Dopo quasi due mesi di vita sopra i tetti, i 450 lavoratori precari hanno avuto rinnovato il contratto. Almeno, fino al prossimo inverno.
Oggi, provare a conservare il posto di lavoro, è legato a fatti eclatanti. Osiamo dire, televisivi. Come se per garantirsi un futuro all’insegna della tranquillità economica, che solo un lavoro sicuro può in parte sostenere, si debba obbligatoriamente diventare personaggi mediatici davanti alle telecamere.
I precari dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), lo hanno intuito all’indomani del 30 giugno scorso, quando alla scadenza di contratto, 200 lavoratori furono lasciati a casa con la prospettiva che altri 250 avrebbero avuto la stessa sorte entro la fine dell’anno.
Il destino di questi ricercatori è, a dir poco, ambiguo. Anni di studi dispendiosi, con tutte le riforme riduttive sul mondo della scuola e dell’università degli ultimi tempi, quasi a predisporre la solita guerra tra poveri nell’immediato futuro. Scavalcare il ruolo di studente, con diritto allo studio, a quello di precario a rivendicare un posto di lavoro accanto ad insegnanti, operai della Fiat e una fila di possessori di stranezze contrattuali che, come ha voluto precisare il nostro ministro del lavoro, devono giustificare la natura elastica dei lavoratori moderni.
Ambiguo. E’ stato giustamente utilizzato l’avverbio “atipico”, più adatto a dare una più precisa collocazione a quelle forme di lavoro a termine, dove da qualche anno “termine” è quasi diventato il requisito basilare richiesto dalle aziende che offrono un’assunzione. Un requisito che, per coloro che navigano in questa tempesta di “salviamo il salvabile” da almeno qualche anno, apre soltanto la porta di un ammortizzatore sociale, che attenui per qualche mese la disperazione.
L’ambiguità vera dell’Ispra era rappresentata dall’esclusione dei suoi precari dal decreto anticrisi, approvato dal governo qualche mese fa. Un’ambiguità della quale aveva preso coscienza anche il ministro dell’ambiente nel provare ad analizzare la situazione con i sindacati, che hanno sostenuto le proteste dei lavoratori in questi due mesi.
Il ministro Stefania Prestigiacomo si era soffermata sulla stranezza di un istituto mandato avanti da circa il 40% di lavoratori atipici, tra quelli a tempo determinato, co.co.co., possessori di borse di studio e assegni di ricerca. Stranezza aggravata da un commissariamento dell’istituto che dura da quasi due anni.
Le sue parole rassicuranti delle ultime settimane, sullo sforzo del governo a potenziare l’Ispra con l’avvio di nuove assunzioni a tempo indeterminato, che limitasse la piaga del precariato, non avevano tranquillizzato né i precari arrampicati sui tetti, in segno di protesta, né i rappresentanti sindacali di base Usi-Rdb Ricerca, che avevano proseguito lo stato di agitazione.
Dopo due mesi di vita sui tetti, come comunicatoci dal sindacato, è stato siglato l’accordo che permetterà a 450 precari un rinnovo del contratto di un anno. La chiusura temporanea di una piccola falla di questo sistema astruso, che regola il mondo del lavoro, lascia irrisolte le miriadi di situazioni analoghe di migliaia di ricercatori di altri enti.
Dopo l’acquisizione sul campo di una professionalità e competenza e spesso invidiataci nel resto del mondo, questi lavoratori continuano ad operare coscienti di un passato incerto, consegnato dal precedente governo Prodi, ed un futuro scettico sui nuovi processi di riorganizzazione previsti dal governo in carica che, troppo spesso, abusa del termine “riordino” degli enti, senza puntualizzare che in molti casi, ha significato il taglio di posti di lavoro.