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I gatti ne sanno una più del diavolo

Se i gatti scomparissero dal mondo / Genki Kawamura ; traduzione di Anna Specchio. - Torino : Einaudi, 2019. - 184 p., [VI], ril. ; 18,5 cm. - Tit.orig.: Sekai kara neko ga kieta nara. - ISBN 978-88-06-24030-1
di Sergej - mercoledì 6 novembre 2019 - 395 letture

La letteratura giapponese contemporanea non è per fortuna solo Murakami. Einaudi ha avuto l’accortezza di farcelo conoscere e all’inizio ne siamo persino stati entusiasti. Poi Murakami ha cominciato a produrre troppo, opere verbose e astutamente lunghe, che l’astuta Einaudi centellinava in più volumi. Le strategie commerciali sono legittime, in questo mondo che ha legittimato l’avidità, ma legittimo anche la ritrosia dei lettori a non farsi prendere per il culo (pardon: ingannare).

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Copertina del libro di Genki Kawamura - Se i gatti scomparissero dal mondo

Evidentemente gli editori annusano la stanchezza dei lettori per un dato prodotto commerciale, e così ora ci propongono Kawamura. Qui siamo davanti all’operazione più spiattellatamente attira-lettori e attira-lettrici che si possa fare. La copertina molto bella (anche Einaudi sta scadendo nelle copertine ultimamente, non stavolta): "Team play" inchiostro su carta del 2018 di Endre Penovác [1]. Il tema gattesco, naturalmente: l’ampia tribù dei gattari e delle gattare sarà compiaciuta e i pochi lettori (italiani) acquisteranno senz’altro il libro. Titolo accattivante. Insomma, best seller assicurato. (Best seller sempre considerando il ristretto numero di lettori di cui dispone l’Italia, oggi anche grazie all’alto costo dei libri) (A proposito, questo l’abbiamo acquistato su Amazon e questa recensione non è una "marchetta" editoriale).

Il romanzo ci è piaciuto e per questo lo consigliamo alla lettura. Genki Kawamura si diverte e ci diverte snocciolando una sequela di topoi, con cui compone un patchwork di luoghi ammiccanti. C’è il tema della morte e del "cosa fareste se sapeste di dover morire entro poco tempo". C’è il diavolo, c’è il gatto, c’è il "primo amore", la mamma e il babbo, il rapporto con i genitori ecc_. La memoria del lettore va a Dostoevskij davanti al plotone di esecuzione un attimo prima di essere graziato dallo zar, al "Maestro e Margherita" e ad "Alice nel Paese delle meraviglie" ecc_. Quello di Kawamura è un manga, in cui comico (il diavolo bonaccione e vestito hawajano) e percorso di maturazione del protagonista si mischiano al ricordo d’infanzia e alla realtà onirica (il gatto che parla). Un universo di citazioni pop che è molto "occidentale" e dunque facilmente riconoscibili anche a un lettore della periferia europea come quello italiano. Ciò che lo fa appartenere all’universo "globalista" della fiction e dell’immaginario. Non aspettatevi da un romanzo giapponese critica sociale od economica: la realtà è quella che è, i rapporti di classe e di forza tra i ceti, la violenza sociale sono immersi nell’indistinto. Ma è un manga con una dose implicita di cattiveria e di tensione auto-distruttiva. Probabilmente è proprio questo elemento che fa di questo romanzo qualcosa che vale la pena leggere.

Il protagonista è un ragazzo che fa il postino, incolore, senza passioni né memoria. Uno "liscio", come si direbbe in Sicilia. Un amorfo. Gli capita l’evento della sua vita: sapere che sta per morire. E incontro il se stesso in forma di diavoletto che gli fa la proposta: far scomparire una cosa dal mondo per avere un giorno di vita in più. E lui sceglie di far scomparire proprio le cose che vanno a colpire maggiormente i suoi amici, la sua ex ragazza, i suoi affetti. È questa pulsione auto-distruttiva di cui dicevamo. Così "sceglie" di far sparire i telefoni, e proprio il telefono era il mezzo che lui aveva per parlare con la sua ragazza; "sceglie" di far sparire i film, e sui film si basa la vita del suo miglior amico e la sua ex ragazza lavora in un cinema ecc_. È come se solo nel momento in cui va a distruggerli, nel momento in cui opera la disperazione della morte, il protagonista "vede" il valore delle cose e delle persone. Solo distruggendole è in grado di sapere quanto invece sono importanti. L’apparente innocuo postino è un bullo alla Arancia meccanica che tutto ciò che tocca distrugge.

Scriveva Bettelheim che i mostri servono nelle favole per far capire ai giovani lettori / ascoltatori che i mostri possono essere sconfitti. Come qualcuno ha aggiunto: e far capire che ci sono cose che non possono essere sconfitte. La morte è una di queste. La morte individuale, quella nostra, quella di ciascuno di noi. Perché è vero che esiste anche la morte di una Nazione, di una Civiltà ecc_, che è poi la sensazione che l’Occidente vive da qualche secolo a questa parte (da Spengler in poi). Ma di queste in fondo ce ne possiamo anche fregare, rispetto almeno alla nostra - di morte. Con noi, diceva qualcuno, muore tutto il Mondo, è l’apocalisse, la "fine del mondo" (a tinte fosche in Donnie Darko [2], qui a tinte maliziose). Ecco che la realtà risulta punteggiata da milioni di piccole apocalissi, e nello stesso tempo - pare dire Kawamura - è attraverso la scelta dell’accettazione della propria morte che è possibile "salvare il mondo". Mai come ora, nel momento della ricorrente catastrofe (ieri quella atomica, oggi quella ecologica) si fa forte la tensione di chi vorrebbe invece salvarlo, questo mondo. E salvare con esso i telefonini, i film, gli affetti, i gatti...

