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I grilli di D’agostino


Le vicende di Vinicio, giovane ennese che viene abbandonato dai genitori e vive con i nonni. Ma come può accadere in Sicilia, dove aleggia lo spirito di Mattia Pascal...
giovedì 28 luglio 2005, di silvestro livolsi - 1524 letture

Mi mangiassero i grilli di Andrea D’agostino (Fernandel 2005) racconta le vicende di Vinicio, giovane ennese che viene abbandonato dai genitori e vive con i nonni. Ma come può accadere in Sicilia, dove aleggia lo spirito di Mattia Pascal, in una scena del romanzo, il protagonista che legge Pirandello vede scomparire il nonno, creduto morto all’anagrafe.

La sua vicenda successiva lo porterà però a raggiungerlo, in una campagna dell’Oltrepo pavese, luogo dove l’anziano nonno tenta di rifarsi una vita che gli risulta più balorda della precedente. In quella sperduta campagna però Vinicio si rifugia perché anche lui è scappato: dai carabinieri che sicuramente lo staranno cercando in quanto disertore al sevizio di leva. Uomini in fuga, nonno e nipote, decideranno di tornare in Sicilia: alla ricerca delle radici, della Grande Madre, del tempo perduto? O piuttosto per capire perchè a volte saltano certi grilli in testa, quando si è giovani e innamorati.

Tra le tante meritorie note che al romanzo si possono fare e che si sono fatte, aggiungiamo solo che si tratta di un romanzo Postmoderno, se questo ha tra le sue precipue caratteristiche ‘l’emarginazione e la periferia’ (Guia Boni): lo sfondo della storia è il paesaggio rurale dell’ennese e del pavese, i personaggi abitano ai margini e addirittura ‘nascosti’ o sono ‘inesistenti’ per la società. La provincia di Enna è come dire il sud del sud con i suoi pochi - ma noti - negozi, i venditori ambulanti, le fave abbrustolite, il pane buono, l’immancabile nebbia della città più alta d’Italia (1100 metri sul livello del mare), il mercato dove le ‘voci di chi vende e chi compra come nel teatro di Morgantina tendono verso l’alto, sorvolano la fontana colma di spazzatura, sfiorano il sagrato di Montesalvo, attraversano il portale, accarezzano il chignon delle vecchie in preghiera, dribblano l’altare, filtrano nel tabernacolo, stappano la pisside e si mescolano alle ostie: il corpo e il sangue di Cristo e , soltanto per oggi, l’eco delle contrattazioni estenuanti’ : testimonianze un pò malinconiche e pittoresche della ‘piccola città’.

Il romanzo risulta gradevole e spinge, ancora una volta, alla riflessione sul senso del narrare come viaggio e sull’autobiografia come occasione di scrittura, visto che l’autore in fondo parla e descrive luoghi in cui ha veramente dimorato. La scrittura chiara e accattivante, la storia frizzante e dal buon ritmo, mai pesante o noiosa, fanno di Mi mangiassero i grilli un libro scorrevole, essenziale nell’intreccio ma profondo e intenso nella dinamica e nei moti delle persone e delle cose di cui narra.

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