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I naufraghi dello sviluppo: la rivolta della borghesia. Il nuovo romanzo di James G. Ballard.

James G. Ballard, Millennium People, Feltrinelli, Milano 2004, pagg. 259.

di pietro g. serra - mercoledì 21 giugno 2006 - 4888 letture

James G. Ballard, Millennium People, Feltrinelli, Milano 2004, pagg. 259, 16,50 euro.

Per descrivere gli effetti della globalizzazione, gli autori che se ne occupano ricorrono spesso a immagini che fanno subito venire in mente una serie di termini decisamente poco rassicuranti: incertezza, precarietà, insicurezza, instabilità. Ulrich Beck parla, ad esempio, di “brasilianizzazione”, cioè di un mondo fortemente polarizzato, dove la ricchezza e uno standard di vita elevato si concentrano in poche mani, mentre la povertà tende ad allargarsi a macchia d’olio.

Zygmunt Bauman ha invece coniato l’espressione di “modernità liquida” (che è anche il titolo di un suo saggio edito da Laterza) per indicare la fine della fase terranea, o “pesante”, della modernità - i cui simboli più forti possono essere considerati lo stato sociale, con il suo tranquillizzante bagaglio di previdenze e assistenze, e una democrazia saldamente ancorata al dato nazionale - e l’inizio di una fase “marittima”, contrassegnata dalla navigazione a vista, dove in ogni momento si può affondare (singolarmente e/o collettivamente). Ed è ancora il titolo di un libro, L’uomo flessibile di Richard Sennett (Feltrinelli), a indicarci la caratteristica che dovrebbe possedere l’uomo “liquido” e globalizzato: quella di adeguarsi, perfettamente e velocemente, ad ogni situazione, come fa l’acqua che in un attimo assume la forma del contenitore in cui è versata.

Questo scenario, familiare anche a chi si è limitato a leggere solo qualche articolo di giornale o di rivista sull’argomento, ha trovato ora una efficace trasposizione romanzesca in Millennium People di James Ballard. Considerato un maestro della short story, Ballard, alla cui produzione il cinema ha attinto con registi di valore quali Cronenberg e Spielberg, viene spesso presentato come scrittore di fantascienza, definizione nella quale egli dichiara di riconoscersi solo in parte, preferendo quella di scrittore realista. Difficile dargli torto, almeno a giudicare da questa sua ultima fatica letteraria. La realtà di cui Ballard ci parla, infatti, non è quella di un fantastico futuro o di un remoto passato, bensì quella di oggi, della globalizzazione osservata e descritta dalla parte dei perdenti, dei “naufraghi dello sviluppo”, come li chiama Latouche, cioè della maggioranza delle persone che costituiscono il Millennium People del libro. I naufraghi del romanzo, peraltro, non sono i diseredati e gli sfruttati del terzo mondo descritti dal sociologo francese, i quali si arrangiano costruendo forme inedite di socialità conviviale, ma appartengono a ceti sociali che nella fase taylorista costituivano il nerbo del capitalismo e che sono improvvisamente sprofondati nella marginalità. Al centro dell’intreccio narrativo troviamo infatti la borghesia impiegatizia e quella dedita, con sempre più decrescente successo, alle cosiddette professioni liberali. Questi borghesi comprendono di essere diventati l’equivalente, fatte le debite differenze, dei minatori dell’Ottocento: “Le professioni basate sulla conoscenza sono l’ennesima industria estrattiva.

Quando le vene si esauriscono, veniamo scaricati, come un sacco di software scaduto”. Condizione decisamente frustrante che li spinge alla ribellione che nel romanzo ha il suo epicentro nel quartiere londinese di Chelsea Marina: “Qui era iniziata la rivoluzione della buona borghesia, non la rivolta di un proletariato disperato, ma la ribellione del ceto dei professionisti istruiti, colonna portante della società. In queste strade tranquille, teatro di innumerevoli cene sociali, chirurghi e broker assicurativi, architetti e direttori del servizio sanitario avevano costruito barricate e rovesciato le loro macchine”. Ciò a cui assistiamo è un vasto movimento di secessione sociale, di rifiuto della responsabilità civica, della lealtà che aveva fino ad allora contraddistinto la borghesia, garantendo il necessario cemento sociale. Che senso ha essere onesti, ligi al dovere, probi, quando, da un momento all’altro, ti può arrivare il classico calcio nel sedere, un benservito di fronte al quale si è del tutto sprovvisti di difesa, giacché, alle tue rimostranze, i cani da guardia del runaway world globale insediati nei mass media e nelle università ti risponderanno, facendoti quasi sentire in colpa, che nella nuova realtà della mondializzazione bisogna essere pronti ad adattarsi al mondo che cambia in fretta, e se non ci riesci vuol dire che è in te che c’è qualcosa che non va, e non in un sistema disumano che conosce solo la legge del profitto. La rivoluzione raccontata da Ballard - che il lettore segue attraverso il protagonista, lo psicologo David Markham, infiltratosi nei gruppi dei ribelli dopo la morte, in un attentato terroristico, della sua ex moglie - ha un andamento che, tutto sommato, non si discosta da quelli esaminati, con gli strumenti delle scienze sociali, da storici e politologi. Il movimento si divide ben presto in due correnti: la prima, riformista, che si accontenta di colpire bersagli simbolici e di ottenere qualche concessione di facciata, capeggiata da Kay Churchill, che finisce “col diventare una rubricista e una commentatrice televisiva di successo”, dopo aver scontato una breve condanna detentiva per aver dato un morso a un poliziotto (personaggio nel quale molti ex-sessantottini potrebbero specchiarsi senza difficoltà); la seconda, radicale, capeggiata da un pediatra, Richard Gould, una strana figura carismatica che affascina David, di cui è difficile dire se si tratti di un pazzo con una vena di saggezza o di un saggio con una vena di follia. Gould si convince quasi subito che i gesti simbolici sfoceranno in un nulla di fatto, che la rivolta, qualunque rivolta, sarà digerita dal “sistema”.