Nell’esperienza ultimativa che molti fanno, sapendo che mancano pochi giorni alla propria morte - a prescindere coloro che scelgono di spendersi in bisbocce droga sesso e rock ’n roll -, viene descritto in molte memorie questo senso di estraniamento: si entra in un "tempo" e in una dimensione altra, rarefatta. In cui le cose e gli eventi acquistano un significato diverso. Una sospensione del tempo (che viene vissuta ognuno in maniera diversa). Una distorsione delle cose: si mandano al diavolo gli orologi e i telefoni, alcuni provano a ricomporre la propria vita nell’essenzialità. Kawamura organizza attorno a questa esperienza una danza (macabra) in cui è sempre la voglia di vivere, il vitalismo, ad avere la preminenza.

"Dicono che chi sa di morire l’indomani viva il presente al massimo delle sue possibilità. Io però non sono d’accordo. Quando un uomo prende coscienza della sua morte, non può far altro che mettersi il cuore in pace e poco alla volta creare un compromesso tra la speranza di poter vivere ancora e la certezza della vicinanza alla fine. Il tutto mentre è attanagliato da piccoli rimorsi e sogni irrealizzati. A me che è stato concesso il privilegio di far scomparire qualcosa dal mondo in cambio di un ulteriore giorno di vita, quei rimorsi appaiono come un tesoro meraviglioso. Sono la testimonianza che ho vissuto."

La morte non può essere sconfitta, ma ci resta ancora una cosa da fare, ricongiungerci con l’essenzialità dei nostri affetti: "Per ottenere qualcosa bisogna sacrificarne un’altra". È un altro dei pregi di questo romanzo. I lettori, spero, ne troveranno altri.

ps. Non apprezziamo l’imposizione del governo giapponese di volere che anche all’estero sia d’uso mettere la sequenza cognome/nome al nome degli autori. In Italia siamo abituati a mettere prima il nome, e dunque per ora per noi è Genki Kawamura (e non Kawamura Genki).


Sinossi editoriale

Cosa sei disposto a dare al Diavolo per poter vivere un giorno in piú? Attento: ciò che il Diavolo sceglierà di prendersi sparirà dal mondo, per tutti. I telefonini? Va bene. E i film, gli orologi... d’accordo, ma i gatti? Sei pronto a rinunciare ai gatti? Con la delicatezza di Sepúlveda e il gusto per il fantastico di Murakami, Kawamura Genki ha scritto una fiaba moderna per ricordarci quali sono le cose davvero importanti.

«Si legge in poche ore, ma resterà con voi per sempre». «My Weekly»

Di lavoro fa il postino, mette in comunicazione le persone consegnando ogni giorno decine di lettere, ma il protagonista della nostra storia non ha nessuno con cui comunicare. La sua unica compagnia è un gatto, Cavolo, con cui divide un piccolo appartamento. I giorni passano pigri e tutti uguali, fin quando quello che sembrava un fastidioso mal di testa si trasforma nell’annuncio di una malattia incurabile. Che fare nella settimana che gli resta da vivere? Riesce a stento a compilare la lista delle dieci cose da provare prima di morire… Non resta nulla da fare, se non disperarsi: ma ecco che ci mette lo zampino il Diavolo in persona. E come ogni diavolo che si rispetti, anche quello della nostra storia propone un patto, anzi un vero affare. Un giorno di piú di vita in cambio di qualcosa. Solo che la cosa che il Diavolo sceglierà scomparirà dal mondo. Rinunciare ai telefonini, ai film, agli orologi? Ma certo, in fondo si può fare a meno di tutto, soprattutto per ventiquattr’ore in piú di vita. Se non fosse che per ogni oggetto c’è un ricordo. E che ogni concessione al Diavolo implica un distacco doloroso e cambia il corso della vita del protagonista e dei suoi cari. Soprattutto quando il Diavolo chiederà di far scomparire dalla faccia della terra loro, i nostri amati gatti. Kawamura Genki ci costringe a pensare a quello che davvero è importante: alle persone che abbiamo accanto, a quello che lasceremo, al mondo che costruiamo intorno a noi.

«Una storia commovente e toccante sull’affrontare la propria mortalità, assumersi la responsabilità delle proprie scelte e decidere cosa vale veramente». «The Herald»

«Un romanzo emozionante e originale sulla vita, l’amore, i legami familiari e ciò che lasciamo quando ce ne andiamo». «The Observer»


L’autore

Genki Kawamura è uno scrittore, produttore e sceneggiatore giapponese, nato a Yokohama il 12 marzo del 1979. Se i gatti scomparissero dal mondo, il suo primo romanzo, è stato un enorme fenomeno editoriale in Giappone: venduto in quasi due milioni di copie, è stato tradotto in dieci lingue e ne hanno tratto un film di successo.


[1] Endre Penovác è nato a Tornjoš nel 1956. Vedi il sito di riferimento.

[2] Il film del 2001, scritto e diretto da Richard Kelly.


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