In questi ultimi mesi la situazione politica di tutta l’area del Corno d’Africa è in movimento. Sull’argomento abbiamo intervistato
In questi ultimi mesi la situazione politica di tutta l’area del Corno d’Africa è in movimento. Sull’argomento abbiamo intervistato Michael Kidane, presidente dell’Associazione Immigrati Eritrei in Italia.
Ci puoi fare un quadro della situazione nel Corno d’Africa?
Ci troviamo di fronte a lunghissime trattative che si chiudono e crisi che potrebbero inasprirsi a breve. Se, da parte dei paesi di questa area esiste una forte necessità di chiudere le vecchie dispute, sia interne che regionali in modo di poter trovare una stabilità interna; si nota, da tempo, seppur lentamente, una politica di rioccupazione degli USA di posizioni strategiche in questa importante area geografica mondiale. Diciamo rioccupazione, perché come ben noto, dopo la fine della seconda guerra mondiale gli USA, installarono una delle più importanti basi militari di controllo della regione, ad Asmara, la capitale dell’Eritrea, poi di seguito alla metà degli anni settanta costretti ad abbandonarla durante la guerra di resistenza del movimento di liberazione eritreo.
Si è parlato della guerra in Iraq anche come una lotta per i giacimenti petroliferi. Nella Regione, quale ruolo hanno avuto e hanno le grandi compagnie petrolifere?
Negli anni ottanta la Chevron scopre importanti giacimenti di petrolio in Sudan ma, considerando il mercato del petrolio, decide a congelare tutto. Quando il governo sudanese di Sadiq Al Mahdi accennò ad una protesta venne rimosso immediatamente. La presa del potere da parte degli islamici di Turabi non era calcolata o prevista e questa ha abortito tutti i piani Chevron portando capitali ed expertise Cinesi e Malesi allo sfruttamento del petrolio nel Sudan. La Chevron fece di tutto per reinserirsi nel piano ma inutilmente. Allora si rivolse ai propri strateghi ed ai ’think tank’ della Rand Institute per preparare una politica Africana per ’Amministrazione USA. Si sa che fino a quel momento lo State Department di Powell non aveva nessuna politica Africana e non era una sua priorità. Cosi si richiama Garang (SPLA), si crea la crisi nel Darfour. Lo State Department interviene con tutte le sue forze di ricatto per far inginocchiare il governo Sudanese. L’Etiopia è sempre stata avversa ad una soluzione Somala o Eritrea che non tenga in considerazione i suoi interessi. Di nuovo intervengono i ’think tank’ e, l’Etiopia, i cui governanti di oggi sono giunti al potere grazie ad un intervento USA, che ha invitato l’ex dittatore Menghistu ad andarsene pacificamente, è "persuasa" ad accettare l’ultima pax americana per la Somalia e per l’Eritrea. Purtroppo, oggi per l’Africa non si pretende nemmeno la copertura della democrazia imposta o quella della governabilità. Per l’Africa bastano o sono necessari delle dittature che garantiscono la cosi detta stabilità che può essere utile agli scopi della Chevron. Queste dittature le si possono togliere, cambiare o destabilizzare a volontà o a necessità. Il concetto è quello di impossessarsi delle importanti risorse di questi paesi, e le dittature corrotte sono in questo momento il mezzo migliore, sono ricattabili, si possono intimidire e sono corrotti.
Il Darfur usato come arma di scambio o come deterrente?
E’ ben noto che la crisi nel Darfour è stata appositamente creata, per cercare di condizionare il governo sudanese sempre di più alle forti pressioni interventiste degli USA. Sia la regione del Darfour che quella a sud del Kourdufan, sono attualmente considerate due zone che galleggiano su un lago di petrolio.
Nello scacchiere mondiale la Cina si sta proponendo come vera seconda potenza mondiale. Anzi, secondo gli esperti, tra una decina di anni, diventerà la prima potenza economica mondiale. Qual è il ruolo di questo Paese nello scacchiere africano?
