato? E i Quartarari, ora solo nome, per tanti inspiegabile, di un quartiere di Lentini? E i vanniaturi (banditori)? E gli insegnanti di calligrafia, di stenografia, di dattilografia? E i sarti e le sarte, i calzolai, e presto anche i barbieri, i cui quadri si assottigliano di continuo, giacché i loro laboratori non passano più, come una volta, ai loro giuvini (aiutanti ex apprendisti), che non rimpiazzano più i mastri (maestri argiani) quando vanno in pensione?

Ma quelli che qui ci interessa ricordare sono i ruffiani. Il termine ruffiano può intendersi in due accezioni principali, ambedue negative: o come un cortigiano, un mantenuto, un adulatore servile (detto anche leccaculo o leccapiedi) che, sciorinando verso qualcuno, di solito un potente, un infinito rosario di immeritate lodi, cerca di ottenerne i favori; oppure può essere inteso in senso ancora più dispregiativo, come un procacciatore di amori illeciti o, peggio, un pappone, un magnaccia, uno sfruttatore.

Pessima considerazione per la categoria aveva il Divino Poeta che, senza tanti complimenti, la scaraventò nel suo Inferno (canto XVIII): „...Via ruffian! Qui non son femmine da conio...“.

Noi qui vogliamo usare il termine in un senso nient’affatto deplorevole, in quanto riferito ad una professione come tante altre, cioè nel senso di un sensale di matrimoni, prima che tale figura venisse completamente soppiantata dalle moderne agenzie matrimoniali.

Caratteristica essenziale della professione, esercitata sia da uomini che da donne, era anzitutto la discrezione, in considerazione della delicatezza della materia trattata.

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Il ruffiano (1625) di Gerard van Honthosrt (1592-1656)

Bisogna infatti considerare che il periodo in cui sorse e fiorì questa professione era assai ricco di tabù in campo sessuale. Le occasioni di contatto fra maschi e femmine erano assai rare e le poche che c’erano erano limitate a certi lavori collettivi.

Tanto che, fra i giovani e anche giovanissimi, le classi sociali più libere di fare un matrimonio d’amore erano solo quelle lavoratrici, poiché il lavoro procurava alla futura coppia un minimo vitale e anche perché i poveri potevano sposarsi solo fra loro, e non avevano perciò alcuna speranza di poter modificare la loro condizione sociale attraverso un matrimonio d’interesse.

Fra gli studenti, che ovviamente non guadagnavano nulla, la divisione era assai netta, con le aule che avevano i banchi divisi in file: quelli delle donne e quelle degli uomini e l’educazione fisica insegnata da professori dello stesso sesso degli alunni, con padri e fratelli che venivano quasi ogni giorno a prendere le ragazze all’uscita dalla scuola.

Per le ragazze del ceto medio il destino era uno solo: aspettare. Aspettare che qualcuno si facesse vivo: un’attesa che a volte durava troppo e che non aveva molte alternative, se non volevano affrontare, facendo un „colpo di testa“, il discredito sociale, la perdita della protezione familiare o peggio. Un’attesa, la loro, alla fine della quale ci sarebbe stato il loro passaggio dalla tutela paterna a quella maritale; o, in caso rimanessero nubili, a quella di un fratello o di una sorella più fortunata, ai cui figli la nubile, divenuta „zitella“, sarebbe stata destinata a fare da baby sitter o, per essere più precisi, da cameriera.

I giovani maschi, per soddisfare la loro „esuberanza“ virile, avevano tre possibilità davanti a loro:

a) effettuare la cosiddetta fujtina per mettere sul „fatto compiuto“ le famiglie, costrette dalla pressione sociale ad acconsentire al matrimonio „riparatore“ e soprattutto a sistemare in qualche modo la nuova coppia;

b) ricorrere alla prostituzione, specialmente alla prostituzione di Stato, fin quando esistette. Questa opzione fu di gran lunga la prevalente e contribuì in maniera determinante alla diseducazione sessuale della „clientela“, abituando i maschi a rapporti „mordi e fuggi“ che poi essi praticavano anche nell’intimità coniugale, procurandosi così spesso le corna di cui le mogli insoddisfatte erano portate a gratificarli;

c) „aspettare“... di concludere gli studi, di fare il servizio militare (allora obbligatorio), di trovare una sistemazione e infine la donna adatta.

A questo ultimo gruppo facevano spesso riferimento i ruffiani, rimpolpando con i „ritardatari“ ormai un po’ troppo maturi, la loro lista di vedovi, celibi e nubili di mezza età, di timidi, ecc.

In questo tipo di ambiente sociale ben si comprende la diffusione dell’affettuoso auspicio che si soleva fare a tutti indistintamente i novelli sposi: Auguri e figli maschi!

Infatti i maschi rappresentavano una futura entrata per la famiglia (di solito numerosa, non essendoci ancora la TV); mentre le femmine sarebbero state in ogni caso un peso in più, in quanto, se si voleva „piazzarle“, occorreva approntar loro una dote, sottraendo così risorse alla non troppo florida economia familiare.

