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I piccioni di Bruttoragno

Nel paese di Bruttoragno erano tutti provenienti da altri paesi. Chiunque incontravi ci teneva a dirtelo fin dall’inizio. “Io non sono di Bruttoragno”.
di Victor Kusak - giovedì 31 ottobre 2019 - 279 letture

Nel paese di Bruttoragno erano tutti provenienti da altri paesi. Chiunque incontravi ci teneva a dirtelo fin dall’inizio. “Io non sono di Bruttoragno”. Se era una donna, il marito assente, poteva dire: “Mio marito è di Bruttoragno, ma io non sono di qui”. E la stessa cosa succedeva con i mariti, purché la moglie fosse in quel momento non presente. Quando li incontravi emtrambi, ci tenevano a dire in coro: “Noi non siamo di Bruttoragno”. La cosa singolare di Bruttoragno era questa assenza di gente originaria del luogo o che almeno avesse il coraggio di dire: Io sono di Bruttoragno. Quei pochi che confessavano un’origine nel paese, ci tenevano a mettere le mani avanti: “In realtà sono nato a Bruttoragno, ma i miei mi hanno portato via dal paese che avevo tre mesi, e ci sono ritornato solo da pochi anni”. Alcuni, orgogliosi: “Io sono fuggito da Bruttoragno, potevo avere sei anni”. E poi, a giustificarsi: “Prima non potevo fuggire, mi tenevano con il guinzaglio al collo”. Oppure: “Mi avevano rinchiuso dentro una stanza e solo quando avevo sei anni ho avuto l’altezza giusta per scappare dal finestrino che si trovava in alto”. Bruttaragno era dunque un paese di soli forestieri, e gli abitanti ci tenevano a sottolineare il fatto che “loro” non avevano nulla a che fare con gli abitanti di Bruttoragno, gli indigeni o locali, quelli comunque oriundi o “del luogo”. Ciò faceva intendere che da una parte c’erano questi fantomatici abitanti del luogo, e dall’altro c’erano loro che non avevano assolutamente nulla a che fare con gli abitanti del luogo. Li conoscevano, ma ci tenevano a rimarcare la distanza abissale che esisteva tra loro e questi abitanti locali.

Questi abitanti locali dovevano essere ben strani o orribili, perché sembrava non essercene traccia. Almeno non in giro. Erano forse appartenenti a una qualche particolare razza, o affetti da una qualche deformità, oppure erano timidi tanto da comportarsi come lumache, si ritraevano appena qualche estraneo si profilava all’orizzonte e così avevano finito per dare spazio solo a gente venuta da fuori, che si era appropriata delle loro case e delle strade. E loro, dove erano finiti loro? Si erano rifugiati nelle cantine, oppure nelle grotte neolitiche poco fuori città?

“Ma almeno mi sa dire che faccia hanno questi oriundi di Bruttoragno? Che fisionomia?”. Se lo chiedevi agli abitanti tutti estranei di Bruttoragno, questi non sapevano rispondere.

“Ma parlano un’altra lingua, o una lingua particolare?”. Niente, anche questa domanda rimaneva senza risposta.

Scendendo nella piazza principale del paese, andando al bar, trovavi soltanto persone estranee alla città e non oriunde. Il barista diceva di essere di un paese vicino. Sedendosi ad una delle sedie del palchetto che dava vista sulla piazza, si veniva subito investiti da una torma di donne che si scopriva essere tutte impiegate del vicino palazzo comunale. E tutte provenivano chi dalla città chi dai paesi vicini, o addirittura qualcuna dal continente altro, o da oltremare. Camminando per la piazza, ammirando le antiche case e i lampioni, gli alberi, le auto parcheggiate, si incontrava solo ed esclusivamente persone nate in altri paesi e trasferiti a Bruttoragno da estranei per cui era impossibile chiedere indicazioni stradali o indicazioni sui monumenti. “Scusi, ci sono monumenti interessanti, chiese da vedere, qualcosa di notevole…?”. E chiunque: “Mi spiace, non sono di Bruttoragno, non saprei proprio indicarle niente né su chiese né su monumenti”. C’erano dei cartelli, con indicazioni che riguardavano ospedale e pro-loco. Ma anche alla pro-loco, ufficio turistico della città, l’impiegato giovane che si trovava dietro al banco si scusava subito mettendo le mani avanti: “Le posso solo dare alcuni depliant, ma informazioni no perché io non sono di qui...”. Andando a vedere poi strade e monumenti, colpiva il fatto che tutte le strade erano dedicate a persone non di Bruttoragno. Oltre alla tradizionali strade intitolate alla memoria di Vittorio Emanuele, Garibaldi, Cavour, Mazzini e ad altri illustri della tradizione risorgimentale, tutte le strade non avevano alcuna dedicata a personaggi locali. Tutti di fuori. E tra i monumenti, andando a curiosare nella chiesa principale del paese, ad esempio, c’era il sarcofago di un vescovo - ma proveniva dalla diocesi vicina -, e ovviamente nessun santo locale. Tra i palazzi importanti della città, non ce n’era alcuno che rivelasse l’appartenenza a famiglie locali. C’era Palazzo Geremia, con la targhetta apposta davanti all’androne, che rivendicava l’origine settecentesca della famiglia “proveniente da Calabrugano”.

Facendo ricerche nell’archivio storico locale, si trovavano solo nomi e cognomi di persone che non erano di Bruttoragno. C’erano documenti anche molto antichi. Atti notarili di compravendita di beni, testamenti, certificati di morte, persino antiche cronistorie eseguite da canonici che avevano vissuto in quella città nei secoli passati. Tutti i nomi e cognomi recavano invariabilmente oltre al cognome e nome e provenienza paterna (fu Salvatore, fu Giacomino, fu Agata) la città di anscita che non era mai Bruttoragno.

Il sindaco, i consiglieri comunali e tutti gli impiegati del Comune, erano tutti non di Bruttoragno. Alcuni addirittura abitavano nelle città vicine, e avevano la residenza in quelle città. Tutto pur di non appartenere a quella città. Il motivo di questa caratteristica del paese di Bruttoragno era misterioso. Non c’era alcuna evidenza per cui si potesse individuare una qualche motivazione a questo fatto che potrebbe definirsi strano se non fosse universalmente accettato nell’indifferenza quotidiana. La città non era né più brutta né più particolare rispetto a città vicine. La città svolgeva le stesse funzioni e le stesse attività di tante altre città, né più né meno. C’erano strade dritte e strade storte, strade piene di spazzatura e strade pulite: esattamente come in tante altre città o paesi simili. Gli abitanti, tutti estranei alla città in cui si trovavano, non sembravano diversi agli abitanti di altre città vicine - a parte questo strano e fermo diniego che avevano rispetto al proprio essere cittadini di Bruttoragno.

Tuttavia, camminando per le strade di Bruttoragno si aveva la sensazione che persino i piccioni che si incontravano erano piccioni estranei, non di Bruttoragno, provenienti da paesi e lande lontane. “Noi non siamo di Bruttoragno”, sembravano dire anche loro, singulzando con il gozzo e muovendosi sussuegosi in circolo sbeccuzzando di tanto in tanto a terra alla ricerca di una briciola.


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