La Cina, che è uno dei tre paesi che hanno investito ingenti somme nella costruzione dell’oleodotto più importante del Sudan in cambio di acquisizione del greggio sudanese, non intende trovarsi tagliata fuori da questi rifornimenti indispensabili, per le sue industrie. Gli USA spingono che tali ricchezze entrino sotto il proprio controllo politico ed economico. Secondo alcune previsioni, gli Usa nei prossimi anni dipenderanno per il 20% del loro fabbisogno di greggio da queste regioni, è proprio per questo motivo, da tempo addestrando in alcuni paesi africani (Mali, Niger, Chad e Mauritania) delle forze militari da loro definite ‘di rapido intervento’, a garanzia di protezione dei progetti futuri di estrazione del greggio in questa area, visto che i paesi del medio oriente sono considerati ad alto rischio di guerre ed instabilità interna. Sostanzialmente, in questo momento l’obbiettivo degli americani è quello di creare una linea retta da loro controllata che parte dalla cosi detta zona disastrata del Darfour fino all’Oceano Atlantico. E’ se i loro piani di “pacificazione” della Somalia, Etiopia ed Eritrea avanzeranno, la linea diretta che va dall’oceano Indiano all’Atlantico verrebbe coronata da un successo. Ecco che la partita che si gioca sulla questione Sudan, in questo momento assume un’importanza rilevante per il futuro assetto geopolitico di tutto il Corno d’Africa.
Quale sarà il futuro dell’Eritrea e quale il ruolo dei Paesi africani?
In queste condizioni, il futuro dell’Eritrea rimane incerto. Da una parte il regime di Isayas oramai internamente in piena crisi totale ed a livello internazionale isolato, cerca di approfittare di eventuali spazi politici che trova aperti nella regione per cercare vie di uscita e garantirsi una sopravivenza, la più lunga possibile. L’invito del presidente Yemenita Abdullah Saleh ad assumersi il ruolo di mediatore sulle tensioni tra l’Eritrea e il Sudan, per Isayas e una manna che scende dal cielo, da abbracciare al volo. Ma l’iniziativa di Abdullah Saleh è frutto di una ben precisa decisone che giunge dall’altra sponda dell’Atlantico. Di fatti, dal 4 al 6 novembre ’04, con lo sponsor dell’Università di Harvard la “Belfer Center of Science an International Affairs” ed il “The World Peace Foundation”, viene svolta a Washington DC una conferenza sul tema “Examining the ‘Bastion’ of Terror: Governance and policy in Yemen and the Horn of Africa”, alla quale partecipano tre ex ambasciatori USA in Etiopia. Le indicazioni che vengono fuori da questa conferenza sono quello di “...aiutare lo Yemen ad uscire dalla cronica disoccupazione, ampliare la presenza politica nel Sudan...ecc.”. Dal canto loro, le forze di opposizione eritree, che da tempo lavorano per guadagnarsi credibilità politica nella regione, a margine del summit tenuto a Khartoum da parte dei tre paesi dell’asse, Etiopia, Yemen e Sudan lo scorso 27-28 dicembre, riescono ad avere l’opportunità di poter incontrare sia la delegazione etiopica che quella sudanese (non quella yemenita), dalle quali ricevono parole di sostegno, ma anche impegno se l’opposizione eritrea riesce ad unirsi in un’unica rappresentanza comune. In risposta, il 29 dicembre, le organizzazioni dell’opposizione eritrea si incontrano e decidono di convocare un convegno di tutta l’opposizione da tenersi nella capitale sudanese il 12 gennaio del 2005. All’interno di questo quadro, in questo momento il ruolo dell’Etiopia viene considerato dagli USA indispensabile per accelerare i tempi di realizzazione di questo piano, mentre i piccoli paesi come l’Eritrea, Gibuti, il Somaliland e la Somalia, già di per se deboli internamente per causa di governi antipopolari, sono destinati a subire le conseguenze di questi accordi fatti sulle loro teste.
Vincenzo Greco
Girodivite.it/Oltrenews.it