I ruffiani avevano dunque un loro elenco di aspiranti coniugi, sia maschi che femmine, e il loro lavoro consisteva nel mettere in contatto (contatto senza tatto, si capisce) un celibe e una nubile o, per i più giovani, le loro famiglie.

Circolavano perciò - sottobanco, ovviamente - qualche fotografia, ma per le donne soprattutto la „minuta“.

Era questa, praticamente, un elenco scritto e particolareggiato dei beni che la donna avrebbe avuto dalla sua famiglia di origine al momento del matrimonio. Il corredo era descritto minuziosamente: la roba poteva essere „a quattro“, „a dieci“, „a dodici“, ecc., da un minimo di due a un massimo di ventiquattro, intendendo che la sposa avrebbe portato da due a ventiquattro lenzuola (due „di sotto“ e due „di sopra“), due o più coperte, vestaglie, camicie da notte, tovaglie; i cuscini e gli asciugamani di solito erano il doppio o il triplo delle altre cose.

Non era raro, infine, che la futura suocera andasse a vedere (in realtà a controllare) la roba della nubenda, ad evitare eventuali scherzetti fraudolenti della controparte e quindi brutte sorprese a matrimonio celebrato.

In un matrimonio di questo tipo, comunemente detto portato, cioè proposto dal ruffiano, all’aspirante sposo della futura moglie interessava infatti conoscere non le doti, ma la dote. Cioè i beni che essa avrebbe conferito nell’affare, perché di questo si trattava in realtà. La domanda dominante che i parenti e gli amici dell’aspirante sposo si facevano era perciò : Cchi ci porta?

Un peso fondamentale per la conclusione delle trattative aveva dunque la cosiddetta roba, argomento magistralmente trattato da Giovanni Verga nella sua novella omonima.

Un ruolo altrettanto importante giocava inoltre la illibatezza della donna, intesa in senso assai estensivo, non solo fisico, ovviamente, ma anche psicologico. Insomma essa non doveva mai aver conosciuto un uomo che potesse averle fatto pensare a quella cosa. Da ciò le future barzellette sulla prima notte di nozze, in cui era spesso presente la celebre battuta dello sposo ansioso di consumare: - Ti ha detto nulla la mamma?

Queste „difficoltà“ ce le ricorda anche il ritornello di una nota canzone popolare: Babbo non vuole, mamma nemmeno:/ come faremo a fare l’amor?

In questo non esaltante scenario „sentimentale“ si trovava ad operare da professionista serio, da sensale fra i sensali, il ruffiano (o la ruffiana). Col giusto tatto, egli faceva dapprima cauti sondaggi fra i potenziali contraenti, finché trovava due aspirazioni che potessero combaciare: un impiegato con uno stipendio piccolo ma sicuro poteva unirsi a una donna incolta, ma con agrumeto; un invalido benestante di mezza età poteva avere una donna giovane e bella, ma senza roba; un artigiano dall’incerto lavoro poteva accontentarsi di una maestra mezza zitella e bruttina, ma con lo stipendio fisso; e via di questo passo, secondo l’esperienza e il fiuto accumulati dal ruffiano.

Egli prendeva quindi cauti contatti con le due possibili parti e, se trovava disponibilità, consentiva un rapido sguardo a qualche fotografia dell’altro contraente, ovviamente se ne era stato autorizzato.

Dopodiché mostrava alla famiglia dello sposo la minuta, redatta di solito dal padre della ragazza. Tale documento poteva essere trattenuto al massimo per un giorno, passato il quale, doveva essere restituito al suo autore, per evitare che la famosa illibatezza psicologica potesse, in caso di fallimento delle trattative, essere insidiata dalle malelingue.

Una minuta di fine Ottocento, a noi fortunosamente pervenuta, si conclude con la perentoria „intimazione“, in lingua italo-sicula, al ruffiano: Se non sono contenti ai 24 ore mi ritornassi la detta Minuta (se eventualmente i parenti del potenziale sposo non si dichiarassero soddisfatti dei beni, qui elencati, che andranno a mia figlia, entro 24 ore mi restituisca la minuta che le ho dato per farla veder loro).

Se essa (la minuta, non la ragazza) piaceva, si passava alla ricanoscenza (la presentazione fisica delle parti), a partire dalla quale iniziavano il fidanzamento e tutti i rituali ad esso connessi.

Il ruffiano, sempre presente, ma discreto, seguiva tutti i passaggi con grande accortezza, mostrando equilibrio e saggezza, misurando le parole, come si diceva allora, „con la bilancia del farmacista“, ad evitare che l’impalcatura sapientemente costruita potesse crollare per un malinteso o per altro.

Infatti il ruffiano, come tutti i sensali, aveva diritto al compenso, non per aver messo in contatto le due parti, ma solo a matrimonio celebrato.

Una professione seria, dunque, figlia del suo tempo, e in un certo senso utile ed anche necessaria. E nient’affatto scomparsa, perché essa si è evoluta nelle moderne (e numerose) agenzie matrimoniali, che si possono facilmente reperire in internet.

Insomma, si è avuta la trasformazione di un’attività di tipo artigianale in una di tipo industriale, con tanto di cataloghi con foto di aspiranti di vario tipo e condizione.

Provare per credere.


Fonte immagine: Wikipedia.



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