Diventa perciò teorizzatore della violenza insensata e gratuita, sganciata cioè da ogni progetto e che, proprio per questo, non potrà mai essere recuperata e imbrigliata dalla società. L’atto violento e senza senso - che Gould, in verità, non si limita a teorizzare, ma mette anche in pratica - non si prefigge la realizzazione di un preciso disegno eversivo, ma è un modo per creare “uno spazio vuoto su cui potremmo fissare lo sguardo con timore reverenziale. Insensato, inspiegabile, altrettanto misterioso del Grand Canyon. Non riusciamo a vedere la strada per i troppi cartelli. Sradichiamoli, così potremo contemplare il mistero di una strada vuota”. La “noia perniciosa” che “governava il mondo, per la prima volta nella storia dell’umanità” (tema ricorrente in Ballard), poteva essere interrotta solo “da atti insensati di violenza”. All’interno di questa logica, una rivoluzione ha tanto più successo quanto meno vuole raggiungere uno scopo. Uno che pensa queste cose è chiaro che non può finire i suoi giorni in uno studio televisivo, davanti a una telecamera o dietro una scrivania. Ed infatti, Gould muore in uno scontro a fuoco.

Paradossi? Esagerazioni da artista, da romanziere? Lo si può anche pensare, soprattutto se ci si vuole tranquillizzare, se si è alla ricerca di rassicurazioni a buon mercato. Eppure non si direbbe, almeno a giudicare dalle analisi sviluppate non solo dagli autori citati all’inizio (Beck, Bauman e Sennett), ma anche da un Ralf Dahrendorf, intellettuale liberale-popperiano molto ufficiale e à la page, in saggi come Quadrare il cerchio (Laterza) o nel più recente Libertà attiva (Laterza). L’immagine di società che vi è riflessa non si discosta granché da quella narrata da Ballard: democrazie ridotte a spettacolo e i cittadini a masse di inebetiti couch potatoes, immense megalopoli fasciate da colossali anelli di asfalto intervallati da fast food e pornoshop, piccole enclave di super-ricchi protette da guardie private e periferie urbane degradate, dove la “colla” che tiene insieme la società si è ormai essiccata, dove le “legature” sociali non reggono più, al punto che ci si può chiedere, come se fosse la cosa più ovvia di questo mondo (ed è Dahrendorf a chiederselo, non Ballard, come pure si potrebbe sospettare): “Se sei disoccupato perché non fumare marijuana, partecipare ai droga-party e andarsene in giro con automobili rubate? Perché non rapinare vecchie signore, battersi con le bande rivali e, se necessario, ammazzare qualcuno?”.

Già, perché non farlo? In nome di che cosa astenersene quando da ogni parte, in forme esplicite o subliminali, ci viene trasmesso sempre lo stesso messaggio, e cioè che niente ha valore e tutto ha un prezzo? Ballard ha quantomeno il merito di non dare risposte, di non offrire facili e stucchevoli ricette. I rivoltosi di Chelsea Marina ritornano, dopo un po’, nel loro quartiere. La vita riprende, in apparenza, il suo tran tran. La loro rivoluzione è fallita, come pure è fallito il sogno di fare di Chelsea Marina “un posto di grandi promesse, quando un giovane pediatra aveva persuaso i residenti a creare una repubblica unica, una città senza cartelli stradali, leggi senza punizioni, eventi senza significato, un sole senza ombre”. Ma crediamo non abbia un grande futuro nemmeno un modello di società per correggere il quale si è costretti ad evocare l’immagine della quadratura del cerchio, ossia l’immagine classica del problema insolubile.

Giuseppe Giaccio (Diorama Letterario n. 270)


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Il nuovo romanzo di James G. Ballard. .. E anche peggio !
28 giugno 2006, di : Salvatore

Ci sono tanti modi per dimostrarsi inadatti.

Sicuramente noi del sud abbiamo mostrato di essere solo gente con pochissima fantasia creativa.

Difatti si disse che il cemento armato e tutta la scienza che ne è entrata e uscita poteva farci perdere il sorriso..

Ma non sempre è così!

Con la morale e l’etica non si vincono le guerre.

In certi casi serve cavalcare il sorriso e la spensieratezza, in cambio di ridere per ultimi.. (nulla dai, nulla ricevi!)

Salvarsi insieme ai troppi dementi scriteriati?

Salvarli? mentre passeggiano mano nella mano giovanissimi in tutt’altra posizione di sacrificio?

Salvarsi da soli, senza scontrarsi però con le regole del gioco, per evitare di farsi ancora più male.

§§§§§§§§§§§§§

Si parla del libro, che racconta di luoghi assurdi, di bande, di valori allo sfascio..

Io aggiungerei di grande miseria, come quella medioevale, di gravi delitti, e altre cosette che ci può riservare un futuro per nulla garantista.

Ma ovviamente non si parla di matrix, è una cosa molto più simile al clima di terrore della Francia rivoluzionaria.

Un popolo tradito nelle sue aspettative.. I suoi risvegli precoci, e senza prospettive..

E’ difficile immaginare altro che livore.

Nessuno c’è per il sud! tranne che il sud!

Scriviamo il libro:

"C’erano una volta i salvatori di se stessi che dovevano salvare anche gli altri"

(dal film "L’oro di Napoli" in 5 episodi, che insegna che nessuno gioca per nulla!.. anzi!)